sabato 1 gennaio 2022

Yalda (Massoud Bakhshi, 2019)


La ventiseienne Maryan ha accidentalmente ucciso il sessantacinquenne marito - e benestante datore di lavoro - Nasser Zia, mentre era incinta di suo figlio, e ha già scontato 15 mesi di carcere. Solo Mona, l'unica figlia della vittima, può salvarla dalla pena di morte. Probabilmente lo farà in diretta tv nel corso della trasmissione "La gioia del perdono" in onda la notte di Yalda.

Secondo lungometraggio di fiction, dopo il non riuscitissimo crime "A Respactable Family" (2012), di Massoud Bakhshi, regista che si era creato una solida reputazione in patria con l'interessante documentario "Tehran Has No More Pomegranates!" (2006).
Gran premio della Giuria al Sundance Festival - il più alto riconoscimento per un film non statunitense, "Yalda" è arrivato un po' in ritardo in Italia rispetto ad altri paesi europei per colpa della pandemia, che gli ha precluso la sala e lo ha dirottato per pochi giorni su Sky e NOW Tv.

La coproduzione internazionale si avvale di un cast déjà vu che, a fianco della protagonista Sadaf Asgari (già a Venezia in "Disappearance"), schiera l'habitué Babak Karimi, Fereshteh Sadre Orafaiy ("Il palloncino bianco", "Il cerchio") e Behnaz Jafari ("Lavagne", "Tre volti").

Il chiaro obiettivo è portare alla ribalta alcune peculiarità dell'ordinamento della Repubblica Islamica.




Lo spettatore può infatti scoprire cosa sono Yalda - la festa che si celebra la notte del solstizio di inverno - o il matrimonio temporaneo, indignarsi contro la pena di morte, un sistema del diritto oneroso per i poveri, un istituto islamico a dir poco controverso come quello del perdono che, nella società dello spettacolo, lava la coscienza di tutti coloro che lo sbandierano in pubblico: i parenti delle vittime, le trasmissioni televisive, gli stessi spettatori chiamati demagogicamente al televoto sulle sorti capitali delle persone, il sistema politico che ipocritamente si fregia della magnanima possibilità di salvar vite.

Se quest'ultimo tema anticipa "Un eroe", il film di Asghar Farhadi di imminente uscita, come gli altri argomenti riecheggiano i restanti lavori del premio Oscar, una prevedibile schematicità nello svolgimento ridimensiona l'importanza di "Yalda", affiancandolo più che altro ai drammi morali di Vahid Jalilvand ("Un mercoledì di maggio", "Il dubbio - Un caso di coscienza").

Da un lato è indubbio quanto dichiarato dal regista a Chiara Zanini:

Quello che mi piace del personaggio principale del mio film, Maryam, è che non capiamo mai se è completamente innocente o colpevole. Penso che non lei sia un angelo, soprattutto perché ha accettato di sposare un uomo più vecchio di suo padre, sedotta dalla sua vita lussuosa. Ma allo stesso tempo è vittima dell'avidità di sua madre e, come Lei ha detto, del giudizio preliminare e dell'errore di giudizio delle persone dopo questa morte accidentale.

Dall'altro lato, escludendo la protagonista, gli altri personaggi non sono certo ben caratterizzati né complessi, a partire dall'antagonista Mona, con la sua inflessibile ostilità verso Maryam, con cui si confronta faccia a faccia in trasmissione.




In ogni caso, "Yalda" rientra in un filone che caratterizza il cinema iraniano recente, votato in prevalenza - ma non solo - all'export, di cui costituisce un buon esemplare. 

Rimarchevole è soprattutto la cupa fotografia di Julian Atanassov, che conferisce specificità cinematografia a quest'opera così notturna, evitando l'effetto tv filmata.


sabato 4 dicembre 2021

The Deportees 2 (Masoud Dehnamaki, 2009)

IL PIÙ GRANDE SUCCESSO




Il film iraniano che ha ottenuto gli incassi maggiori di sempre - corretti per l'inflazione - è "The Deportees 2" (Ekhrajiha 2, 2009).

Interpretato da un gruppo di popolari attori, per lo più comici, il film è il secondo capitolo di una trilogia ambientata sul campo della "Guerra Imposta" con L'Iraq (1980-1988). Una serie di film che, alternando scene divertenti a sequenze belliche dalla morale patriottica, racconta di un gruppo di scapestrati che si arruolano volontari per riabilitarsi agli occhi delle donne che vorrebbero sposare.

Nel secondo capitolo, la battuta migliore la pronuncia Akbar Abdi, che interpreta un soldato soprannominato "fava". Catturato dalle truppe di Saddam e intervistato dalla tv irachena sulle ragioni per cui è al fronte, il fante si richiama alla comune fede sciita e afferma: "Siamo solo venuti a vedere la tomba di Hussein a Kerbala. Quando voi venite a vedere la tomba dell'imam Reza, vi trattiamo forse così?"





Il regista dei film è Masoud Dehnamaki, una figura che definire controversa è dir poco: agitatore culturale reazionario, si è macchiato anche di azioni squadriste contro riformisti e studenti.

Il trionfo dei Deportees è limitato al pubblico locale; all'estero sono pressoché sconosciuti, come gli altri film iraniani campioni di incassi. Fanno eccezione alcune opere firmate Dariush Mehrjui, Tahmineh Milani, Majid Majidi, Asghar Farhadi.



domenica 21 novembre 2021

"Se dite che sono governativo, ritiro il film dagli Oscar" Lo sfogo di Farhadi, accusato anche di plagio

Lungo sfogo di Asghar Farhadi che, in un post scritto in persiano pubblicato martedì scorso su Instagram, si smarca dalle accuse di essere vicino alle istituzioni della Repubblica Islamica. 





Questo è il post di Farhadi (traduzione di Sara Fallah):

Nel corso degli anni, ho cercato di evitare conflitti, concentrandomi sempre sulla scrittura e la realizzazione di film. Pensavo che la risposta a tutte le calunnie nei miei confronti fosse il mio lavoro, senza bisogno di altre spiegazioni. Ma questo mio silenzio ha convinto alcuni a continuare con le accuse a ruota libera, con la convinzione che Farhadi non avrebbe mai risposto.

Il motivo di questo post è la dichiarazione di una persona che non conosco e che mi ha accostato al governo e allo stesso tempo ad ambienti esteri. Sia chiaro: io ti odio!

Come potete dire che sono vicino a un governo i cui media non hanno risparmiato sforzi per distruggermi, emarginarmi e stigmatizzarmi negli anni scorsi. Un governo al quale ho chiarito il mio punto di vista sulle sofferenze che ha causato negli corso degli anni. È di dominio pubblico quanto ho detto e scritto dal 1996 al 1998, e sulla tragedia amara e imperdonabile dei passeggeri uccisi dell'aereo ucraino, sulla crudele discriminazione contro donne e ragazze, sull'aver portato il paese alla disgrazia del coronavirus.

Come fate a dire cose del genere quando tantissime volte in aeroporto mi hanno sequestrato il passaporto, o mi hanno condotto a sottopormi a interrogatori? Come potete accostarmi a un governo che su di me ha più volte detto: "Meglio che Farhadi non torni in Iran"?
Non ho mai avuto la minima affinità con il vostro pensiero arretrato, né ho bisogno delle vostre stronzate per nascondere elogi.

Voi, che per tanti anni anni avete cercato di sottrarvi alle responsabilità, avete accusato di "oscurità" ciascuno dei miei film, ed è sorprendente che ora sia in corso uno stesso tentativo di accusarmi di  "sbiancatura"!
Se non ho mai parlato della persecuzione che mi avete inflitto, è solo perché non ho voluto andare avanti se non con il mio lavoro, in cui credo. Non pensate che sia mai stato d'accordo con voi.

Se la candidatura del mio film agli Oscar da parte dell'Iran vi ha portato alla conclusione che sono all'ombra della vostra bandiera, dichiaro esplicitamente che non ho problemi a ritirare questa candidatura. Non mi interessa più il destino dei film che ho fatto con tutto il cuore; sia in Iran che fuori dall'Iran. Questo film se ha veramente importanza rimarrà, altrimenti sarà dimenticato.

Mi dispiace davvero che il mio tentativo di rimanere in Iran, fare un film in Iran e mostrarlo in Iran, implichi che stia facendo il doppio gioco. Ho sempre scritto e fatto film con tutto il mio cuore. Chi mi conosce intimamente sa che ho sempre amato vivere in mezzo agli iraniani e fare film per questa gente, anche se ho avuto l'opportunità di lavorare e vivere ovunque nel mondo, lontano da queste difficoltà.

Ma questa volta è come se ci fosse un grande sforzo da tutte le parti per trasformare questo amore e questa speranza in scoraggiamento. Alcune persone hanno pubblicato ricordi distorti e falsi, altri mi hanno calunniato e hanno fatto false affermazioni, altri ancora mi hanno accostato al governo.
Anche se sono sicuro che queste persone che mi vogliono male continueranno per la loro strada, io pubblico questo post per rispetto verso coloro che cercano la verità, e cercherò presto di parlare apertamente anche di altri gossip che hanno creato sul mio conto.


Alle origini di una reazione così dura, da parte di una persona solitamente pacata come Farhadi, ci sarebbero accuse di plagio: per "A Hero" - in uscita nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio, il regista avrebbe copiato senza citare la fonte il documentario "All Winners, All Losers" realizzato nel 2015 per un workshop da una sua allieva, Azadeh Masihzadeh. I legali di Farhadi e un testimone (vedi anche qui) sostengono tuttavia che l'idea di partenza e la supervisione del documentario fosse del cineasta premio Oscar. 

Per sostenere le sue posizioni, lo scorso 12 novembre Masihzadeh ha caricato su Youtube il documentario, con sottotitoli in inglese:

Aggiornamento: la direttrice dell'istituto si è schierata con l'allieva.





venerdì 1 ottobre 2021

Ghobadi scrive all'Academy per i registi censurati ed esiliati

Martedì scorso Bahman Ghobadi ha pubblicato sul suo profilo Instagram una lettera aperta, scritta in persiano e in inglese, alla Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l'organizzazione che assegna i Premi Oscar, di cui è membro. Il regista de "Il tempo dei cavalli ubriachi" e "I gatti persiani"  intende sensibilizzare sulla condizione dei registi impossibilitati a concorrere agli Oscar poiché censurati in patria o esuli, come egli stesso da più di dieci anni.  


Ghobadi con Sharon Stone


Traduciamo la lettera dall'inglese:

Vorrei che la propria patria fosse come una viola e che si possa portarla ovunque con sé.

Io - Bahman Ghobadi - in qualità di membro dell'Accademia degli Oscar - vorrei incarnare la preoccupazione di molti registi in tutto il mondo, me compreso. Siamo registi lontani dai nostri paesi d'origine mentre siamo ancora identificati in base ai paesi da cui veniamo. Io come iraniano non posso vivere nel mio paese a causa del regime islamico. Devo vivere in esilio solo perché ho rivendicato i miei diritti e la libertà di parola. Questo è il caso di molti registi in tutto il mondo; queste persone non possono tornare nei loro paesi d'origine per motivi diversi e non hanno altra scelta che vivere in paesi stranieri.

Nonostante sia un membro dell'Accademia degli Oscar, a causa della mia condizione attuale, paesi come l'Iran non mi presenteranno come loro rappresentante. Inutile dire che ci sono molti registi indipendenti che vivono nei loro paesi ma che sono stati privati ​​dei loro diritti e soffrono in silenzio. Le opere di questi coraggiosi registi non solo sono censurate e bandite dai regimi, ma non hanno nemmeno l'opportunità di entrare all'Accademia degli Oscar. Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof sono buoni esempi insieme a un gruppo di registi russi e cinesi che devono lavorare sotto molte pressioni e censure.

D'altra parte, devo lottare anche con altri problemi. Oltre a dover portare questo enorme fardello sulle mie spalle, non so quale lingua dovrei usare per realizzare i miei film in modo che possano essere proiettati in altri paesi. L'unica cosa che posso fare è sperare che un governo apprezzi la mia arte e la presenti all'Accademia.

Sono sicuro che ci sono altri registi che devono soffrire come me. Pertanto, sarebbe fantastico se potessimo avere un rappresentante degli artisti in esilio. Questo è successo alle Olimpiadi di Tokyo, dove anche una squadra di atleti rifugiati è stata autorizzata a partecipare alla competizione. Potrebbe esserci una squadra di registi rifugiati; possono far visionare le loro opere da una giuria ed eventualmente un film può essere scelto dal team di rifugiati.


In un commento Ghobadi ha aggiunto:

Ciò non solo offre a questi registi una grande opportunità di mostrare le loro opere a livello internazionale, ma aumenta anche la consapevolezza sulla loro condizione e sui motivi per cui non vivono nei loro paesi d'origine. Tali artisti possono ottenere molta pubblicità, il che fornirà loro maggiori opportunità e supporto finanziario. Faccio questa richiesta per conto di altri artisti che vivono in esilio; artisti che hanno la mia stessa condizione. Spero che voi possiate dedicare a questo problema la tua attenzione immediata. Saluti, Bahman Ghobadi





giovedì 2 settembre 2021

Figli del sole (Majid Majidi, 2020)




Dopo vent'anni ritorna nelle sale italiane un lavoro di Majid Majidi, importante regista di film sull'infanzia, autore degli apprezzati "I bambini del cielo" e "Baran" che tuttora vengono trasmessi dalla rete TV2000. Con "Figli del sole" (Khorshid) il regista, l'anno scorso, ha partecipato per la prima volta al concorso principale della Mostra di Venezia, aggiungendo un brillante capitolo alla sua luminosa carriera.

La storia è quella di Ali Zamani (intepretato da Rouhollah Zamani, premio Mastroianni per il miglior giovane attore emergente), un ragazzino dedito alla delinquenza per conto del boss del narcotraffico del quartiere (impersonato da Ali Nassirian, uno dei più grandi attori iraniani di sempre, visto tempo fa in Italia ne "L'isola di ferro"). Ali, insieme ai suoi amici Abolfazl, Mamad e Reza, dopo essere stato scoperto armeggiare in un parcheggio sotterraneo, viene redarguito dal boss per aver rubato una colomba dal suo allevamento (di copertura dell'attività criminale). L'uomo lo perdona, ma in cambio Ali dovrà scavare un tunnel che dai sotterranei della scuola "Sole", porti a un tesoro nascosto sotto il limitrofo cimitero.

Per riuscirci, con i suoi amici deve iscriversi all'istituto, che però è in difficoltà economiche, senza più fondi pubblici, retto solo da donazioni private e dalla buona volontà del direttore e del maestro Rafi, che, grazie alla gratuità dell'iscrizione, strappano alla strada decine di fanciulli provenienti da contesti complicati. I quali li ricambieranno "occupando" la scuola sotto sfratto (un insegnamento del film è che le regole ingiuste non vanno rispettate) e partecipando a una gioiosa ma sfortunata festa di finanziamento. Intanto, la ricerca del tesoro, armata di piccone e trapano, prosegue di nascosto. Avrà un esito deludente, ma per fortuna non tragico.





Questo film è dedicato ai 152 milioni di bambini vittime di sfruttamento minorile e a tutti coloro che lottano per i loro diritti; così recita la didascalia iniziale. Il lavoro dei protagonisti, operai presso un gommista, è però soprattutto la piccola criminalità, mentre "Figli del sole" è il racconto di un quartiere difficile e di chi lo popola, osservato col consueto punto di vista di un autore (anche sceneggiatore insieme al regista di "Melbourne" Nima Javidi) fortemente religioso. Indicativa di tale ispirazione, nonché elemento ricorrente nei film di approccio analogo, è la rappresentazione di un ambiente piagato dalla miseria, in cui assenti, per i protagonisti - già fragili in quanto bambini - sono casa e famiglia, e in particolare la figura paterna. I padri di questi "figli del sole" sono dediti alla tossicodipendenza o alloggiano in galera. Ali, il suo, lo fa passare addirittura per morto, mentendo. Sua madre è ricoverata (il boss promette di farla dimettere). Gli amici scontano condizioni simili. La sorella di Abolfazl, Zahra, vende piccoli oggetti in metrò; la loro famiglia rischia di finire in un campo profughi afgano. (Ahinoi il tema del destino di questo popolo è tornato prepotentemente d'attualità). La loro infanzia è soffocata nella sua essenza giocosa, fatica a riaffiorare.

Per il regista la politica non è una soluzione. Infatti, il generoso e disinteressato Rafi viene contrapposto al severo burocratico direttore; a quest'ultimo è demagogicamente riservata l'"onta" di volersi candidare al consiglio cittadino, salvo poi redimersi e strappare i manifesti elettorali. Ma ancor minore è la fiducia nell'ingiusto sistema carcerario, che umilia Zahra in alcune delle sequenze più toccanti, girate con ricorso a fuori campo, ombre e penombra, in quelli che sono piccoli saggi di etica di uno sguardo che rifiuta l'esibizione della violenza.

La salvezza sembra invece venire dall'esperienza, anche nell'interscambio con gli adulti, e da una qualche benevolenza divina. Si può osservare come l'ambientazione del film denoti una sorta di "verticalità" su tre livelli. I sotterranei della scuola sono gli inferi in cui il protagonista si sporca le mani alla ricerca di un'illusoria ricchezza haram, proibita dalla fede, situata per altro sotto un luogo di morte per eccellenza come un cimitero. Illusione condivisa da un anziano bidello, che si aggrega all'impresa una volta scoperto il segreto. La tortuosa ricerca si conclude con la purificazione di Ali tramite immersione nelle acque, momento classico per questo genere di film iraniani. È anche da notare che Ali (come il protagonista de "I bambini del cielo") porta il nome del primo imam dell'Islam sciita.






Gli ambienti sulla superficie terrena sono invece i luoghi della vera crescita spirituale dei giovani personaggi, con le loro modeste aspirazioni per il futuro (aprire un autolavaggio, un centro scommesse, un negozio di falafel). È qui, soprattutto, che opera l'istituzione scolastica. Il fatto che piccoli delinquenti siano costretti a iscriversi per portare a termine il loro piano è di per sé eloquente: l'istruzione non è solo un diritto, è un imprescindibile strumento di emancipazione. Come simbolica è l'ultima sequenza (che non sveliamo), in cui Ali mette la sua esperienza manuale e la sua maturazione umana al servizio dell'istituto e della continuità dell'istituzione. 

È però il cielo, dove splende anche il sole del titolo, un'ulteriore, supremo livello. Assistiamo a tante inquadrature a piombo e controcampi dal basso, e sono tra le sequenze più poetiche del film. Le colombe vengono liberate verso il cielo. Gli alunni lanciano gli zaini in aria, oltre i cancelli della scuola. Nella sequenza conclusiva, mentre Ali sta riprendendo coscienza al termine dei suoi scavi, dopo momenti di schermo nero è dapprima inquadrato dall'alto, poi, dal basso, vede la luce. Inoltre, il percorso del fanciullo è agevolato dall'arresto, che potremmo definire provvidenziale, dei narcotrafficanti. Siamo certi che Majidi, che è l'artefice di un film su Maometto, che di recente ha chiesto al clero di appoggiare maggiormente un cinema autenticamente islamico, non ha effettuato a caso tali scelte di scrittura e regia.

Consigliato soprattutto ai nostalgici del vecchio cinema iraniano sull'infanzia, ma che non disdegnino ritmo e avventura, "I figli del sole" sta intanto avendo un grande successo in patria. Vedremo presto se lo replicherà nel difficile mercato italiano.

Qui il pressbook del film, con un'intervista molto interessante all'autore.

Qui per trovare l'elenco delle sale che lo proiettano.



 





















sabato 21 agosto 2021

Quando i registi iraniani osservano l'Afghanistan

Breve guida ai film dei registi iraniani che trattano il tema dell'Afghanistan, tornato drammaticamente in auge. Quali sono e dove vederli in edizione italiana.




La famiglia Makhmalbaf ha dedicato un periodo rilevante della sua attività alle macerie lasciate dai talebani e dalla guerra, nel paese confinante con l'Iran.

Il celebre "Viaggio a Kandahar" (Mohsen Makhmalbaf, 2001) racconta di una giornalista canadese di origine afgana che va alla ricerca di sua sorella, lungo un territorio piagato dalle mine anti uomo. Stesso anno e stesso regista per l'ottimo "Alfabeto afgano", sul tema dell'educazione religiosa dei bambini. I due lavori sono racchiusi in un unico dvd in edizione italiana.

Gli alunni in un campo profughi sono i protagonisti anche del primo episodio del film collettivo "11 settembre 2001" (2002), disponibile in dvd. Nel bel capitolo diretto da Samira Makhmalbaf, una maestra cerca di spiegare cosa è successo a New York.

La stessa Samira viene premiata a Cannes per "Alle 5 della sera" (2003), su una donna che si illude del nuovo corso democratico e prova a candidarsi alla presidenza del paese. Sul set del film è ambientato il documentario "Joy of Madness" della quindicenne esordiente Hana Makhmalbaf, inedito in Italia.

La Makhmalbaf Film House produce inoltre il primo film afgano post-talebani, l'intenso "Osama"  (in dvd), diretto dal regista locale Siddiq Barmak.





Marzieh Meshkini, seconda moglie di Mohsen, dirige "Piccoli ladri"(2004), in cui fratello e sorella di Kabul, la cui madre è in prigione, cercano di salvare la vita a un cane. Si può reperire in dvd.

Nel lungometraggio di Hana "Sotto le rovine del Buddha" (2006), bambini assuefatti alla guerra giocano a fare i soldati. Si può vedere su Chili o in dvd.

L'esperienza afghana dei Makhmalbaf si chiude nel 2008 quando, durante la lavorazione di "Two-Legged Horse" (inedito in Italia), Samira subisce un attentato: una bomba a mano uccide un cavallo e ferisce diverse persone. I Makhmalbaf, già in esilio dall'Iran, accusano però gli emissari del regime persiano.


Esiste poi la questione dei quasi 3 milioni di afgani emigrati in Iran. Tre film in particolare la affrontano.



"Il ciclista" (1987) del solito Mohsen Makhmalbaf è il potente racconto di un uomo che pedala ininterrottamente per scommessa, per pagare le cure della moglie. È stato trasmesso qualche volta da "Fuori orario" su Raitre.

"Djomeh" (2000), diretto da Hassan Yektapanah, premiato per la migliore opera prima a Cannes, narra di un ingenuo lavoratore ventenne che ha lasciato l'Iran per amore. Uscito anche al cinema in Italia, è però ormai disperso.

"Baran" (2001) di Majid Majidi è la commovente storia di una ragazza che si traveste da uomo per poter lavorare in un cantiere di Teheran. Da recuperare, eventualmente in dvd


Tenete d'occhio la programmazione di TV2000, che ogni tanto trasmette alcuni di questi film.
Infine, consultate le biblioteche: conservano copie dei dvd fuori catalogo.

giovedì 8 aprile 2021

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)


Il titolo di questo film è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al- Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso al quale il titolo si ispira recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere. Ebrahim Golestan


Gli esordi del cinema iraniano d'autore ruotano intorno alla factory di Ebrahim Golestan (Shiraz, 1922), scrittore modernista e fotografo, giornalista e traduttore, convertito alla settima arte con lo scopo di portare nell'asfittico e primitivo panorama nazionale i più avanzati modelli stranieri. Centro di produzione di documentari per la National Iranian Oil Company, realizzatore sia di opere istituzionali sia di pellicole caratterizzate da grande libertà espressiva, luogo di incontro di importanti intellettuali e di tutte le personalità che iniziano a emergere nel mondo del cinema iraniano, quello che è il primo film studio semi-indipendente del paese passa alla storia soprattutto per "La casa è nera", un cortometraggio di non-fiction su un lebbrosario, realizzato dalla poetessa Forugh Farrokhzad, all'epoca compagna del regista-produttore (e supervisore di tutte le opere dello studio). E per "Mattone e specchio" (Khesht o Ayeneh), il primo grande lungometraggio di fiction realizzato in Iran, chiaramente influenzato dal cinema di Antonioni e dalla Nouvelle vague francese. Ma che dialoga anche, volendo, con "Detour" di Ulmer e anticipa l'iraniano quasi contemporaneo "Night of the Hunchback" (1965) di Farrokh Ghaffari, altro frequentatore della factory.

La produzione di "Mattone e specchio" inizia nella primavera del 1963 con una piccola troupe di cinque persone e senza una sceneggiatura definita. La rottura di una lente anamorfica rallenta i lavori. Il 5 giugno 1963, mentre l'equipaggio attende la spedizione di un nuovo obiettivo dalla Francia, si leva una protesta contro l'arresto dell'ayatollah Khomeini, che ritarda ulteriormente le operazioni. Le fonti sono discordanti sull'effettiva data di uscita del film. L'attendibile Ehsan Khoshbakht riporta il 1964 come anno della prima proiezione mondiale e il 1966 della prima iraniana, e non il comunemente riferito 1965.

Restaurato dalla Cineteca di Bologna con la supervisione dell'ultranovantenne regista, che ha anche reintegrato alcune scene tagliate, "Mattone e specchio" è stato proiettato a Venezia Classici nel 2018 ed è ora disponibile su Raiplay, a questo link.*




Il film crea da subito un'atmosfera seducente, immortalando in uno splendido bianco e nero - a cura di Soleiman Minasian - le insegne luminose che contrastano il buio della notte di Teheran. L'autoradio del taxista Hashem (Zakaria Hashemi) trasmette un racconto - la voce è quella del regista - fortemente letterario e poetico ("Il crepuscolo silente si scioglieva nell'oscurità dei rami secchi..."), simbolicamente su un cacciatore e le sue prede; ma il protagonista cambia stazione preferendo spot pubblicitari. 

L'inquietudine aumenta quando una donna avvolta da un chador nero - interpretata da Forugh Farrokhzad, inquadrata però solo di sfuggita - abbandona una neonata (figlia del fratello del regista) nel taxi e si dilegua nell'oscurità. Hashem prende in braccio l'infante e va alla vana ricerca della madre. Si ritrova dapprima in un cantiere abbandonato, dove una donna che vive tra le macerie assicura che nessuno è passato da lì. Poi in una locanda, in cui qualcuno lo sgrida per essere arrivato in ritardo e colleghi filosofeggianti scherzano sulla sua presunta paternità, mettono in dubbio la sua versione, gli sconsigliano di andare dalla polizia. 


Keshavarz nei panni del medico aggredito

L'uomo si reca lo stesso al commissariato. Mentre attende il suo turno, è la volta di un medico che lamenta di essere stato aggredito e derubato. Con rassegnazione fatalista, gli agenti gli rispondono che non possono fare molto e il dottore se ne va senza sporgere denuncia. Sentiamo poco della deposizione di Hashem, ma la risposta è che una neonata non può passare la notte al commissariato: dovrà tenerla con sé e portarla l'indomani all'orfanotrofio.

Queste due sequenze sono emblematiche dello stile moderno del regista, che si prende tutti i tempi necessari per spezzare il ritmo del racconto e consentire ai non protagonisti di rubare la scena, lasciandoli cimentare in lunghi monologhi ancora fortemente letterari - nella tipica tradizione orale persiana - e in assoli attoriali di bravura. Nella locanda ascoltiamo voli pindarici su storia e letteratura; alla stazione di polizia assistiamo al dimenarsi di un uomo irrequieto, che però forse mente. E Golestan lancia giovani attori che faranno la storia del cinema nazionale, come Parviz Fanizadeh, Jamshid Mashayekhi e Mohammed Ali Keshavarz (il medico). Inoltre, la camera-stylo del regista decide di volta in volta cosa inquadrare e cosa lasciare fuori campo, quale dialogo far sentire chiaramente e quale mantenere in sottofondo, in barba a ogni convenzione.

All'uscita dal commissariato, Hashem è atteso dalla sua compagna Taji (Taji Ahmadi). Lei vorrebbe tanto passare la notte insieme, lui invece lascerebbe lei e la bambina da soli. Discutono sul loro rapporto di coppia; infine prendono un taxi. L'autore si concentra sui luoghi esterni attraversati dai personaggi; questi ultimi sono spesso fuori inquadratura o ai margini della stessa.

Il tassista fa la predica a Hashem, non sapendo che è un collega


Giungono infine a casa di lui, dove passeranno la notte. A tali momenti il film dedica ben trentadue minuti - girati in cinque settimane di riprese - seguendo il passo della vita attimo dopo attimo, momenti morti compresi. Taji si rivela molto affettuosa con la bambina, mentre Hashem è decisamente più distaccato, più preoccupato degli sguardi dei vicini che dei suoi ospiti. Taji vuole tenere la luce accesa; trascina Hashem verso di sé e, fuori campo, fanno l'amore. Mentre diventa mattino, la coppia ragiona sul proprio futuro. Per Taji potrebbero convivere e accudire insieme la bambina che li ha uniti, ma Hashem è contrario. I toni cambiano, Taji ha uno scatto d'ira e alla fine Hashem è molto più conciliante, le concede di restare nell'appartamento per tutto il giorno, mentre egli esce con la bambina, va all'orfanotrofio e attende il suo turno.

All'istituto, Hashem assiste al lamento straziante di una donna stigmatizzata dalla comunità poiché non riesce ad avere figli, e che si imbottisce la pancia di vecchi stracci per simulare la gravidanza. All'uomo viene invece chiesto di recarsi in tribunale per far attestare che la bambina non ha identità, prima di riportarla all'orfanotrofio.

Nel tribunale, sito in un edificio la cui facciata è ricca di statue in rilievo che Golestan immortala con rapidi stacchi di montaggio, Hashem chiede a un uomo in giacca e cravatta di aiutarlo a scrivere una lettera al giudice, poiché egli è semi-analfabeta. Nell'apice dell'assurdo kafkiano del film, l'interlocutore anziché assisterlo gli fa l'ennesima predica, oltre a chiedergli di continuo sigarette e fiammiferi.

Stacco in controtempo. Taji è a casa, Hashem fa ritorno, ancora preoccupato di non essere visto dai vicini. Dov'è la bambina? Non lo sapremo più. Mentre i due escono, Hashem dice di averla lasciata all'orfanotrofio. Cessato il rumore provocato da un gruppo di fabbri che lavorano in strada e da un corteo funebre, Taji ribadisce che sognava di tenere la piccola e accusa Hashem di non essere sufficientemente adulto. Gli chiede di accompagnarla in macchina all'istituto. Nel taxi si rinfacciano i rispettivi tradimenti. 

Giunti all'orfanotrofio, entra solo Taji. Si ritrova al cospetto di bambini felici che giocano insieme; ha l'istinto di andare verso di loro, poi si trattiene e cambia espressione. Raggiunge le culle dei neonati, cui il regista dedica tanti primi piani. Qualcuno sorride e saltella come fosse pronto a evadere dalle sbarre del letto, altri piangono; le infermiere fanno iniezioni e flebo. Lo spaccato, in stile documentaristico, rimanda inevitabilmente a "La casa è nera". La sequenza si conclude con Taji che appoggia sconsolata la schiena alla parete di un corridoio, mentre la macchina da presa si allontana da lei con una carrellata all'indietro. 

Hashem bighellona all'esterno. Quando si ferma davanti alla vetrina di un negozio di televisori, è in onda una trasmissione in cui lo stesso uomo che non gli aveva prestato aiuto in tribunale propugna ipocritamente l'empatia e la collaborazione tra le persone, come unica via per costruire una società prospera: Come disse il sommo poeta: A te, che per l'altrui sciagura non provi dolore, non può essere dato nome di Uomo. Infine Hashem torna al taxi. Sul sedile del passeggero trova la borsetta di Taji e la apre. Dentro c'è il biberon, che egli lascia sul sedile insieme alla borsa. Si avvia poi nel traffico tra le luci tenui del giorno, mentre un'altra donna con qualcosa in braccio è salita sul taxi davanti al suo.



Creando un'atmosfera tesa e claustrofobica, "Mattone e specchio" riflette sull'esistenza umana come le migliori opere artistiche mondiali coeve. Per tutto il film si ha la sensazione di una grande diffidenza reciproca, mentre la modernizzazione di un paese millenario lascia macerie fisiche (il rudere a inizio film) e morali e diseguaglianze socio-culturali. ll protagonista è costretto a un moto frenetico per risolvere il problema imprevisto. Le foto dei muscoli da body builder che ha appeso in casa e gli esercizi ginnici palesano la sua forza, ma le macchie sulla pelle sembrano smascherarne la debolezza, che comunque è emersa con la comparsa della bambina, palesando la sua immaturità e l'incertezza verso il futuro del tormentato rapporto di coppia, che non vuole rendere pubblico (e che potrebbe rimandare alla difficile relazione tra Golestan e Farrokhzad). Hashem è forte in mezzo alla folla, debole nel confronto a due, inascoltato dalle istituzioni. Ma tra i due è Taji la persona realmente determinata, una sognatrice che non vuole abdicare alla disillusione e che vive la relazione amorosa in maniera totalizzante. Li circondano personaggi che sembrano avere la propria verità individuale in tasca, da imporre agli altri ma senza riuscire a comunicare e senza coerenza nei propri comportamenti.

Probabile primo film iraniano con l'audio in presa diretta, "Mattone e specchio" rivela al paese che il cinema può essere anche cultura e non solo intrattenimento, pur raccogliendo inizialmente recensioni contrastate e poche occasioni di proiezioni pubbliche. Di importanza inarrivabile e indiscussa, non mi pare possa però vantare molte opere ad esso direttamente ispirate. Ci vorrà il nipote del regista, Mani Haghihi, per un omaggio esplicito in "A Dragon Arrives!" (2016), i cui protagonisti inseguono le tracce del tecnico del suono del suono di "Mattone e specchio", scomparso. Ebrahim Golestan invece realizzerà un solo altro lungometraggio di fiction, presto chiuderà lo studio, forse per problemi con la censura del regime monarchico, e lascerà il paese per trasferirsi in Inghilterra.


*Sulla stessa piattaforma è presente il cortometraggio del regista "Le colline di Marlik"