mercoledì 16 maggio 2018

Panahi assente ma bene accolto a Cannes

Il direttore di Cannes Thierry Frémaux aveva lanciato un invito: Le autorità iraniane riceveranno una lettera da parte nostra e da parte delle autorità francesi per autorizzare Jafar Panahi a lasciare il territorio, presentare il suo lavoro e poter rientrare nel suo Paese”. La risposta del ministro della cultura iraniano Abbas Salehi era sembrata possibilista: 'Il lavoro di Panahi può essere visto in diversi festival, in vari paesi, il che gli permette di vincere numerosi premi, ma una decisione finale non è stata ancora presa. C'è ancora tempo per vedere cosa accadrà.'



Al momento non è accaduto nulla, la presentazione di "3 Faces" (Se rokh) è avvenuta con Panahi contumace. Chissà che non cambi qualcosa in caso di premio...

Già, perché il film è piaciuto assai. E pure alla stampa italiana. Sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti affibbia tre stelle su quattro, perché 'Panahi esalta il fascino del cinema', 'con la sua abituale sapienza', ' lasciando lo spettatore senza risposte ma con tante domande su cui riflettere'.

Emiliano Morreale su Repubblica riassume così la trama

Un video sul telefonino mostra una ragazzina che, disperata perché la famiglia l'ha data in sposa impedendole la carriera di attrice, e lamentando di non aver ricevuto risposta ai suoi appelli all'attrice Behnaz Jafari, si uccide. Ma il filmato non è chiaro, e Jafari (che interpreta se stessa nel film) lascia il set per scoprire se si tratta di un video autentico o di uno scherzo. Accanto a lei, al volante, Panahi stesso, che fa da spalla e da interprete ai vari incontri, in un paesino al confine con la Turchia.

E commenta: 'È un apologo in linea con la lezione del maestro Kiarostami e del suo interrogarsi sul senso e i limiti della rappresentazione', 'In maniera lineare e con toni da disincantata commedia, Panahi intavola una parabola che è una metafora della reclusione (anche della propria) e anche, a pensarci bene, una satira del maschilismo'

Aggiungiamo che Behnaz Jafari si è vista anche in un film uscito in Italia: "Lavagne" di Samira Makhmalbaf



Fulvia Caprara de La Stampa fa lodi sperticate: 'Diciamo subito che è un film meraviglioso', mentre Alberto Crespi, per tanti anni a L'Unità, su Facebook sentenzia: 'Molti cineasti con grandi mezzi a disposizione e totale libertà d’azione dovrebbero studiarsi a fondo il cinema di Jafar Panahi, iraniano da anni perseguitato in patria. Panahi fa film con due lire e pochissime persone, ma con una quantità (e qualità) di idee che ad altri basterebbero per un’intera filmografia. Oggi a Cannes “Se rokh”, il suo ennesimo gioiello.' Per Steno Solinas de Il Giornale "3 Faces" è  'asciutto, poetico, coinvolgente'. Solo per Andrea Chimento de Il Sole 24 Ore 'è ricco di spunti importanti, ma vittima di troppe ridondanze narrative e di molti momenti davvero prolissi'.

Il film ha un distributore italiano! "Cinema" di Valerio De Paolis dovrebbe portarlo nelle sale già quest'anno.




mercoledì 9 maggio 2018

Farhadi non scalda Cannes (e rischia di non uscire in sala)

Accoglienza tiepida per "Todos lo saben", il film di apertura di Cannes 71, girato in Spagna da Asghar Farhadi e interpretato da Penelope Cruz, Javier Bardem e Ricardo Darin.



Il regista ha così spiegato la genesi del film:

Quindici anni fa in Spagna vidi foto di un bambino affisse sui muri, era scomparso, la famiglia lo stava cercando: lì è nata la prima idea del film. Era da tempo che volevo girare in un piccolo paese e in mezzo alla natura, lontano dal frastuono della città. Ho scritto la storia in persiano, pensando a Penélope e a Javier, poi è stata tradotta. Volevo rispecchiare uno spaccato di vita della Spagna, vita contadina intendo.

Operazione riuscita? Secondo le prime recensioni della stampa italiana, non benissimo. Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera assegna due stellette su quattro, meno che a qualsiasi altro Farhadi schedato sul celebre Dizionario. Per il critico milanese 'L'inizio sembra una citazione da "La donna che visse due volte, poi prosegue come fosse in un film di Altman, per diventare alla fine una specie di giallo [...con] colpi di scena fin troppo melodrammatici che finiscono per appesantire il racconto. Per Maurizio Cabona del Messaggero 'stavolta il suo stile scabro concede spazio a qualche immagine da spot pubblicitario di alimentari di alta gamma [...]'

Molto più positiva la valutazione de L'Avvenire. Per Alessandra De Luca - il cui articolo riporta diverse interessanti dichiarazione del'autore - 'soprattutto nella seconda parte del film, Farhadi fa esplodere i suoi arabeschi da sceneggiatore mettendo a confronto coscienza e menzogna'.

Arianna Finos su Repubblica non fa una recensione, ma parla del film come dell'apertura ideale della Croisette, grazie alla presenza di attori glamour in un contesto non hollywoodiano. Il suo articolo lancia però un campanello d'allarme per gli amanti della sala cinematografica: 'in gran parte del mondo, se Netflix riuscirà come sembra ad acquisirlo, "Everybody Knows" si vedrà in tv o su tablet'.

In una giornata non trionfale, le parole più liete per il regista arrivano dalla Cruz: 'Ricevere la telefonata di Farhadi è stata una delle sorprese più belle che abbia ricevuto in tutta la mia carriera. Lo ammiro moltissimo, è un uomo buono, brillante, con una sensibilità fuori dal comune'.


mercoledì 2 maggio 2018

Captain Khorshid, Naser Taghvai (1987)



Naser Taghvai è uno dei maggiori esponenti della prima Nouvelle vague iraniana, che si sviluppa negli anni 60 e 70. In questi anni dirige l'importante "Tranquillity in the Presence of Others" (1973), tratto da Gholamhossein Saedi come il quasi contemporaneo "The Cow" di Dariush Mehrjui. Parallelamente lavora per la televisione dove realizza, tra le altre cose, documentari sulla popolazione multietnica che abita le sponde del Golfo Persico e sulla poetessa (e documentarista) Forough Farrokhzad.

Superata la censura dello scià, che colpisce il film sopra citato, Taghvai sopravvive artisticamente anche alla rivoluzione del 1979. Poco prolifico, con "Captain Khorshid" (Nakhoda Khorshid) firma comunque una pellicola classificata dalla rivista "Film" tra le migliori della storia del cinema iraniano.

Dell'esperienza  giovanile, ritroviamo sia l'interesse per la letteratura (e il cinema persiano non è certo noto nel mondo per gli adattamenti), sia l'ambientazione. "Captain Khorshid" è tratto da "Avere e non avere" di Ernest Hemingway, già portato sullo schermo da Howard Hawks per l'interpretazione di Humphrey Bogart e Lauren Bacall; "Acque del sud" il titolo italiano. Taghvai sposta la vicenda da Cuba al Golfo Persico e ne fa un film prettamente maschile. Il motivo è che, date le nuove regole censorie sul velo obbligatorio per le donne, come dice il regista "è diventato impossibile girare film sull'era Pahlavi", dove è collocata questa storia.


Khorshid è lo skipper di una piccola imbarcazione, senza un braccio ma con tanta energia, dedito al contrabbando di sigarette. Quando un carico viene sequestrato dalle autorità e dato alle fiamme, i problemi economici lo spingono ad accettare la proposta, di un nuovo arrivato, di aiutare i criminali a espatriare. L'affare si complica in maniera tragica.

La messa in scena è classica, ma esemplare per come organizza i  movimenti di più attori nella stessa inquadratura. Le trovare visive non mancano: personalità che sbarcano portate in spalla dai locali, un uomo che indossa un sacchetto in testa, e via dicendo, Gli ultimi venti minuti, sul mare, denotano una tensione e una tenuta drammatica rimarchevoli, con venature western. Ma proprio per questo il film è stato poco esportabile. Se lo spettatore estero ha reclamato e continua a reclamare maggiore originalità, non è necessariamente il capriccio di chi insegue l'esotico.

domenica 29 aprile 2018

Qualcuno da amare, Abbas Kiarostami (2012)




Alla prima trasferta giapponese, Kiarostami si cala nella cultura locale in punta di piedi, senza operare sostanziali variazioni stilistiche rispetto al cinema che gli è più congeniale e affidandosi al punto di vista di uno dei tre personaggi principali: il professor Watanabe, interpretato da Tadashi Okuno, non professionista che ha fatto per cinquant'anni la comparsa senza pronunciare un parola, e che si ritrova a ricoprire un ruolo di primo piano a quanto pare a sua insaputa.
Dietro il volto di un anziano professore in pensione che si è occupato di sociologia e che ancora lavora come traduttore e conferenziere non è difficile intravedere la prospettiva di un affermato cineasta alle prese con l'autunno della propria carriera e con un soggetto - invero esile, debolissimo - che non padroneggia a dovere a causa della distanza culturale e generazionale che lo separa dalla location (poco conta un precedente mediometraggio dedicato a Ozu) e dagli altri due personaggi principali, una studentessa che si prostituisce e il suo irascibile fidanzato - un giovane meccanico - il più complesso e meno decifrabile del trio.

Tutto si svolge in meno di ventiquattro ore, la pellicola divisa in due parti di pressoché ugual durata. La prima notturna, la seconda alla luce del sole, con ambientazione costantemente in interni, siano essi quelli di un appartamento, siano quelli di un abitacolo tipicamente kiarostamiano. Anche i controcampi delle sequenze in automobile sono soggettive dall'interno della vettura. Ed è qui che il regista, affidandosi per non rischiare al proprio inconfondibile mestiere, si dimostra maggiormente a suo agio e crea momenti di indubbia suggestione (grazie anche ai giochi di luce di Katsumi Yanagijima, sulla falsariga di quanto fatto da Luca Bigazzi in "Copia Conforme"). È davvero un piacere ritrovare quei sottilissimi giochi di sguardo che rimandano al Kiarostami migliore, momenti perduti nelle opere recenti (inedite da noi) del cineasta, ultimamente alla ricerca di un linguaggio maggiormente sperimentale ed esasperato (si pensi all'uso sistematico del fuori campo, che qui è invece solo uno stilema all'interno di una gamma più articolata). Ma anche in "Copia conforme", vicenda di una coppia adulta priva del punto di vista del "terzo incomodo" che qui ritroviamo, e lavoro ben più intellettualistico di quest'ultimo, mancavano quelle reiterate interpellazioni dell'adulto rivolte al bambino o all'adolescente (e allo spettatore) che hanno fatto grande il cinema del Kiarostami più celebrato.


Ma al di là del senso di "déjà vu in altro luogo", che queste sequenze pur buone restituiscono, le note dolenti riguardano praticamente tutto il resto. Dicevamo di un soggetto inconsistente, sceneggiato in maniera altrettanto risibile, tra sospetti anacronismi (possibile che in Giappone si usino ancora così tanto le segreterie telefoniche?) e fiacche trovate tappabuchi (ad esempio la barzelletta sui millepiedi). Da chi ha realizzato copioni di estrema efficacia per sé e per i propri allievi non possiamo accettare una storiella improbabile e poco sviluppata, e un finale tranciante, di maniera, decisamente più irrisolto che sanamente aperto.
Distribuito da Lucky Red dopo quasi un anno dalla presentazione a Cannes 2012, e con un titolo italiano che annulla il riferimento al brano jazz "Like Someone in Love", "Qualcuno da amare" è indicato solo per pochi fan irriducibili che ancora non si rassegnano al declino di uno dei maggiori artisti contemporanei. E che magari, se non grideranno al capolavoro, daranno la colpa alla lontananza dall'Iran.
 
Pubblicato su Ondacinema il 25/04/2013
 
 

domenica 22 aprile 2018

Ingredienti per un film iraniano formato export


Nove ingredienti per un film iraniano da festival o da corsa agli Oscar (anche se poi arriva Asghar Farhadi e smentisce tutti):

- presenza della troupe all'interno del film
- miseria, sfortuna, povertà
- ricerca spasmodica di un paio di scarpe, una mela, una pera, un pesce
- sfruttamento di donne e bambini
- suicidio dovuto ad afasia e noia
- attori non professionisti
- natura selvaggia in villaggi e campagne
- avere il film censurato
- terremoti, alluvioni, peste, talebani

Vignetta parodistica a opera di Mahmoud M. 

Quello con la bacchetta non sembra proprio Abbas Kiarostami?

mercoledì 18 aprile 2018

Modest Reception, Mani Haghighi (2012)



Mani Haghighi, nipote del decano della Persia cinematografica Ebrahim Golestan, è un habitué del festival di Berlino. E, dato che parliamo della passerella che ha ospitato spesso l'opera di Jafar Panahi e ha fatto da trampolino alla straordinaria carriera di Asghar Farhadi, è possibile che Haghighi, per altro collaboratore di Farhadi di vecchia data (per esempio attore in "About Elly", dove ha messo a repentaglio le facoltà uditive di Golshifteh Farahani), diventi il prossimo nome di spicco del cinema iraniano a livello mondiale. Possibile, ma non così probabile: le strizzate d'occhio al film di genere americano potrebbero generare una curiosità più limitata, nonostante una personalità autoriale fuori discussione.

Non posso però sbilanciarmi troppo: prima di "Modest Reception" (Paziraie sadeh) avevo visto il solo "A Dragon Arrives!", opera misteriosa e davvero suggestiva, che ha avuto anche una fugacissima distribuzione italiana. Prima o poi dovrò recensirla. Anche l'ultimo "The Pig" è stato accolto molti bene alla Berlinale. "Modest Reception" narra di una coppia (lo stesso Haghighi e l'altra attrice farhadiana Taraneh Alidoosti, meno dolce del solito), che si aggira in auto per montagne innevate, carica di sacchi pieni di banconote, che elargisce senza motivo a persone bisognose, in cambio di richieste bizzarre, filmando i fortunati/malcapitati con un Iphone.

Questo strano road movie ha tutte le peculiarità e i limiti del film che punta sull'originalità del soggetto. Sfida lo spettatore a interrogarsi sull'identità dei protagonisti e sui motivi delle loro gesta. Dicono di essere fratelli, poi sposi, saranno davvero in una di queste relazioni? Lei ha sul serio commesso dei crimini? A tratti si potrebbe pensare che facciano beneficenza disinteressata, ma presto emerge un certo sadismo, specie in lui. E gli interlocutori, più che rapportarsi all'evento di una fortuna piovuta dal celo, devono dimostrare se, per soldi, sono disposti a commettere atti empi, blasfemi, umilianti.

Un cinema come questo può irritare per l'intento apertamente teorico e provocatorio, ma di sicuro smuove l'interesse di chi è propenso a porsi domande e non si accontenta di storie ampiamente risapute.

venerdì 30 marzo 2018

Libro: Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine, di Elio Ugenti (2018). Intervista all'autore

È appena uscito, per Bulzoni Editore, “Abbas Kiarostami – Le forme dell'immagine”, sul grande maestro del cinema mondiale scomparso nel 2016. Il testo di Elio Ugenti, dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre, si concentra soprattutto sull'intermedialità della sua arte e, per primo, analizza anche gli ultimissimi lavori del cineasta (e video artista, e fotografo ecc.). Accordando la preminenza al lato visivo, ma sondando anche aspetti narratologici. Un testo dal taglio accademico, che appaga anche i semplici appassionati svelando aspetti mai indagati, o non facili da decifrare.

Elio Ugenti ha concesso al blog questa intervista.

La prima domanda è d'obbligo, dato il tema del blog. Nel tuo libro sembra emergere un Abbas Kiarostami poco inquadrato nella cultura del suo paese di origine. Già in copertina compare il film realizzato in Giappone. Eppure negli anni 90 e dintorni il cinema iraniano sembrava una scuola, un movimento i cui artefici condividevano finalità simili. Hai voluto restituire la giusta universalità all’autore, o la tua scelta prende le mosse da altre considerazioni?


Sul piano metodologico, l’opera di un regista può essere studiata da numerose prospettive. Si può dare un taglio culturalista, per esempio, che tenga conto del contesto sociale e culturale in cui il regista si muove, oppure scegliere di focalizzare l’attenzione su aspetti differenti. Ad esempio il libro di Dario Cecchi “Abbas Kiarostami: immaginare la vita” si apre con un capitolo intitolato proprio “Come essere iraniano?”, riprendendo una celebre questione posta da Alain Bergala.

Io credo che Kiarostami, la cui ‘persianità’ (se così si può dire) indubbiamente emerge sotto molti aspetti e in numerosi film, sia da sempre molto vicino alle tendenze del cinema europeo. Racconta l’Iran in profondità, ma sempre guardando a modelli estetici che vengono dall'Europa, come il Neorealismo e le nouvelle vague. Credo, inoltre, che il modello di cinema tracciato da Kiarostami abbia avuto importanti ripercussioni sul piano internazionale, ma sia meno seguito dalle nuove generazioni di cineasti iraniani, per le quali ha più influenza Jafar Panahi, che – almeno da “Il cerchio” in poi – ha dettato le linee di un cinema fortemente politico che risulta maggiormente utile a indagare – e denunciare – la situazione socio-culturale iraniana di questi anni. Panahi, tra l’altro, ha iniziato la sua carriera collaborando con Kiarostami, che è autore delle sceneggiature de “Il palloncino bianco” e di “Oro rosso”.

Si può dire che Kiarostami ha praticato un cinema meno politico, o politico in modo diverso, se è vero per esempio che nei primi film, fino a “Dov’è la casa del mio amico”, denuncia il dispositivo scolastico e altri dispositivi di potere all’interno del suo Paese.


Il Kiarostami degli ultimi anni mi pare un artista letteralmente inafferrabile. Se da un lato molti lavori si trovano facilmente in rete, dall’altro occorre spostarsi per vedere, ad esempio, le videoinstallazioni. Inoltre l’unico spettacolo teatrale da lui realizzato, il tradizionale tazieh, non ha avuto repliche. E allo stesso modo la sua arte, che non è mai stata ‘commerciale’, si è fatta quasi ostica per lo spettatore comune. Sei d’accordo? E come spieghi tale direzione intrapresa?

Credo che tutto ciò nasca dalla sua volontà di testare le possibilità del suo cinema attraverso forme espressive differenti. Poter visionare le sue opere dei primi anni Duemila (quelle installate, per intenderci) è stato uno dei problemi con cui mi sono scontrato da subito. Ho visto tutti i lavori di cui parlo nel libro, tranne il tazieh, su cui infatti non mi sbilancio nell’analisi critica. Tuttavia non sempre ho potuto vederli nella versione installata, e questo fa la differenza per quel che riguarda il rapporto con lo spazio circostante.

Questo libro nasce da lontano. Ho iniziato a lavorare su Kiarostami a partire dalla mia tesi di laurea magistrale con l’intenzione di voler raccontare anche quella parte della sua produzione che risulta pressoché invisibile. Nel 2010 ho contattato Babak Karimi (montatore iraniano che insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia), che mi ha fornito il contatto (fondamentale) di Elisa Resegotti, co-curatrice della mostra “Roads of Kiarostami” insieme ad Alberto Barbera, con cui è iniziato da quel momento un bel rapporto di amicizia. Elisa ha messo a mia disposizione tutto il materiale che possedeva, e posso dire che senza di lei il mio lavoro non sarebbe stato possibile.
Gli ultimi film per la sala realizzati da Kiarostami ("Copia conforme" e "Qualcuno da amare") risentono, secondo me, dell’esperienza di Kiarostami come artista visivo. Devo ammettere che, se avessi conosciuto Kiarostami a partire dagli ultimi lavori per il cinema, forse non mi sarei innamorato del suo cinema così come è stato guardando i suoi film degli anni Novanta, ma andando ad approfondire e ad analizzare il suo percorso da artista visivo, ho rintracciato una grande coerenza espressiva che caratterizza anche l’ultima parte della sua carriera.
Quando diversi anni fa ho visto in anteprima "Qualcuno da amare" per recensirlo, ho capito meglio anche il senso di "Copia conforme". Questi due film costituiscono indiscutibilmente un dittico.
Per quanto riguarda gli ultimissimi lavori, invece, sono felice di aver potuto vedere “24 Frames”. Poco prima della chiusura del libro ho saputo che sarebbe stato proiettato a Firenze, quando ormai non speravo più di riuscire a vederlo per poterne scrivere. È stata una fortuna perché è un film che permette di concludere il discorso su quella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel terzo capitolo. Questo film è una sorta di testamento artistico che mette tra loro a confronto linguaggi differenti, analogamente a quanto avveniva in “Roads of Kiarostami”, seppure attraverso differenti scelte formali.


Il vento ci porterà via (1999)


Sotto il tuo microscopio non passano, se non di sfuggita, due film importanti come “Close-Up” e “Sotto gli ulivi”, che sono i più apertamente metacinematografici. Il motivo è che questo aspetto è già stato ampiamente sviscerato, o c’è dell’altro?


Io ho cercato di isolare quelli che rappresentano, secondo me, dei momenti di svolta nella carriera di Kiarostami. Posto "Dov'è la casa del mio amico?" come il punto iniziale di questo percorso, il primo momento di svolta è per me "Il vento ci porterà via". Lungo questo asse, secondo me è un punto intermedio è rappresentato più da "E la vita continua" che da "Sotto gli ulivi", e da questo derivano le mie scelte di campo.

Ho escluso il tema del metacinema, così come il discorso sulla continuità all’interno della Trilogia di Koker*, perché mi portavano un po' fuori strada rispetto al percorso che avevo immaginato progettando questo libro. Inoltre sono stati ben affrontati, anche in Italia, nei lavori di Marco Dalla Gassa, Pietro Montani e Dario Cecchi. Mi interessava sondare una via di analisi differente, che ha escluso tra gli altri quei due film, di cui riconosco la grandezza e l'importanza. "Close-Up" rientra probabilmente fra i tre film di Kiarostami che più amo.



L’ultimo capitolo è un’intervista a Elisa Resegotti. Lei sostiene che Kiarostami sia stato, nell’ordine, regista, fotografo, videoartista, poeta. Condividi questa particolare graduatoria?

Io credo davvero, per quel che riguarda Kiarostami, nella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel libro, riprendendo questa espressione da Raymond Bellour. Kiarostami è sempre stato fotografo, e la fotografia ha influenzato il suo cinema per il lavoro di composizione delle inquadrature, così come il cinema ha influenzato gli immaginari delle sue fotografie (non fosse altro che perché le location sono le stesse, come spiegato anche da Elisa Resegotti nell’intervista). Quando poi Kiarostami decide di approcciare la videoarte (o meglio direi il “cinema installato”), quest'ultima influenza la produzione cinematografica successiva. Io credo di poter considerare Kiarostami un artista intermediale, per cui stabilire una gerarchia è complicato.

Capsico comunque il discorso di Elisa: del resto il cinema ha sempre trainato la fama di Kiarostami e ha rappresentato, probabilmente, l’apice della sua espressione artistica.


È possibile secondo te individuare un erede di Kiarostami, o qualcuno che porti avanti un lavoro di ricerca analogo?

Faccio fatica a trovarlo. Come dicevo, si tratta di un autore influenzato dalle tendenze europee del cinema moderno, come lo intendono Jacques Aumont o Giorgio De Vincenti, e dunque è complesso comprendere quanto il suo segno abbia inciso su autori che seguono questo modello stilistico più di altri autori che rientrano nella famiglia della “modernità cinematografica”. In Iran, invece, come detto, credo che la sua linea sia stata poco seguita.


Infine, per curiosità, hai avuto modo di visionare gli spot pubblicitari che ha realizzato in gioventù, o sono ancora inaccessibili?

Gli spot no. Ho visto delle grafiche, dei manifesti pubblicitari. Sono riuscito a vederli perché degli studenti iraniani dell’Università Roma Tre li hanno trovati facendo ricerche su Google in lingua persiana e me li hanno mostrati. Non ci ho mai lavorato, ma a livello di composizione del quadro direi che ci sono delle corrispondenze significative con il resto dell'opera dell'autore.



Dimenticavo una domanda, anche se in parte hai già risposto. Nel libro non dai giudizi di valore. I film e le opere che hai scelto di analizzare sono gli stessi che ami di più, o ne indicheresti altri?
Il film che mi ha fatto innamorare del cinema di Kiarostami è stato “Il vento ci porterà via”, e credo che rimanga il mio preferito. Ero uno studente al primo o secondo anno di università, non conoscevo Kiarostami ma ero un grande appassionato di Werner Herzog.

Quando Herzog è venuto a Torino, alla Scuola Holden, per un workshop che ho avuto la fortuna di poter frequentare, qualcuno gli ha rivolto una domanda sul suo rapporto con la poesia. Lui, nel rispondere, ha detto a un certo punto: “Quello che per me è il più grande cineasta vivente, Abbas Kiarostami, è anche un grande poeta”. Mi sono detto, allora, che non potevo non conoscere colui che Herzog reputava il più grande cineasta vivente! Ho iniziato a colmare la lacuna guardando proprio “Il vento ci porterà via”, e sono rimasto letteralmente folgorato da questo film.

È per questo motivo che ho deciso di aprire il mio libro analizzando proprio la prima sequenza de “Il vento ci porterà via”, perché in fondo quelle sono le prime immagini di Kiarostami con le quali mi sono confrontato.



*La Trilogia di Koker comprende "Dov'è la casa del mio amico", "E la vita continua" e "Sotto gli ulivi"