mercoledì 20 marzo 2019

Il palloncino bianco, Jafar Panahi (1995)





Manca poco più di un'ora al Norouz, il capodanno persiano. Mentre la radio scandisce il conto alla rovescia, la piccola Razieh, sette anni compiuti, chiede a sua madre con insistenza 100 toman per comprare un nuovo e grande pesciolino rosso. Ottenuta una banconota da 500, si addentra tra le insidie di Teheran. Un incantatore di serpenti la spaventa facendo finta di dare i soldi in pasto ai rettili; arrivata al negozio si rende conto di aver perso la banconota. Quando la ritrova, non riesce a impedire che un colpo di vento la faccia finire sotto una grata. Il fratello maggiore Ali prova ad aiutarla nel recupero; un soldato si ferma a fare due chiacchiere. Ma Razieh può parlare con uno sconosciuto? Mentre la pioggia complica le operazioni, un ragazzino che vende palloncini fornisce l'aiuto decisivo, attuando un'idea di Ali.

L'opera prima di Jafar Panahi, già assistente di Abbas Kiarostami, che firma la sceneggiatura, è una classica quanto freschissima produzione nello stile dell'istituto pedagogico Kanun, i cui film hanno tanto influenzato il Panahi spettatore. La caparbietà aiuta i bambini a crescere e a stare al mondo, nonostante la sorda indifferenza degli adulti, dei quali i piccoli riescono in ultima istanza a fare a meno.
Se alquanto kiarostamiana è la sostanziale assenza della figura paterna, significativamente chiuso in casa, non inquadrato, ma che non si esime dall'impartire ordini autoritari, il regista esordiente denota già quelle attenzioni all'universo femminile e al caos della capitale che caratterizzeranno gran parte della sua filmografia.

Lunghe inquadrature, predilette rispetto agli stacchi di montaggio, accompagnano Razieh un un breve (meno di un'ora e venti) percorso a tappe, dalla valenza metaforica, verso l'appagamento di desideri infantili, perseguiti con senso del dovere (rifiuta di prendere il pesce rosso e di pagare in un secondo tempo), molta ingenuità, incrollabile costanza, e con l'aiuto di altri giovani. La circonda una Teheran laboriosa, brulicante di umili mercanti, ambulanti o bottegai.

Curioso che Ali faccia notare alla sorella che con 100 toman si può andare due volte al cinema. Parla a nome dell'autore e delle sue passioni?




Camera d'or a Cannes per la migliore opera prima e inizio di una carriera tanto gloriosa quanto travagliata: anche un film limpido e all'apparenza innocuo come "Il palloncino bianco" (Badkonake sefid) ha rischiato di non poter concorrere agli Oscar, a causa di tensioni diplomatiche tra Iran e Usa.

Per il "Guardian", è uno dei migliori film per famiglie. Per i lettori di questo blog, il quarto film iraniano più bello di sempre.



domenica 10 marzo 2019

Il miglior film iraniano per i follower di Cinema Iraniano

Ho proposto ai follower della pagina Facebook di eleggere il miglior film iraniano di sempre. Il sondaggio è iniziato il 2 febbraio e si è concluso il 9 marzo. Trascrivo qui i contenuti dei post e riporto tutti i risultati.





Sondaggio in due tempi

PRIMA FASE: nominate il vostro film iraniano preferito in assoluto. Valgono anche più film a pari merito, senza limiti di numero. C'è tempo fino a sabato 9 febbraio

SECONDA FASE: gli 8 film nominati più volte si sfideranno uno contro l'altro, in un mini torneo a eliminazione diretta. Il più votato sfiderà l'ultimo, il secondo il penultimo, e così via, dai quarti di finale alla finalissima.

Non valgono i film di registi iraniani prodotti all'estero. Esempi: Rhino Season, The President, Monte, Qualcuno da amare, Tutti lo sanno. Nemmeno i film sull'Iran prodotti altrove. Esempi: Persepolis, Donne senza uomini, A Girl Walks Home Alone at Night, Under the Shadow. Valgono i film girati all'estero ma di produzione iraniana. Non faccio esempi per non influenzare il sondaggio, ma in caso di dubbi consultate IMDB o altre fonti.

Votate commentando qui sotto [nel post di Facebook], non su altre bacheche che condividono il post, altrimenti perdo il conto. Grazie.

Buon divertimento!

Nel post ci sono tutte le candidature raccolte nella prima fase:


I DIMENTICATI

Conclusa la prima fase del sondaggio. Tra i film che non hanno preso neanche una menzione, ce ne sono di importanti e famosi:

About Elly, Asghar Farhadi
Dieci, Abbas Kiarostami,
Il dubbio, Vahid Jalilvand
Il silenzio, Mohsen Makhmalbaf
La mela, Samira Makhmakbaf
Lo specchio e Tre volti, Jafar Panahi

Col senno di poi, li avreste esclusi?

I QUALIFICATI

Nella prima fase del sondaggio, ben 62 film hanno preso almeno una preferenza! Questi gli otto più votati, che si sfideranno nella seconda fase:

Il sapore della ciliegia
Dov'è la casa del mio amico
Una separazione
Il palloncino bianco
Close-up
Il tempo dei cavalli ubriachi
Pane e fiore
Il corridore

Il regista con più titoli è Kiarostami (9), seguito da Panahi (6).

Qui i conteggi completi .






Risultati dei quarti di finale:


Risultati delle semifinali:


Risultati della finale:



Dunque "Il sapore della ciliegia" è il vincitore! I follower sono decisamente in sintonia con il creatore del blog.

Sommando il numero di candidature iniziali e i voti raccolti dagli sconfitti negli scontri diretti, si può stilare una top-8, che suggella il trionfo di Abbas Kiarostami, ancora amatissimo a quasi tre anni dalla morte:

1) Il sapore della ciliegia
2) Dov'è la casa del mio amico
3) Close-up
4) Il palloncino bianco
5) Una separazione
6) Il corridore
7) Pane e fiore
8) Il tempo dei cavalli ubriachi


Il gioco è stato un successo, ringrazio di cuore tutti quelli che hanno partecipato.
E, sempre, viva Kiarostami!



































venerdì 8 marzo 2019

My Tehran For Sale, Granaz Moussavi (2009)




Marzieh è una giovane attrice di pantomima che vive e lavora a Teheran, scontrandosi con la censura governativa. Un suo spettacolo viene messo al bando e Marzieh è così costretta a proseguire clandestinamente l'attività artistica. In un rave segreto incontra Saman, un iraniano che ha acquisito la cittadinanza australiana e si offre di aiutarla nell'ardua impresa dell'espatrio.

Sembrerebbe un film straniero sull'Iran, in realtà è una co-produzione tra Australia ed effettivamente Iran che viola coraggiosamente le regole censorie vigenti per l'industria cinematografica persiana, a partire dall'abbigliamento femminile e dai contatti tra donne e uomini, per giungere a tematiche tabù come: uso di droghe, gioco d'azzardo, aborto, AIDS, tentativi di lasciare il paese con modalità e pretesti disparati. 
Da una struttura temporale frammentata, esce l'abbozzo di un affresco generazionale, anche toccante laddove accompagnato dalle splendide canzoni di Mohsen Namjoo.
"My Teheran for Sale" si apre all'insegna del contrasto, con un insistito montaggio parallelo che alterna la musica moderna di una discoteca con quella folk di un rifugiato afgano. L'immigrazione (anche dal lato dell'ingresso di Marzieh in Australia) è un altro dei molti, troppi temi del film, che finiscono inevitabilmente con l'essere trattati con superficialità. A uniformare il destino delle due diverse categorie è l'intervento della gendarmeria, che reprime indistintamente chi ha buone ragioni per voler entrare in o uscire dall'Iran richiedendo, con difficoltà, la protezione internazionale.

Il film è stato girato segretamente nell'arco di due mesi senza l'approvazione del governo; una copia elettronica è stata poi esportata di nascosto e post-prodotta ad Adelaide. 




Per aver recitato in questo film, circolato clandestinamente in patria, l'attrice Marzieh Vafamehr, moglie del cineasta Naser Taghvai, è stata condannata a un anno di prigione e a novanta frustate. Anche in seguito alla pressione internazionale, la pena è stata ridotta in appello a tre mesi di carcere più il divieto di recitare ed emigrare all'estero. Vafamehr si è rivista nel 2017 nel cortometraggio "Gaze" di Farnoosh Samadi.
La sua rasatura nel film sembra citare "Dieci" di Abbas Kiarostami, mentre l'ambiente culturale underground iraniano è al centro di un opera coeva a "My Teheran for Sale" come "I gatti persiani" di Bahman Ghobadi.

La regista e sceneggiatrice Granaz Moussavi, che nella pellicola compare, è anche una rinomata poetessa.
Esiste ed è facilmente reperibile un'edizione italiana, che sconta però un doppiaggio inadeguato non solo nella recitazione, ma anche nella resa dei dialoghi. 

domenica 3 marzo 2019

Collision, Sirus Alvand (1992)


Un giovane, al volante della macchina di suo padre, accompagnato da suo cugino, investe un uomo, lo uccide si dà alla fuga. Questo malcapitato era appena uscito dall'ospedale dove era stata ricoverata la moglie, malata di insufficienza renale. La morte del marito la fa cadere ancora di più nella disperazione e la sua salute peggiora. Intanto la polizia fa le proprie indagini sull'investitore pirata, ma quando viene arrestato il padre, questi cade dalle nuvole…

Sirus Alvand ha iniziato la sua carriera come critico cinematografico e sceneggiatore e ha diretto il suo debutto cinematografico "Sanjar" nel 1971: è tra i cineasti dell'epoca pre-rivoluzione che stanno ancora lavorando. Alcuni dei suoi film sono stati successi al botteghino e nel 1993, ha vinto un Crystal Simorgh come miglior regista all'11 ° Festival Internazionale del Film di Fajr .
Questo suo film si potrebbe dire etico, con un finale conciliatore dove il cugino del protagonista offre un rene per salvare la moglie del malcapitato, vittima dell'incidente, e che arriva quasi forzato in una trama dove, purtroppo, vengono invece dati come etici alcuni temi che sarebbero difficilmente accettati da un pubblico occidentale: si parla di un matrimonio combinato tra famiglie ricche per aumentare i profitti senza il consenso della sposa (che alla fine va a rotoli), si apprende che in Iran ci sono ospedali legali dove la povera gente vende un rene e il medico dice dove possono andare a comprarlo; ignoro le leggi iraniane ma stupisce che se vieni fermato dalla polizia devi portare le scritture originali della proprietà della tua casa. La storia non è progressista e i personaggi non sono convincenti nel loro agire. Insomma, il film risulta alla fine come appena sufficiente, ma per chi voglia vedere tanto cinema iraniano, è una finestra su quel paese al principio dei '90.

Articolo di Nicola Pezzella





sabato 2 marzo 2019

Gheisar, Masoud Kimiai (1969)

Il 1969 segna di inizio della Nouvelle Vague iraniana, anticipata dai lavori pioneristici della casa di produzione di Ebrahim Golestan. Nel '69 escono da un lato "The Cow" di Dariush Mehrjui, che guarda più alle scuole europee, dall'altro "Gheisar" di Masoud Kimiai, che modernizza il tradizionale persiano tough-guy movie (film con protagonista il 'duro' del quartiere), sottogenere del commerciale filmfarsi.






La pellicola di Kimiai, tra le più importanti del cinema prerivoluzionario e tra i più grandi successi di sempre in Iran, ha la trama di un revenge movie fortemente intriso di connotazioni morali, intorno al tema dell'onore leso.

La giovane Fati si suicida dopo essere stata violentata e messa incinta da un uomo che si rifiuta di mantenere la promessa di sposarla. Suo fratello Faarman (Naser Malek Motiee), che dopo il pellegrinaggio alla Mecca non è più la testa calda di un tempo, si propone di vendicarla, ma viene ucciso dai parenti dello stupratore. Di ritorno da un viaggio di lavoro, l'altro fratello Gheisar (Behrouz Vossughi), nonostante la contrarietà della sua onesta e rispettabile famiglia, decide di eliminare, uno per uno, i tre responsabili degli eventi accaduti, anche a costo di rompere il fidanzamento con A'azam, la ragazza di cui è profondamente innamorato, in questo modo disonorandola.

L'ottima regia di Kimiai migliora una storia piuttosto convenzionale, soprattutto grazie ad alcune sequenze fortemente scenografiche, che corrispondono principalmente ai fatti di sangue. La prima vendetta di Gheisar si consuma sotto una doccia dei bagni termali pubblici; una chiara citazione di "Psyco", ma priva di commento musicale. La seconda è in una macelleria, con una similitudine esplicita. La terza è anticipata da un sottofinale significativo e altrettanto suggestivo e riuscito: dato l'addio ad A'azam, Gheisar rintraccerà la sua preda (in un deposito ferroviario in cui sarà braccato dalla polizia) grazie alla conturbante ballerina Soheyla (Shahrzad), che la notte prima dello scontro lo ospita a casa, dopo essersi esibita in un provocante numero di canto e danza, tipico del filmfarsi. La sequenza si conclude con il protagonista che pare non cedere alla seduzione, essendo concentrato su quanto lo attende il giorno dopo.




La chiave della popolarità del film sta senz'altro nella commistione tra la spettacolare drammaticità della vicenda e i valori conservatori incarnati dall'antieroe (il cui eloquente nome significa 'Cesare'), evoluzione della figura-tipo del luti, generoso coi poveri, i deboli e le donne, ma qui deciso a compiere atti criminali per amore e rispetto verso la propria famiglia; il 'duro', morso da dolore e rabbia, piange solo per sua madre, morta di crepacuore per le tragedie occorse.

Con "Gheisar" si afferma la stella di Behrouz Vossoughi, il divo più popolare della storia del cinema iraniano. Gli episodi di fanatismo nei suoi confronti sono quasi inimmaginabili per il pubblico occidentale. Ad esempio, a Tabriz la folla lo solleva e lo trasporta sulle braccia dall'hotel al cinema dove è proiettato il film.




I titoli di testa, che inquadrano i tatuaggi di un corpo muscoloso, raffiguranti personaggi ed episodi de "Il libro dei re" di  Ferdousi, sono a cura di Abbas Kiarostami, all'epoca grafico e non ancora regista.

All'uscita, il film divide la critica, comunque in prevalenza favorevole. Secondo i detrattori, lo stile di ripresa occidentaleggiante non si sposa con un contesto così esageratamente tradizionale. Nel 2009 la rivista "Film" inserisce "Gheisar" tra i migliori lungometraggi iraniani di sempre.
Infine, nel 2018 Vossoughi e Shahrzad vengono omaggiati da Jafar Panahi in "Tre Volti".  L'attrice è il terzo volto, quello nascosto; colei che oggi vive in Iran ma nei film non può nemmeno comparire.


I sottotitoli in italiano di "Gheisar" si possono scaricare cliccando qui.
















 







 


domenica 24 febbraio 2019

Djomeh, Hassan Yektapanah (2000)


Il ventenne Djomeh racconta al datore di lavoro, l'allevatore Mahmoud, il motivo per cui ha lasciato il suo paese, l'Afganistan: non per soldi, non per la guerra, ma perché era innamorato di una donna di dodici anni più grande e le famiglie si sono opposte alla relazione. Djomeh gira per la campagna e prende confidenza con le usanze dell'Iran. Si invaghisce della ragazza che lavora in un negozio di alimentari e altre merci, dove si reca di continuo sottraendo tempo al lavoro e sperperando denaro. Giunge a chiederle di sposarlo, nonostante le diffide del suo collega e connazionale Habib, più grande di lui, con cui divide la stanza. E i cui consigli, forse saggi per quanto espressi con durezza, cadono nel vuoto.

Esordio dell'allievo di Abbas Kiarostami Hassan Yektapanah, che firma regia, sceneggiatura e montaggio e recupera gli stilemi più neorealisti del maestro senza farne maniera: suoni ambientali in risalto, a partire dai versi degli animali; lunghi dialoghi in auto (con Mahmoud) molto piacevoli; una fotografia naturalista e un'ambientazione che ricordano la trilogia di Koker. Quella descritta è una realtà umile e periferica in cui  'chi ha qualche mucca' è un 'manager di campagna, così diverso da 'chi scrive e porta gli occhiali', che è un 'capo ufficio'.

Memorabile il protagonista, ragazzo mite, ingenuo e sentimentale. Nell'incipit viene sgridato per essere stato da un santone e per essersi lavato via l'odore di vacca, a testimoniarne la credulità e il candore. Alla fine il suo idealismo verrà deluso, in un mondo in cui le barriere nazionali contano e non sempre ci si può fidare delle persone.



"Djomeh" è uno dei film sui quasi tre milioni di rifugiati afgani in Iran; segue "Il ciclista" di Mohsen Makhmalbaf (1988) e precede il quasi contemporaneo "Baran" di Majid Majidi (2001).
Ha vinto la Caméra d'or per la migliore opera prima al festival di Cannes. Quando poi a Jalil Nazari, l'attore non professionista protagonista del film - egli stesso un richiedente asilo -, è stato negato il visto di rientro in Iran da un festival in Germania, la vicenda ha ispirato un altro film, il documentario "Heaven's Path", diretto da uno degli attori di "Djomeh", Mahmoud Behraznia.


Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando qui.





martedì 19 febbraio 2019

Farhadi: Oggi nel mondo non c'è comunicazione tra culture e tra persone

Il sito c7nema ha pubblicato in questi giorni un’intervista ad Asghar Farhadi, raccolta la scorsa estate a margine di una masterclass all’interno del FEST di Espinho (Portogallo). Ho tradotto, e riporto, ampi estratti in cui il regista parla di cinema - in Iran e più in generale. A questo link, invece, l’integrale in portoghese.
Alla masterclass di FEST. Foto: Cecilia Melo


Ha girato “Tutti lo sanno” in Spagna, tuttavia è una storia che potrebbe accadere in Iran.

Se volessi filmare questa storia in Iran, sarebbe leggermente diversa. Ma sì, potrebbe succedere anche là. Tuttavia, questo film è stato una sfida perché mi confrontavo con una cultura che non è la mia.


Ci sono delle somiglianze tra la cultura spagnola e quella iraniana?
Quando immaginiamo altre culture, l’idealizzazione è davvero molto diversa dalla realtà. È solo quando siamo in contatto con queste culture che percepiamo le differenze, specialmente a livello emotivo.

Tuttavia, l'amore ha sempre la stessa faccia, a prescindere dalla cultura, così come l'odio. Il rapporto di coppia, o tra una madre e un bambino, hanno la stessa corrispondenza in luoghi diversi. Ma è nell'espressione e nell'esibizione di questi sentimenti che troviamo le differenze culturali.

Nel mio paese, ad esempio, genitori e figli sono costantemente in discussione prima di mostrare qualsiasi sentimento. Forse, in Giappone non si toccano nemmeno.

Il modo in cui si esprimono è diverso.


Quello che ha affermato nella masterclass FEST è che il cinema iraniano è molto vasto, ma noi [occidentali] ne conosciamo una piccola parte. Quello che ci viene in mente è principalmente un cinema politico, ma il suo cinema è fuori da questo territorio, perché lei è un cineasta legato alla morale piuttosto che alla politica.

Penso che se il tuo oggetto filmico riguarda le persone e le società in cui si muovono - dietro l'aspetto politico – devi approcciarti alla moralità. Non voglio essere un regista politico, perché non parlo direttamente con la politica, perché, in qualità di regista, non è il mio lavoro. Per quanto riguarda la moralità, il mio ambito è quello.

Cerco qualcosa che dica ciò che è giusto o che è moralmente sbagliato. Ma siccome non sappiamo valutarlo, i miei film parlano di dilemmi.

Tuttavia non mi avventuro, nei film, a creare situazioni morali: descrivo, e accompagno lo spettatore attraverso un territorio morale.


Ma il cinema può essere politico?

Sì, nel senso buono e cattivo. Ad esempio, ci sono molti film provenienti dagli Stati Uniti che servono come armi di distruzione. Distruggono culture e altre società. Questo non lo chiamo cinema, si tratta di altri affari.

Il cinema popola immensi territori: culturale, morale e psicologico. Nel caso in cui lo spettatore sia interessato alla politica, può vedere tutti i film in quell’ottica.


Come afferma, la politica è soprattutto una prospettiva. Ricordo che all'epoca di “Una separazione” diversi gruppi sostenevano che si trattava di un film che incitava all’emigrazione dall’Iran.

Non tutte le persone nel mio paese, ma coloro che hanno rapporti con agenzie governative o che si identificano con tali dottrine trovano e cercano nei film qualche tipo di messaggio.


Una separazione

 

Ma è d'accordo sul fatto che ci sia una sorta di pressione per i registi in Medio Oriente per fare cinema politico?


Sì. Forse non nel suo paese o in Spagna, ma in Francia, in Scandinavia, negli Stati Uniti, vedono il regista del Medio Oriente come qualcuno che sta trasmettendo informazioni al pubblico su ciò che accade in quell’area. Ma questo non è il nostro lavoro. Molti non riescono a capire che tanti cineasti vogliono fare film solo perché amano davvero il cinema, non per riferire o segnalare.

Ovviamente questo non vuol dire che non si faccia cinema politico: quello che succede è che spesso chi vede i film non ha la conoscenza di ciò che sta accadendo nel nostro paese e si aspetta una conferma di ciò che i Media trasmettono costantemente.


Ed è per questo che hai deciso di fare questo film, che non ha relazioni con l'Iran? Mentre “Il passato” aveva mantenuto le connessioni.

Sì, uno dei motivi per cui ho voluto fare “Tutti lo sanno” in Spagna, è stato vedere la reazione del pubblico verso un film senza alcun collegamento con l'Iran. Altrimenti ricevo sempre un sacco di domande politiche sul mio paese; è noioso perché voglio parlare di cinema e devo affrontare la politica.


Ma molti festival usano la "politica" nei film iraniani per promuoversi. Ricordiamo Jafar Panahi, un regista a cui è vietato fare film, ma che allo stesso tempo li gira, e che probabilmente realizza più film di molti registi in libertà. La verità è che quando uno dei suoi film viene selezionato, è tutta pubblicità per il film , 'il regista che resiste' e il festival.

Non tutti i festival, ma sì, alcuni lo fanno. Ciò che conta per questi eventi non è la questione politica intorno ai film, ma il fatto di avere lo scoop e, con ciò, l'attenzione degli spettatori e della stampa.

Jafar è mio amico e cerca di avere amicizie, nonostante i divieti, anche perché ama il cinema.


Che dire della censura? Ne ha mai sofferto nel suo paese?
Ti riferisci a tagli o impedimenti?


Sì.


Non proprio. E attenzione, non li conosco [i membri del comitato di censura]. Ma chi vuole fare film, deve mandare alcune pagine della sceneggiatura al comitato.

L’aspetto positivo è che questo comitato è composto, oltre che da esponenti del governo, da persone che lavorano nell'industria cinematografica, tra cui registi, che cercano di semplificarci la vita. Nel caso del cinema commerciale, a loro non importa, a differenza che con alcuni film di registi che vogliono davvero trasmettere un messaggio.

Se sei nato e cresciuto lì, finisci sempre per trovare un modo per aggirare la censura. Non dico però che questo atteggiamento ci aiuti.


Ma questo atteggiamento ha mai influito su un suo film?

Sì, perché finiamo per creare dentro di noi un'autocensura, anche se non ce ne rendiamo conto.


I suoi film si riferiscono principalmente a equivoci, questo può essere visto come una metafora dello stato del mondo?

Sì, è un grosso problema di questi tempi, non solo nel mio paese ma in tutto il mondo. Oggi, con tutta la tecnologia che abbiamo a nostra disposizione e ovviamente mi sto riferendo al ruolo dei social network, non riusciamo a comprenderci. Parliamo molto, ma non ci capiamo.


Cioè, è un problema di comunicazione?

Sì, perché o non vogliamo comunicare, o la nostra lingua non ce lo permette. A volte vogliamo esprimerci emotivamente, ma non siamo in grado di descrivere le stesse cose a parole. Al giorno d'oggi, il nostro mondo ha questo grande problema: non comunichiamo, sia tra culture, sia tra persone sia anche nelle coppie.


Lei menziona costantemente Bergman e, in qualche modo, ha qualcosa in comune con il regista svedese. Entrambi oscillate tra pièce e film. Nel master, ha detto che il teatro si sta avvicinando al cinema e quindi perde la sua identità. Si può evitare questo contagio?

Amo il cinema e quando scrivevo testi per il palcoscenico, li scrivevo come fossero sceneggiature cinematografiche. E questo succede in molte pièce.

Nel mio caso, questo problema mi ha reso non più in grado di fare teatro. Non riesco a pensare teatralmente, solo cinematograficamente.


E il contrario? Funziona? Chiedo perché ne “Il cliente” ha lavorato in entrambi gli ambiti.

Sì, funziona. Anche perché il teatro e il cinema un legame ce l'hanno. Ne “Il cliente” mi sono avvicinato al testo di Arthur Miller per dimostrare questa connessione tra i due ambiti. Direi che è una relazione amichevole, ma nei miei film c'è soprattutto una separazione, perché ciò che mostriamo sullo schermo, passando attraverso i movimenti degli attori, è il cinema. Cerco di iniettare vita in loro, separarli dal teatro.


Il cliente
Tornando alla masterclass , ha detto che se almeno due spettatori escono da una commedia teatrale, questa è un fallimento. La stessa cosa per un film. Quindi, per lei, il cinema è soprattutto una questione di consenso?

Quello che ho detto è che il primo obiettivo di una commedia o di un film è mettere lo spettatore seduto al suo posto per guardarlo fino alla fine. Se lo spettatore diventa disinteressato o lascia lo spettacolo, perdiamo.

Ma ci sono due modi diversi. In teatro, per catturare lo spettatore non è necessario avere grandi enfasi drammatiche o accelerare il ritmo. Perché? Perché le persone che vanno a teatro sono pazienti, hanno più tempo a disposizione. Sono venuti a teatro per imparare. Nel cinema, la maggior parte degli spettatori vuole intrattenimento e non imparare. Sono due arti distinte.

Quando ero più giovane non ci pensavo, ma oggi rifletto su quanto posso fare al cinema per tenere lo spettatore seduto. La TV e le sue serie hanno alterato il gusto dello spettatore, che cerca nel cinema qualcosa di più frenetico, e questo è diventato un ostacolo. Lo notiamo nel tipo di produzione corrente. Se chiediamo agli spettatori odierni di guardare film del passato, di un regista giapponese, o di Ford, o di Truffaut, essi ne mettono in discussione il ritmo, li trovano non abbastanza ‘veloci’. E questo è da imputare all'universo della serie e alla modalità di visione.


E cosa ne pensa di questo boom televisivo a cui stiamo assistendo?

So che Netflix e Amazon stanno producendo sempre più contenuti TV, e a volte mi piace guardarli, ma so anche che questo sta uccidendo il cinema, o almeno il modo in cui lo guardiamo. Perché quando vediamo una serie, non abbiamo il tempo di riflettere su di essa, sui personaggi e le situazioni. Nel cinema, abbiamo accesso a questo spazio e questo tempo. Anche perché quando il film finisce, lo spettatore lo porta con sé.


Che mi dice di Netflix? Le è mai stato offerto un progetto?

Sì, lo hanno fatto in Spagna. Volevano produrre “Tutti lo sanno”, ma io dissi di no. Questo è cinema, se qualcuno vuole fare una serie o della televisione, vada da loro. Con Netflix non avrei avuto problemi di budget, ma mi sono fidato dei miei produttori. Volevo che il mio film fosse visto sul grande schermo.