domenica 2 dicembre 2018

Genova Film Festival con Babak Karimi

Al via il 20° Genova Film Festival, 100 proiezioni, incontri con attori, registi e critici, concorsi, anteprime e lezioni di cinema

Dall’Iran arriva Babak Karimi, protagonista di due Premi Oscar, l’attrice Giorgia Würth incontra il pubblico e presenta il suo primo film da regista

Babak Karimi in Una separazione


Dal 3 al 9 dicembre 2018 si terrà la ventesima edizione del GENOVA FILM FESTIVAL, l'evento cinematografico più importante della Liguria, moltissimi gli appuntamenti in programma per un'intensa settimana di proiezioni (circa 100) ed incontri nel centro storico cittadino, a partire dalle sezioni competitive del Festival, diventate nel corso degli anni un’importante vetrina del nostro cinema. Il Festival, ad ingresso gratuito, è diretto da Cristiano Palozzi e organizzato dall’Associazione Culturale Daunbailò.

Grande ospite del Festival, l’iraniano Babak Karimi, protagonista della sezione Ingrandimenti curata dal critico e autore televisivo Oreste De Fornari.
Attore, montatore, produttore e operatore di ripresa, personaggio di culto amato dagli addetti al settore per la sua poliedricità, protagonista, tra l'altro, di ben due Premi Oscar come Miglior film straniero e vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino per "Una separazione" di Asghar Farhadi, Babak Karimi arriverà appositamente da Teheran per incontrare il pubblico giovedì 6 dicembre alle ore 21, a Palazzo della Meridiana, in una sorta di lezione di cinema in cui si ripercorrerà la sua carriera con proiezioni e racconti in un continuo dialogo con gli spettatori. Il Festival aprirà il 3 dicembre alle 21 al Cinema/Teatro Altrove proprio con Una separazione di Asghar Farhadi. Tra i film presentati in settimana anche Placido Rizzotto diretto da Pasquale Scimeca e montato da Babak Karimi e dedicato al sindacalista rapito e ucciso da Cosa Nostra nel 1948.

Iraniano, Babak Karimi nasce all’estero, più precisamente a Praga, nel 1960. È un “figlio d’arte”: suo padre, Nosrat Karimi, è attore, regista e drammaturgo; sua madre, Alam Danai, è a sua volta attrice di teatro e regista. Non sorprende dunque che Babak debutti all’età di soli dieci anni sul grande schermo, recitando in "Doroshkechi", diretto e interpretato da suo padre, un film che è considerato la pietra miliare del neorealista iraniano. Nel 1971, sebbene ancora giovanissimo, si trasferisce in Italia per ripresa e montaggio all'Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione "Roberto Rossellini". Collaborando con la pittrice Mahshid Mussavi, riesce a far distribuire per la prima volta in Italia un film iraniano ("Bashu, il piccolo straniero", di Bahram Beizai) nel 1991: da questa operazione si divide tra Iran e Italia, portando avanti un importante lavoro di connessione e promozione culturale tra questi due paesi, curando in prima persona il doppiaggio di molte pellicole di registi connazionali, tra cui Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Abolfazl Jalili e Asghar Farhadi.

Con Kiarostami

Artista poliedrico, si occupa anche di montaggio, che insegna per un periodo presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Come montatore, negli anni ’90 avvia una collaborazione con Pasquale Scimeca che andrà avanti per oltre un decennio, lavorando a film quali Placido Rizzotto e Gli indesiderabili. Nel 2011 torna in patria su invito dell'amico Asghar Farhadi per il suo film "Una separazione", Premio Oscar 2012 al Miglior film in lingua straniera (candidato anche alla Miglior sceneggiatura originale): la sua interpretazione gli vale l'Orso d'argento come miglior attore al Festival di Berlino 2011.


La collaborazione con Farhadi prosegue per i due film successivi del regista: "Il passato" (2013) e "Il cliente" (2016), vincitore del Prix du scénario al Festival di Cannes 2016 e Premio Oscar 2017 al Miglior film in lingua straniera. Per tutte e tre le pellicole, Karimi si occupa del doppiaggio, doppiando personalmente in italiano i suoi personaggi. È consulente sul cinema iraniano per la Biennale Cinema di Venezia. Recentemente il pubblico italiano ha potuto apprezzarlo anche in "Finché c’è Prosecco c’è speranza", di Antonio Padovan, e nella serie TV Rai "La linea verticale."
Come attore: "Doroshkechi" (1971) di Nosrat Karimi, "Last Minute Marocco" (2007), di Francesco Falaschi, "Caos calmo" (2008) di Antonello Grimaldi, "Ex" (2009) di Fausto Brizzi, "L'amore non basta (quasi mai...)" (2011) di Antonello Grimaldi – Miniserie TV – Canale 5, "Una separazione" (2011) di Asghar Farhadi, "Il passato" (2013) di Asghar Farhadi, "Fish & Cat" (2013) di Shahram Mokri, "Il cliente" (2016) di Asghar Farhadi, "A Wedding" (2016) di Stephan Streker, Finché c'è Prosecco c'è speranza (2017) di Antonio Padovan, "Invasion" (2017) di Shahram Mokri, "La linea verticale" (2018) di Mattia Torre – Serie TV – Rai 3.

Come montatore: "I briganti di Zabùt" (1997) di Pasquale Scimeca, "Dancing North" (1999) di Paolo Quaregna,"Placido Rizzotto" (2000) di Pasquale Scimeca, "Il voto è segreto" (2001) di Babak Payami, "Quello che cerchi " (2001) di Marco Simon Puccioni, "Gli indesiderabili" (2003) di Pasquale Scimeca, "L'isola" (2003) di Costanza Quatriglio, "Tickets" (2005) di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami e Ken Loach, "La passione di Giosué l’ebreo" (2005) di Pasquale Scimeca, "Rosso Malpelo" (2007) di Pasquale Scimeca, "Il bambino della domenica" (2008) di Maurizio Zaccaro – Miniserie TV – Rai 1, "Green Days" (2009) di Hana Makhmalbaf, "Lo smemorato di Collegno" (2009) di Maurizio Zaccaro – Miniserie TV – Rai 1, "Le ragazze dello swing" (2010) di Maurizio Zaccaro - miniserie TV – Rai 1.

Lunedì 3 dicembre, ore 21:00, Teatro Altrove
Una separazione di Asghar Farhadi (Iran, 2011, 123')

Martedì 4 dicembre, ore 15:30, Teatro Altrove
Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (Italia, 2000, 110')

Giovedì 6 dicembre, ore 21:00, Palazzo della Meridiana
Incontro con l’attore, montatore, produttore e operatore di ripresa Babak Karimi e il critico e autore TV Oreste De Fornari. Durante la serata si ripercorrerà la carriera di Babak Karimi con proiezioni ed interviste. Interviene lo sceneggiatore e regista Giovanni Robbiano. Presenta Cristiano Palozzi, direttore del Genova Film Festival

giovedì 29 novembre 2018

Te volti, Jafar Panahi (2018)



Il primo volto è quello di una ragazza, Marzieh, a cui la famiglia ha proibito di frequentare l'accademia di recitazione a Teheran. Ha filmato il proprio suicidio col telefonino ed è misteriosamente riuscita a inoltrare il video messaggio via Telegram. Destinataria, l'attrice Behnaz Jafari, il secondo volto, conosciuto in tutto il paese grazie alle serie tv (in Italia si è vista in "Lavagne" di Samira Makhmalbaf). Sconvolta dalla visione, è già partita con Jafar Panahi, di notte, in automobile, verso la remota provincia dell'Azerbaijan Orientale, di cui Panahi è originario anche se, essendo 'solo' un regista cinematografico, in zona nessuno lo conosce. Il messaggio sarà autentico? O una messinscena, magari architettata dallo stesso regista?
Panahi fa l'ennesimo film sul cinema, ma il discrimine tra realtà e finzione lo interessa relativamente; l'enigma del video messaggio è risolto neanche a metà film. Il discorso è ben più articolato e si muove in direzioni inedite.


A differenza di "Taxi Teheran", che era alquanto autocelebrativo, "Tre volti" (Se rokh) è innanzi tutto un grande omaggio al mentore Abbas Kiarostami e al cinema che faceva negli anni 90; a quello sguardo, dal finestrino di un auto, capace di riflettere sulla morte. E sulla vita. Riaffiora "Il sapore della ciliegia" quando il film parla di suicidio, anche assistito (che Panahi, vedendo un toro agonizzante, ammette per gli anziani in difficoltà); o quando si vede una donna prepararsi all'aldilà adagiandosi in una fossa; o nel colore della terra che domina il paesaggio collinare. 

Ma si ritrova anche "Il vento ci porterà via", nel viaggio di un regista verso una zona remota del paese, con difficoltà a trovare campo per il cellulare, a indagare su questioni funebri e alla scoperta di usanze locali bizzarre, qui anche 'basse' (si parla, con un certo effetto imbarazzante, di cadaveri che defecano, di prepuzi sacri e propiziatori, dei genitali del suddetto toro). Per Panahi, è inoltre l'occasione di abbandonare l'amata Teheran (era capitato solo in "Closed Curtain") alla ricerca delle proprie radici nell'area di Mianeh, suo luogo natio secondo l'anagrafe, ma in realtà, come rivelato a Jean-Michel Frodon, luogo di provenienza della famiglia in cui suo padre ha voluto registrarlo.

(In una sequenza Jafar farfuglia qualcosa in azero, subito stoppato da un abitante del luogo, che gli chiede di procedere in persiano. Purtroppo questo dialogo è sparito nell'edizione italiana, a cura di Babak Karimi. Tuttavia la versione doppiata è preferibile, poiché il film fa largo uso di voce off - fuori campo - e diventa complicato leggere i sottotitoli senza perdere qualche dettaglio visivo).

Ma l'omaggio più toccante arriva dall'ultima sequenza, con Mazieh che insegue/'corteggia' Behnaz procedendo verso valle, ripresa in campo lunghissimo da una camera fissa posta a monte. La scena ricalca il finale di "Sotto gli ulivi", film in cui un giovane Panahi compariva nella parte di se stesso, assistente alla regia del maestro. 'Signor Panahi!', lo chiamavano nella pellicola del 1994. Nello stesso modo deferente si rivolge a lui Behnaz Jafari in "Tre volti".

Va detto che lo stile non è felice come quello di Kiarostami, il senso di costruito è maggiore, manca quella straordinaria abilità nel far recitare gli attori con naturalezza, nello scrivere dialoghi profondi nella loro quotidiana semplicità - cosa che all'allievo riesce solo a tratti - e nel comporre l'inquadratura. Però Panahi persegue anche altri obiettivi, coerenti con la propria poetica. La riflessione si allarga infatti alla difficoltà di fare cinema in Iran, e a un interessante excursus storico, che culmina con due evocazioni del cinema prerivoluzionario, a confronto con il presente.* E il discorso si intreccia con la questione femminile, da sempre cara all'autore, che qui evidenzia maggiormente le dinamiche patriarcali.



Il passato ritorna, da un lato, nel personaggio di Shahrzad, il terzo volto, che non ci è dato vedere. La donna recitava e ballava nei film commerciali del genere cosiddetto filmfarsi, messo poi al bando in epoca khomeinista. L'ostracismo verso gli attori dell'epoca, specie di quei film 'peccaminosi', le impedisce di lavorare e l'ha portata a isolarsi nella propria abitazione modesta, consolandosi solo, di nascosto, con la pittura e con la poesia. Ma lo stigma della comunità è subito anche dalla giovane Marzieh, il mestiere dell'attore è ancora percepito, nelle piccole località rurali, come una devianza da scongiurare. Le tre donne giungono anche a un momento di confronto nella casa di Sharzad, ma la macchina da presa non le disturba e rimane all'esterno, nell'abitacolo dell'auto di Panahi.

Dall'altro lato, un anziano signore ha ancora un modello di riferimento: l'attore Behrouz Vossoughi, celeberrimo in patria, con i suoi personaggi virili che, dalla fine degli anni 60, hanno guidato il cinema iraniano nel passaggio dal filmfarsi (e dal sottogenere del 'tough guy', 'il duro') alla Nuovelle Vague, dal cinema di genere a quello d'autore. L'uomo conserva ancora la locandina di "Tangsir", opera giovanile di Amir Naderi (che ha diretto anche Shahrzad in "Tagnga", mentre la coppia Vossoughi-Shahrzad compare in "Gheisar" di Masoud Kimiai, uno dei più grandi successi della storia in Persia). Vuole che Panahi consegni al divo un particolare messaggio con dono... Ma Vossoughi non può tornare in Iran, mentre Panahi non può uscire dal paese!



Quanto agli ostacoli di oggi, e ai cambiamenti intercorsi, non deve sfuggire l'accenno al ruolo della tecnologia e dei nuovi media, che non solo consentono agli aspiranti artisti di trovare espedienti per diffondere la propria voce, e realizzare video di qualità professionale, ma anche allo stesso Panahi di continuare a fare film in clandestinità; in questo caso, utilizzando una videocamera molto flessibile inviatagli da sua figlia, che risiede in Francia. Alla Jafari che si dispera per aver abbandonato il set ('della signora Hekhmat': verosimilmente questo film) per inseguire Marzieh, il nostro risponde che dalle difficolà può nascere qualcosa di positivo.
Certo, in queste condizioni, i film di Panahi denotano spesso una presenza ingombrante del loro artefice; ma non è detto che non sia una precisa scelta espressiva e che verrebbe abbandonata una volta ottenuto il nulla osta delle autorità. In ogni caso, la sua riflessione acquisisce di volta in volta maggiore complessità, e merita di essere seguita.

"Tre volti" ha vinto il Premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 71. Contrariamente  a quanto era  avvenuto  per "Taxi Teheran", in  cui  il  nome  dei collaboratori  non  appariva  nei  titoli  di  coda,  questa  volta  c'è  il  cast  tecnico  al  completo. Forse il clima in Iran sta cambiando, e la questione Panahi è in via di risoluzione.


*Continua dunque la rinnovata attenzione verso il cinema iraniano degli anni 60 e 70, che avevamo già rilevato in film come "Il cliente" e "A Dragon Arrives!"

venerdì 23 novembre 2018

The Cycle, Dariush Mehrjui (1974)

Il giovane e indigente Ali porta suo padre, sofferente da due anni di una malattia gastrointestinale che gli toglie le forze, dai sobborghi fino al centro di Teheran. Di fronte a un ospedale incontrano il dott. Sameri, che gestisce un'opaca banca del sangue, contaminato prima essere consegnato alle cliniche, e che convince l'ignaro Ali a donare il proprio dietro compenso. Ottenuta poi una visita, il ragazzo si innamora dell'infermiera Zahra, riesce col suo aiuto a portare del cibo ospedaliero al padre, inizia a collaborare con Esmail, addetto alle forniture dell'ospedale che arrotonda vendendo cibo scadente ai vagabondi. Gradualmente Ali, con sempre meno scrupoli, si inserisce nel ciclo economico illegale nell'indotto della clinica, e trascura suo padre, che non sopravvive.


Nuova collaborazione, dopo il capolavoro "The Cow", tra Dariush Mehrjui, lo scrittore Gholamhossein Saedi (che adatta un suo racconto insieme al regista) e gli attori Ezzatolah Entezami e Ali Nasirian, cui si aggiungono il protagonista Saeed Kangarani (recentemente scomparso, come Entezami) e la diva del filmfarsi (il cinema commerciale prerivoluzionario) Firouzan.

"The Cycle" (Dayereh-ye Mina) è il racconto della perdita di innocenza da parte di un giovane a contatto con l'inefficienza, la corruzione, l'illegalità endemiche nella società urbana e modernizzata degli anni 70.
Generalmente considerato tra i film più riusciti del regista, è però parzialmente irrisolto sul piano stilistico: da un lato il crudo realismo di sequenze come quella nella sala d'attesa del dott. Sameri - popolata da tossicodipendenti e vari diseredati questuanti - che però non raggiungono l'intensità drammatica di "TheCow"; da un altro la satira della sistema sanitario iraniano - con medici che scherzano e mangiano davanti ai pazienti, e cadaveri trasportati in un magazzino seminterrato - non accompagnata da un adeguato scarto di tono verso la commedia; da un altro ancora le poche, del tutto insolite, davvero delicate scene di seduzione e affetto tra Ali e Zahra.




Realizzato nel 1973-1974, il film viene bloccato per oltre tre anni su richiesta dell'Associazione Medici Iraniani. Affinché venga distribuito si prodiga direttamente l'imperatrice Farah Diba. Nel mentre, Saedi viene arrestato e torturato per motivi politici.
Una volta proiettato, "The Cycle" ha un impatto sociale tale da portare alla creazione di una banca nazionale del sangue.

Il titolo è ispirato a un verso di Hafez sul ciclo dell'universo e della vita, in ossequio alla filosofia mistica del regista, anche se il richiamo ai Cieli si perde nella traduzione. Ma può riferirsi anche alla circolazione del sangue nel corpo umano, o all'autoperpetrarsi dell'attività criminale.
 

venerdì 16 novembre 2018

Two Women, Tahmineh Milani (1998)



Principale esponente della seconda generazione di cineaste iraniane - che segue quella guidata da Rakhshan Bainetemad - Tahmineh Milani, classe 1960, realizza i film più apertamente politici e attenti alla condizione della donna. Con l'ottimo "Two Women" (Do zan) firma quasi un manifesto femminista.

La protagonista del film è una sola, Fereshteh, studentessa di architettura nei giorni turbolenti della Rivoluzione (su cui il film sorvola). L'altra donna, Roya, ne è il contraltare. Compagna di studi, meno dotata di lei ma più benestante, ha un matrimonio felice e trova impiego nell'edilizia. Fereshteh, invece, è perseguitata da un uomo che vuole sposarla, e che minaccia di sfregiarla con l'acido e di accoltellarla. Per sfuggirgli provoca un incidente automobilistico e viene arrestata. Un altro uomo paga la cauzione per il rilascio, per poi rivendicare il diritto a prenderla in moglie. Cedendo alle insistenze, la donna accetta; finirà segregata in casa, senza la possibilità di avere contatti con Roya e con l'esterno, privata del diritto allo studio, madre di due figli non desiderati.

All'interno di una struttura a flashback, la Milani, grazie anche alla straordinaria attrice protagonista Niki Karimi, tratteggia con grande forza drammatica un memorabile ritratto di donna intraprendente, intelligente, passionale anche nella compessità dei sentimenti nei confronti del marito. Tante le sequenze vibranti, a partire dal ritrovo delle due amiche. Il punto di vista, funzionale a celebrare il bisogno di emancipazione, ma anche l'amicizia e la solidarietà femminili, va un po' a scapito dei personaggi maschili, monodimensionali nel loro rozzo e violento ossequio a una mentalità reazionaria.



La scelta di ambientare il racconto in due epoche diverse vuole indicare un peggioramento, con il consolidamento del regime degli ayatollah, non solo della condizione nella donna, ma anche del libero accesso alle università, che negli anni 80 vengono chiuse, a danno della generazione della regista. Il racconto ha infatti una parziale origine autobiografica: studentessa e praticante architetto prima di passare al cinema, Tahmineh Milani ha seguito un percorso simile a quello di Roya.
Tuttavia, la possessività degli uomini emerge già nel corteggiamento molesto del primo spasimante.

Nelle proteste a inizio film si intravvedono icone comuniste. La militanza comunista sarà tema del successivo "The Hidden Half" (2001), che costerà il carcere all'autrice.

domenica 11 novembre 2018

Il mondo del cinema contro le sanzioni Usa all'Iran

Una petizione, nominata "Voices against Sanctions", è stata lanciata su Change.org, per protestare contro le sanzioni degli Stati Uniti all'Iran. Il mondo del cinema è in prima fila, tra i primi firmatari infatti troviamo i registi Rakhshan Banietemad, Asghar Farhadi, Bahman Farmanara, Kianoush Ayyari, Mojtaba Mirtahmasb, Seyfollah Samadian, Khosrow Sinai e l'attrice Marziyeh Vafamehr. Parliamo di molti nomi che hanno fatto la storia del cinema iraniano, alcuni attivi già prima della Rivoluzione islamica.

La regista Rakhshan Banietemad





Il testo della petizione recita:

Mentre gli stati comunicano attraverso la politica, le persone cercano empatia, pace e amicizia. La storia delle arti e della cultura ha raccontato le gioie e le sofferenze delle persone e delle comunità.

Come artisti, come attivisti civili dell'Iran, vi parliamo al di sopra della politica:

Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro l'Iran. Tali misure non hanno mai portato al popolo iraniano ciò che i politici proclamano: diritti umani, libertà e una vita migliore. Ogni iraniano pagherà personalmente il prezzo per queste sanzioni.

I politici andranno e verranno, ma le ricadute delle loro decisioni disastrose saranno un incubo per le generazioni a venire.

Se ci uniamo alle voci di tutto il mondo per attirare l'attenzione sugli effetti devastanti di queste sanzioni sul popolo iraniano, possiamo fermare le decisioni e le politiche divisive attuate dai politici.

Uniamo le voci.

#joinvoicesagainstscantions

Si può aderire a questo link:
https://www.change.org/p/voices-against-sanctions


sabato 10 novembre 2018

Tutti lo sanno, Asghar Farhadi (2018)



In occasione del matrimonio della sorella, Laura (Penélope Cruz) torna con i figli nel proprio paese natale, nel cuore di un vigneto spagnolo di proprietà del suo amico Paco (Javier Bardem), mentre il marito Alejandro (Ricardo Darín) è rimasto in Argentina. Ma un avvenimento inaspettato turberà il suo soggiorno facendo riaffiorare un passato rimasto troppo a lungo sepolto.

Il secondo film europeo di Asghar Farhadi, una coproduzione tra Spagna, Francia, Italia, già alla presentazione a Cannes era andato incontro ai giudizi negativi pressoché unanimi della critica. In effetti, lo diciamo subito, è forse il film meno convincente del regista. Proviamo a capirne i motivi, senza ripercorrere nel dettaglio la trama, confrontando invece "Tutti lo sanno" con le caratteristiche che hanno fatto grande il cinema di Farhadi.

L'accusa di aver rappresentato una Spagna da cartolina è infondata, il problema è semmai l'opposto: il film potrebbe essere ambientato ovunque, al netto dei divieti che Farhadi può incontrare in patria (curioso che un musulmano racconti le gesta di produttori di vino; infatti le goffaggini non mancano). Non c'è la cappa della società a soffocare le scelte di vita dei personaggi; pretestuosi appaiono i riferimenti fatalistici a Dio da parte di Alejandro, della religione cattolica resta solo il rito del matrimonio. Ricorre il tema dell'espatrio ma, davvero, non aggiunge nulla. Se non c'è Spagna, non c'è neanche Argentina (per il terzo protagonista Farhadi inizialmente pensava a un turista americano). L'emigrazione e il ritorno in patria non sono elementi che contribuiscono a lacerare gli animi dei personaggi, a differenza che in molti altri film, ad esempio nella trasferta francese de "Il passato".



I protagonisti non sono persone più istruite della media, con un'autorevolezza morale da rimettere in discussione (magistrale in tal senso "Il cliente"). La moglie di Paco fa l'educatrice, ma è un personaggio secondario, e lo sguardo sui ragazzi 'difficili' che lei segue, e che sono presenti nel film, è assente. Anziché un confronto tra ceti, il regista abbozza un discorso di classe, tra proprietari terrieri produttivi in ascesa ed ex possidenti, e tra viticoltori e braccianti, ma è talmente superficiale da passare inosservato. Come l'autore conosce bene la realtà urbana e i suoi abitanti, l'ambiente della comunità agricola gli è palesemente estraneo. Non è solo una questione geografica. Maggiore credibilità ha invece il tema del denaro, se astratto dal contesto: la necessità di averlo, il pudore e l'orgoglio ferito di chi è costretto a chiederne in prestito, le passate fortune perdute e rinfacciate; sono elementi che si inseriscono, per la prima volta in modo così prepotente, e non scontato, in dinamiche tra personaggi che invece sono consuete.

Resta infatti il cuore del cinema di Farhadi: la famiglia, coi suoi drammi, le separazioni, le accuse vicendevoli. È in quest'alveo che si sviluppa la parte migliore del film, quella centrale che coincide con l'arrivo di Alejandro dall'Argentina, in cui emerge un minimo di riflessione intellettuale, sulla paternità e le responsabilità che comporta; ma soprattutto si ritrova la capacità di scrittura dell'autore, in grado di avvincere complicando la vicenda, scavando nel passato dei personaggi, mettendo in discussione le verità acquisite. Peccato che anche la visione generazionale risulti grossolana. Di solito i figli sono solo testimoni delle bugie e dei litigi dei genitori ("Una separazione", "About Elly"), in questo caso c'è una vittima esplicita.



Spesso si accosta l'arte di Farhadi al thriller o ad altri generi analoghi. Ciò è dovuto sia alla straordinaria tensione drammatica, sia al meccanismo di indagine retrospettiva, alla ricerca di sconvolgenti verità ignote che ribaltano di continuo ragioni e torti. Qui il dispositivo drammaturgico è più banale. Come filo conduttore c'è un giallo, che si risolve di colpo e non per gradi, mentre la sconvolgente verità sul passato è in realtà molto prevedibile. I finali aperti dei film precedenti non erano un mero vezzo autorialistico, bensì l'attestato della complessità sociale e psicologica delineate, su cui il giudizio era appannaggio dello spettatore e non del regista. "Tutti lo sanno" si muove alla ricerca di colpevoli senza appello, e infine spiega troppe cose delle vittime. Riesce a intrattenere per larghi tratti, e non è poco, ma è lecito aspettarsi che un regista di tal rango eviti certi scivoloni e mantenga un'alta tensione morale e intellettuale.

sabato 20 ottobre 2018

The Key, Ebrahim Forouzesh (1986)


Lasciato solo in casa, chiuso a chiave dalla madre andata a fare la spesa, il bambino Amir Mohammed deve accudire il fratellino in fasce e badare anche al canarino, alla pentola sul fuoco, all'appartamento. Non tutto è alla sua portata, inoltre i vicini sentono l'odore del cibo cotto e i pianti del neonato. Dunque, meglio per lui trovare la chiave di scorta e aprire il portone per avere aiuto.

Lungometraggio di circa un'ora e un quarto, "The Key" (Kelid) è un tipico, per quanto precoce, e riuscitissimo esempio di produzione del Kanun, L'Istituto (statale) per l'educazione del bambino e dell'adolescente, nel cui alveo sono nati i film che hanno fatto conoscere il cinema iraniano nel mondo. Non a caso schiera due dei fondatori della sezione cinema dell'Istituto: alla regia Ebrahim Forouzesh, alla sceneggiatura e al montaggio Abbas Kiarostami.

Assolumente caratteristico, del Kanun ma anche del cinema del più celebre e prolifico Kiarostami, è il percorso del protagonista, scaturito da un unico, semplice evento, ma tremendamente complicato e tortuoso nel suo sviluppo. Abbandonato, e separato anche metaforicamente da barriere fisiche, dagli adulti  - che pure si stringono in comunità per aiutarlo -, del tutto assente la figura paterna, il bambino è costretto a ingegnarsi e a maturare precocemente, senza darsi mai per vinto. E se in altri film le scorrettezze pedagogiche erano di piccola entità, in questo caso Amir Mohammed scatena una vera e propria distruzione creatrice, mettendo a soqquadro l'ambiente circostante per piegarlo alle sue esigenze. "The Key", giustamente, si interrompe sulla soglia dell'abitazione, a missione compiuta, lasciando i consueti non detti, per esempio il motivo del ritardo della madre.

Un piccolo, memorabile gioiello, purtroppo poco conosciuto.