mercoledì 4 settembre 2019

Just 6.5, Saeed Roustayi (2019)

Samad (Peyman Moaadi), sergente della squadra narcotici della polizia, è sulle tracce di un boss della droga, Nasser Khakzad (Navid Mohammadzadeh). Dopo varie operazioni, riesce a rintracciarlo nel suo attico, dove l’uomo ha tentato il suicidio. Sopravvissuto, Nasser attraversa tutte le fasi del procedimento legale. Per il suo reato è prevista la pena di morte. 



Il giovane regista riprende un tema del precedente "Life+1Day", schierando nuovamente la collaudata coppia di attori protagonisti, per altro avvezzi a ruoli simili, ma spostando nella prima parte il punto di vista dai criminali alle più edificanti forze dell'ordine. Tuttavia i poliziotti impiegano metodi scorretti e celano un passato controverso. Nel prosieguo del film, l'attenzione si sposta invece sul trafficante.

Metà poliziesco metà dramma carcerario, "Just 6.5" (Metri Shesh Va Nim) si interroga sul motivo per cui i tossicodipendenti in Iran siano giunti alla cifra esorbitante dei milioni indicati nel titolo, nonostante i metodi ferocemente repressivi, dei quali l'impiccagione è solo la tappa finale: impressionano gli ammassamenti di decine di uomini in un'unica, soffocante stanza di reclusione, in attesa del processo. L'autore solletica però il gusto per lo spettacolo del fruitore e gli consegna un film concitato, urlato, recitato sopra le righe anche da un talento come Mohammadzadeh, che questa volta offre un'interpretazione accademica di maniera. E se gli elementi narrativi spiazzanti che intervengono per tentare di aggiungere complessità, come nelle opere Asghar Farhadi, creano più che altro confusione, il finale con la famiglia del condannato riunita ha un che di conservatore.

Non è un caso che l'attrice e cineasta Mania Akbari si sia schierata contro la scelta di presentare "Just 6.5", un film in patria campione di incassi, pluripremiato e rappresentativo di certo cinema popolare, alla mostra di Venezia - sezione Orizzonti.
La sua motivazione ne rigetta in apparenza il taglio sociale, in realtà lo smaschera come moralistico. Questa è la traduzione del suo post di Facebook: 




Addio Mostra del Cinema di Venezia! Non andare in Iran a mangiare kebab e scegliere film davvero commerciali, sponsorizzati da enormi quantità di soldi del petrolio. Onestamente negli ultimi 5 anni il Festival del Cinema di Venezia ha scelto il brutto cinema iraniano, esoticizzante, che giudica la società e la cultura e i poveri nelle città o in prigione, che combattono senza sosta, picchiano, uccidono e imprecano. Film ambientati nelle carceri o nelle abitazioni della classe operaia, con soggetti superficiali e overacting! Alberto Barbera [direttore della Mostra] crede di conoscere il cinema iraniano. Devo dirgli che mi dispiace che stia distruggendo l'approccio riflessivo con un'attenzione di tipo diverso sull'Iran...  e per favore non mangiare Kebab e cipolla in Iran per poi sostenere il cattivo cinema.


lunedì 2 settembre 2019

Beautiful City, Asghar Farhadi (2004)


Scontata la pena in riformatorio, il ladro A'la ha una missione: salvare dall'impiccagione l'amico Akbar, che due anni prima ha ucciso la sua ragazza e che, appena compiuti diciott'anni, è stato trasferito nel braccio della morte. Per riuscirci, deve ottenere il consenso del padre della vittima, un medico fortemente devoto quanto intransigente. Prova a aiutarlo nell'impresa la sorella di Akbar,  Firouzeh, giovane donna con un figlio piccolo avuto da un tossicodipendente. Tra i due forse nasce un amore, che rischia di essere sacrificato sull'altare della salvezza di Akbar.

Il secondo film di Asghar Farhadi è, oltre che tra i più memorabili, il suo lavoro più toccante, anche perché mai il regista si è calato nei bassifondi della società come in questo caso. 

A ben vedere, anche se la linea narrativa principale è focalizzata su altro, la crisi di coppia, tema cardine del suo cinema, trova in "Beautiful City" (Shah-re ziba) molteplici declinazioni drammatiche: dal femminicidio compiuto da Akbar, alla morte della madre della vittima, che ha segnato la durezza del carattere del padre quanto l'aver perso una figlia, alla situazione di Firouzeh, divorziata da un anno e mezzo ma costretta a indossare la fede per mantenere un'immagine decorosa agli occhi del vicinato.
Sempre attento a non cadere in sequenze passibili di censura, nonostante una straordinaria facilità drammaturgica, il film rivolge suo sguardo critico alla morale islamica, che in Iran si è fatta legge dello stato, con le sue discriminazioni di genere e di censo, le sue contraddizioni, le sue pene spietate.



Farhadi, che scrittura per la prima di tante volte l'attrice Taraneh Alidoosti, comincia a strabiliare come sceneggiatore grazie a uno script che, dopo la prima sequenza, non mostra più Akbar, il diretto interessato all'esecuzione della condanna o alla grazia, mentre la sua situazione evolve costantemente, con quelle articolazioni e ramificazioni che diverranno più fitte nei film successivi.

La bella città del titolo è in realtà il quartiere in cui è situato il riformatorio.

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