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sabato 7 settembre 2024

Shahed -The Witness (Nader Saeivar, 2024)

 


Nella sezione Orizzonti Extra della Mostra di Venezia, dove ha vinto il premio del pubblico, arriva il nuovo film di Nader Saeivar, regista iraniano per anni collaboratore di Jafar Panahi e già autore di un film molto bello: The Alien, miglior sceneggiatura in Cineasti del presente a Locarno 2020 .

Shahed, scritto sempre insieme a Panahi che ha anche curato il montaggio, racconta di Tarlan, un’insegnante di danza vedova da tanti anni ma sempre combattiva. Quando la figlia adottiva viene assassinata, la donna si trova a combattere contro un muro di omertà eretto proprio da chi su quell’assassinio dovrebbe indagare. Tarlan dovrà decidere se cedere alle forti pressioni politiche o rischiare il tutto per tutto, rivelando tutto ciò di cui è a conoscenza.

Tarlan (interpretata da una straordinaria Maryam Bobani) arriva a denunciare l’omicidio della figlia adottiva da parte di un marito violento e potente. È una testimone diretta di questo delitto e vuole andare in fondo nonostante tutti gli consiglino di fare il contrario.

Raccontando questa storia Saeivar vuole evidentemente mostrare cosa sono costrette a fare le persone comuni in Iran che non svendono la propria dignità di fronte alla paura.

Shahed - The witness riflette così le attuali condizioni della società iraniana e ci mostra il modo in cui agisce il Governo e come si debba sempre obbedire anche a rischio della   propria dignità. Saeivar ci mostra anche come il regime repressivo iraniano operi con un controllo a 360 gradi della società iraniana, il tema del controllo era già ben presente nel film precedente e viene ancora di più palesato in questo. Shahed ci fa così capire come è difficile per le persone mantenere umanità se vengono cancellati come esseri umani e la  verità non si sa più cosa sia.

Shahed inizia e finisce con un ballo che è un evidente segno di libertà, mentre le tende si chiudono e i social vengono silenziati la danza fa il contrario, è un segno di libertà che Seivar decide di usare in apertura e chiusura quasi come un sipario al cui interno incastona un potente thriller che intreccia temi sociali e politici.

Il film si inserisce così con autorevolezza nel cinema iraniano contemporaneo, non ha gli slanci di scrittura di Farhadi o la potenza dello stesso Panahi ma, nonostante qualche didascalisno di troppo, racconta bene i temi dell’oppressione, della dignità umana e della resistenza individuale.


Claudio Casazza

giovedì 14 marzo 2024

"Un eroe" assolto dalle accuse di plagio

Secondo il rapporto di Mansour Jahani, giornalista cinematografico indipendente internazionale, questa è la sentenza del tribunale sul caso di violazione del diritto d'autore del film "Un eroe" diretto da Asghar Farhadi. Un verdetto basato sulle perizie di tre professori dell'Università di Teheran , esperti e docenti nel campo dei diritti di proprietà intellettuale, nonché di quattro esperti d'arte, che all'unanimità hanno respinto le affermazioni della querelante come infondate. Il film è stato completamente prosciolto da queste accuse.

 L’ex studentessa di Asghar Farhadi Azadeh Masihzadeh aveva richiesto la condivisione di tutti gli introiti e i premi nazionali ed esteri del film.

 Nella sentenza, emessa dopo aver esaminato “Un eroe" e tutte e tre le diverse versioni del documentario della querelante, nonché decine di ore di filmati del laboratorio di Asghar Farhadi, si sottolinea con fermezza che la produzione di ogni film o opera d'arte ispirata a un evento reale o a notizie da esso pubblicate avviene senza limiti perché le notizie legate a un evento reale sono di pubblico,  il diritto a usarle non è esclusivo di nessuno, e ciò è assolutamente accettato ed evidente in tutto il mondo.

Il documentario della querelante (Azadeh Masihzadeh) è basato su un evento reale e sulle notizie pubblicate al riguardo sui giornali Jam Jam, sul sito Iran e sul sito Titronline il 23/4/2011 e il 24/4/2011, nonché su un servizio giornalistico della TV Fars Province . E raccontare una notizia pubblicata non crea diritti di proprietà per nessuno. Pertanto, le somiglianze tra questi due film, un documentario e uno di finzione, provengono da un lato dalla fonte comune dei due lavori, la realtà e dalle notizie dei media, e dall'altro dalla formazione e dallo stile dell'istruttore del workshop Asghar Farhadi. , e si può affermare con certezza che non sussistono violazioni di legge. Ciò non è avvenuto e le accuse sono completamente respinte.

In un'altra parte delle perizie, si sottolinea che la querelante ha assemblato un film di un'ora da dozzine di ore di riprese delle sessioni del seminario di Asghar Farhadi, in cui sono stati apportati aggiustamenti e adattamente unilaterali, col risultato di un'enorme differenza tra il filmato originale del workshop e il film fornito dalla denunciante all'investigatore nella fase di indagine. Pertanto, questo video raccolto dalle sessioni del seminario, che costituisce la base principale per l'emissione dell'accusa, è riconosciuto come non valido.

 
Inoltre, secondo l'esame dei documenti del caso e delle immagini registrate dal seminario, si è riscontrato che il piano narrativo, la struttura, il tipo di trattamento con i soggetti, il tipo di narrazione, come il contestare le affermazioni dei soggetti, il posizionamento delle la macchina da presa, il tipo di inquadratura, le modalità di trattamento primario e secondario del soggetto documentario, la creazione dell'atmosfera ottimale e persino il finale (finale aperto) e molti altri elementi del film documentario sono stati proposti e insegnati alla studentessa da Farhadi, e tutta la formazione nel video raccolto dalle sessioni del seminario è stata rimossa dalla querelante. Sulla base di ciò, il progetto presentato allo studente da Farhadi è più di un'idea e di un piano iniziale e grezzo, ma è in realtà una sorta di modello che costituisce un quadro completo per la formazione della narrazione nel documentario. Ciò è risultato del tutto evidente.

 

Nelle recensioni è stato affermato che il film "Un eroe" in termini di soggetto, storytelling, struttura, caratterizzazione, performance e tutti gli elementi artistici creativi discussi nel campo del diritto d'autore è completamente indipendente e diverso dal documentario - e anche dal vero evento accaduto e dalle notizie pubblicate - e non è accusabile di violazione del copyright da nessun punto di vista."

venerdì 28 aprile 2023

Un comitato segreto per punire Alidoosti, Farhadi e altre celebrità?

Secondo la BBC l'anno scorso l'Iran ha formato un comitato segreto per punire le celebrità che hanno sostenuto le proteste antigovernative. Tra queste le attrici Taraneh Alidoosti e  Fatemeh Motamed-Arya e i registi Asghar Farhadi e Manijeh Hekmat.

Qui l'articolo in inglese:

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-65373847?fbclid=IwAR0TIn145iYr5v0edmsTjZ-h16wVo1qUtg-H72ckh2ewDOCWVeax3Nd28n0

giovedì 8 dicembre 2022

I migliori film di sempre secondo Farhadi

 I film migliori film di sempre scelti da Asghar Farhadi per il recente sondaggio di Sight & Sound






domenica 6 novembre 2022

L'avvocato di Farhadi risponde al New Yorker

Il 2 novembre l'avvocato di Asghar Farhadi, Jonathan Gardner, ha fornito alla rivista newyorkese Vulture una breve risposta alle accuse di aver rubato idee a studenti e colleghi per i soggetti dei suoi film. 




Per conto di Farhadi, Gardner afferma che Rachel Aviv, l'autrice dell'articolo, 'ha respinto e omesso quasi tutti i commenti e i documenti del signor Farhadi a lei forniti sulle affermazioni a cui si fa riferimento nell'articolo. Mr. Farhadi ha collaborato con successo con altri artisti per venticinque anni; la signora Aviv ha scoperto una manciata di persone che si lamentavano di non essere state ringraziate abbastanza'.

Gardner nega il resoconto degli eventi di Azadeh Masihzadeh e si attiene all'argomento di Farhadi secondo cui è stato lui a dare ai suoi studenti, inclusa Masihzadeh, l'idea che ha portato al documentario "All Winners, All Losers", la cui trama sarebbe alla base del film di Farhadi del 2021, "Un eore". Gardner si riferisce alla controversia come 'un problema di attribuzione congiunta dei credits che è di routine a Hollywood ogni giorno'.

Di contro, il New Yorker ha ribadito la correttezza della propria ricostruzione.

mercoledì 2 novembre 2022

Il New Yorker accusa Farhadi di plagio

In un lunghissimo articolo pubblicato lo scorso 31 ottobre, intitolato "Il regista premio Oscar Asghar Farhadi ha rubato le idee?" - e rilanciato anche da agenzie iraniane - il New Yorker ha raccolto, lungo quasi tutta la carriera del cineasta, una serie di presunti plagi.


Azadeh Masihzadeh, la principale accusatrice 



Partendo dalla causa (in attesa di verdetto) intentata dalla documentarista Azadeh Masihzadeh, secondo cui "Un eroe" sarebbe copiato dal suo "All Winners, All Losers", il periodico americano ha passato al setaccio la filmografia di Farhadi, sommergendolo di accuse e lasciando ben poco spazio alla difesa del regista.


Così, l'esordio "Dancing in the Dust" trarrebbe origine da una storia raccontata a Farhadi dal drammaturgo Abbas Jahangiran. Questi, mentre aspetta i finanziamenti per trasformarla in un film, da giurato di un festival scopre che ci ha già pensato il suo collega, senza avvisarlo né tantomeno citarlo. Poi arrivano le scuse e i credits, ma non i soldi.


Dopo aver realizzato "Fireworks Wednesday", opera numero tre, Farhadi svilupperebbe insieme al co-sceneggiatore Mani Haghighi anche il copione del successivo "About Elly", ma senza accreditarlo. A mo' di risarcimento, Haghighi finisce nel cast del film. Pure la protagonista Golshifteh Faharani, all'ultimo film in Iran, ha di che lamentarsi di Farhadi, reo di non difenderla adeguatamente dalle accuse che la portano a lasciare il paese.

Ma persino la musa di tante pellicole del regista, Taraneh Alidoosti, si fa beffe di lui, dipingendolo come un egocentrico convinto che tutte le idee che confluiscono nei film siano proprie.


Anche "Una separazione", come "Un eroe", sarebbe in debito con un lavoro concepito durante un workshop di Farhadi da un suo allievo, Mostafa Pourmohammadi, mentre "Il passato" ricalcherebbe la vicenda biografica di Haghighi, volato in Canada per divorziare. Quest'ultimo denuncia anche il furto della sceneggiatura di "Tutti lo sanno", a cui avrebbe lavorato con Farhadi per quaranta giorni, ottenendo nient'altro che un laconico ringraziamento nei titoli di coda.


Quasi tutti i defraudati, a quanto pare, restano sbalorditi, ma in fondo non se la prendono più di tanto, abbindolati dalle capacità affabulatorie di Farhadi, o lusingati per aver contribuito gratis alla gloria del cinema nazionale. Finché l'ex allieva Mahsizadeh non passa alla denuncia. E ora la stampa americana la amplifica, lanciando un me too contro il regista con un tempismo non proprio felice, vista la situazione drammatica in cui versa l'Iran e i rischi che corrono i suoi cineasti.




sabato 1 gennaio 2022

Yalda (Massoud Bakhshi, 2019)


La ventiseienne Maryan ha accidentalmente ucciso il sessantacinquenne marito - e benestante datore di lavoro - Nasser Zia, mentre era incinta di suo figlio, e ha già scontato 15 mesi di carcere. Solo Mona, l'unica figlia della vittima, può salvarla dalla pena di morte. Probabilmente lo farà in diretta tv nel corso della trasmissione "La gioia del perdono" in onda la notte di Yalda.

Secondo lungometraggio di fiction, dopo il non riuscitissimo crime "A Respactable Family" (2012), di Massoud Bakhshi, regista che si era creato una solida reputazione in patria con l'interessante documentario "Tehran Has No More Pomegranates!" (2006).
Gran premio della Giuria al Sundance Festival - il più alto riconoscimento per un film non statunitense, "Yalda" è arrivato un po' in ritardo in Italia rispetto ad altri paesi europei per colpa della pandemia, che gli ha precluso la sala e lo ha dirottato per pochi giorni su Sky e NOW Tv.

La coproduzione internazionale si avvale di un cast déjà vu che, a fianco della protagonista Sadaf Asgari (già a Venezia in "Disappearance"), schiera l'habitué Babak Karimi, Fereshteh Sadre Orafaiy ("Il palloncino bianco", "Il cerchio") e Behnaz Jafari ("Lavagne", "Tre volti").

Il chiaro obiettivo è portare alla ribalta alcune peculiarità dell'ordinamento della Repubblica Islamica.




Lo spettatore può infatti scoprire cosa sono Yalda - la festa che si celebra la notte del solstizio di inverno - o il matrimonio temporaneo, indignarsi contro la pena di morte, un sistema del diritto oneroso per i poveri, un istituto islamico a dir poco controverso come quello del perdono che, nella società dello spettacolo, lava la coscienza di tutti coloro che lo sbandierano in pubblico: i parenti delle vittime, le trasmissioni televisive, gli stessi spettatori chiamati demagogicamente al televoto sulle sorti capitali delle persone, il sistema politico che ipocritamente si fregia della magnanima possibilità di salvar vite.

Se quest'ultimo tema anticipa "Un eroe", il film di Asghar Farhadi di imminente uscita, come gli altri argomenti riecheggiano i restanti lavori del premio Oscar, una prevedibile schematicità nello svolgimento ridimensiona l'importanza di "Yalda", affiancandolo più che altro ai drammi morali di Vahid Jalilvand ("Un mercoledì di maggio", "Il dubbio - Un caso di coscienza").

Da un lato è indubbio quanto dichiarato dal regista a Chiara Zanini:

Quello che mi piace del personaggio principale del mio film, Maryam, è che non capiamo mai se è completamente innocente o colpevole. Penso che non lei sia un angelo, soprattutto perché ha accettato di sposare un uomo più vecchio di suo padre, sedotta dalla sua vita lussuosa. Ma allo stesso tempo è vittima dell'avidità di sua madre e, come Lei ha detto, del giudizio preliminare e dell'errore di giudizio delle persone dopo questa morte accidentale.

Dall'altro lato, escludendo la protagonista, gli altri personaggi non sono certo ben caratterizzati né complessi, a partire dall'antagonista Mona, con la sua inflessibile ostilità verso Maryam, con cui si confronta faccia a faccia in trasmissione.




In ogni caso, "Yalda" rientra in un filone che caratterizza il cinema iraniano recente, votato in prevalenza - ma non solo - all'export, di cui costituisce un buon esemplare. 

Rimarchevole è soprattutto la cupa fotografia di Julian Atanassov, che conferisce specificità cinematografia a quest'opera così notturna, evitando l'effetto tv filmata.


sabato 4 dicembre 2021

The Deportees 2 (Masoud Dehnamaki, 2009)

IL PIÙ GRANDE SUCCESSO




Il film iraniano che ha ottenuto gli incassi maggiori di sempre - corretti per l'inflazione - è "The Deportees 2" (Ekhrajiha 2, 2009).

Interpretato da un gruppo di popolari attori, per lo più comici, il film è il secondo capitolo di una trilogia ambientata sul campo della "Guerra Imposta" con L'Iraq (1980-1988). Una serie di film che, alternando scene divertenti a sequenze belliche dalla morale patriottica, racconta di un gruppo di scapestrati che si arruolano volontari per riabilitarsi agli occhi delle donne che vorrebbero sposare.

Nel secondo capitolo, la battuta migliore la pronuncia Akbar Abdi, che interpreta un soldato soprannominato "fava". Catturato dalle truppe di Saddam e intervistato dalla tv irachena sulle ragioni per cui è al fronte, il fante si richiama alla comune fede sciita e afferma: "Siamo solo venuti a vedere la tomba di Hussein a Kerbala. Quando voi venite a vedere la tomba dell'imam Reza, vi trattiamo forse così?"





Il regista dei film è Masoud Dehnamaki, una figura che definire controversa è dir poco: agitatore culturale reazionario, si è macchiato anche di azioni squadriste contro riformisti e studenti.

Il trionfo dei Deportees è limitato al pubblico locale; all'estero sono pressoché sconosciuti, come gli altri film iraniani campioni di incassi. Fanno eccezione alcune opere firmate Dariush Mehrjui, Tahmineh Milani, Majid Majidi, Asghar Farhadi.



domenica 21 novembre 2021

"Se dite che sono governativo, ritiro il film dagli Oscar" Lo sfogo di Farhadi, accusato anche di plagio

Lungo sfogo di Asghar Farhadi che, in un post scritto in persiano pubblicato martedì scorso su Instagram, si smarca dalle accuse di essere vicino alle istituzioni della Repubblica Islamica. 





Questo è il post di Farhadi (traduzione di Sara Fallah):

Nel corso degli anni, ho cercato di evitare conflitti, concentrandomi sempre sulla scrittura e la realizzazione di film. Pensavo che la risposta a tutte le calunnie nei miei confronti fosse il mio lavoro, senza bisogno di altre spiegazioni. Ma questo mio silenzio ha convinto alcuni a continuare con le accuse a ruota libera, con la convinzione che Farhadi non avrebbe mai risposto.

Il motivo di questo post è la dichiarazione di una persona che non conosco e che mi ha accostato al governo e allo stesso tempo ad ambienti esteri. Sia chiaro: io ti odio!

Come potete dire che sono vicino a un governo i cui media non hanno risparmiato sforzi per distruggermi, emarginarmi e stigmatizzarmi negli anni scorsi. Un governo al quale ho chiarito il mio punto di vista sulle sofferenze che ha causato negli corso degli anni. È di dominio pubblico quanto ho detto e scritto dal 1996 al 1998, e sulla tragedia amara e imperdonabile dei passeggeri uccisi dell'aereo ucraino, sulla crudele discriminazione contro donne e ragazze, sull'aver portato il paese alla disgrazia del coronavirus.

Come fate a dire cose del genere quando tantissime volte in aeroporto mi hanno sequestrato il passaporto, o mi hanno condotto a sottopormi a interrogatori? Come potete accostarmi a un governo che su di me ha più volte detto: "Meglio che Farhadi non torni in Iran"?
Non ho mai avuto la minima affinità con il vostro pensiero arretrato, né ho bisogno delle vostre stronzate per nascondere elogi.

Voi, che per tanti anni anni avete cercato di sottrarvi alle responsabilità, avete accusato di "oscurità" ciascuno dei miei film, ed è sorprendente che ora sia in corso uno stesso tentativo di accusarmi di  "sbiancatura"!
Se non ho mai parlato della persecuzione che mi avete inflitto, è solo perché non ho voluto andare avanti se non con il mio lavoro, in cui credo. Non pensate che sia mai stato d'accordo con voi.

Se la candidatura del mio film agli Oscar da parte dell'Iran vi ha portato alla conclusione che sono all'ombra della vostra bandiera, dichiaro esplicitamente che non ho problemi a ritirare questa candidatura. Non mi interessa più il destino dei film che ho fatto con tutto il cuore; sia in Iran che fuori dall'Iran. Questo film se ha veramente importanza rimarrà, altrimenti sarà dimenticato.

Mi dispiace davvero che il mio tentativo di rimanere in Iran, fare un film in Iran e mostrarlo in Iran, implichi che stia facendo il doppio gioco. Ho sempre scritto e fatto film con tutto il mio cuore. Chi mi conosce intimamente sa che ho sempre amato vivere in mezzo agli iraniani e fare film per questa gente, anche se ho avuto l'opportunità di lavorare e vivere ovunque nel mondo, lontano da queste difficoltà.

Ma questa volta è come se ci fosse un grande sforzo da tutte le parti per trasformare questo amore e questa speranza in scoraggiamento. Alcune persone hanno pubblicato ricordi distorti e falsi, altri mi hanno calunniato e hanno fatto false affermazioni, altri ancora mi hanno accostato al governo.
Anche se sono sicuro che queste persone che mi vogliono male continueranno per la loro strada, io pubblico questo post per rispetto verso coloro che cercano la verità, e cercherò presto di parlare apertamente anche di altri gossip che hanno creato sul mio conto.


Alle origini di una reazione così dura, da parte di una persona solitamente pacata come Farhadi, ci sarebbero accuse di plagio: per "A Hero" - in uscita nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio, il regista avrebbe copiato senza citare la fonte il documentario "All Winners, All Losers" realizzato nel 2015 per un workshop da una sua allieva, Azadeh Masihzadeh. I legali di Farhadi e un testimone (vedi anche qui) sostengono tuttavia che l'idea di partenza e la supervisione del documentario fosse del cineasta premio Oscar. 

Per sostenere le sue posizioni, lo scorso 12 novembre Masihzadeh ha caricato su Youtube il documentario, con sottotitoli in inglese:

Aggiornamento: la direttrice dell'istituto si è schierata con l'allieva.





venerdì 18 settembre 2020

Una introduzione. Farhadi per il pubblico italiano

La parola a Khorshid Shekarie Aureh, studentessa dell'istituto Gobetti Volta di Bagno a Ripoli (FI). Khorshid ha raccontato la storia del cinema persiano ai suoi compagni di scuola, soffermandosi in particolare su Asghar Farhadi, di cui ha svelato alcuni interessanti aspetti culturali di non facile comprensione per gli spettatori italiani, giovani e meno giovani. Quello che segue è un breve resoconto delle sue presentazioni.


About Elly


Ho cominciato dalla collocazione geografica dell'Iran, facendo poi una carrellata sulla storia del cinema persiano dal 1962, quando con “La casa è nera” Forough Farrokhzad ha dato in qualche modo inizio alla Nuovelle Vague, facendo un cinema diverso dal commerciale filmfarsi. Ho scritto sulla lavagna i nomi dei registi (ad esempio Golestan e Mehrjui) divisi per epoca, poi ho parlato dei cambiamenti che ci sono stati con la Rivoluzione, dal vestiario alle trame, dai temi agli interessi dei registi. Credo che i film d'autore non siano più una forma di svago per il pubblico. Ci sono stati mutamenti sottili che hanno permesso di veicolare un messaggio diverso. Ho citato in particolare la famiglia Makhmalbaf, poi Panahi - soprattutto “Taxi Teheran” che era un film abbastanza conosciuto e che ha suscitato domande dalla classe. Poi ho parlato di Ghobadi e infine mi sono concentrata su Farhadi, affrontando “About Elly”, “Una separazione” e “Il cliente”.

Di “Una separazione” ho proiettato alcune scene, mentre di “About Elly” e “Il cliente” ho mostrato solo il trailer, perché non avevo delle copie sottotitolate in italiano e sarebbe stato troppo scomodo tradurre a voce sul momento. Dopo i trailer ho raccolto un giro di domande: i ragazzi erano stupiti del fatto che in Iran esistessero il cinema e i film! Ma anche se ne fossero stati al corrente, quello di Farhadi è comunque un cinema pieno di dettagli della cultura iraniana che portano il pubblico italiano a farsi delle domande. 

Farhadi mette al centro la società iraniana. Come però ha egli stesso evidenziato nelle conferenze, parte dall'individuo, dalla coppia e dal nucleo familiare, per poi espandersi a tutta la società. I personaggi sono neutri, non possiamo identificare degli antagonisti, dei buoni e dei cattivi: il regista lascia tanti punti interrogativi per il pubblico.

Facciamo degli esempi. In “Una separazione”, le dinamiche tra Nader e Simin (i protagonisti) e tra Razieh e Hojjat (la badante e suo marito) sono diverse. Anche perché appartengono a ceti sociali differenti (mentre i personaggi di "About Elly" sono omogenei). Ma anche lo stesso Hojjat, apparentemente “cattivo”, irascibile, ha tantissimi lati umani, pur provando rancore quando scopre che la moglie va a lavorare a casa di un uomo che non è della sua famiglia. Un namahram, si dice in persiano. Non possiamo dire che questo personaggio abbia torto o ragione, Farhadi ne fa vedere il lato umano.

Ho fatto vedere la scena in cui Razieh chiama il mullah per chiedere se può curare il padre di Nader. Durante la proiezione, in molti non hanno capito di cosa si trattasse. Mi sono soffermata sul concetto di namahram, spiegando quali sono le persone che possono avere un contatto diretto - in questo caso i familiari della donna e i fratelli del marito. Nessun altro uomo può entrare in contatto con lei: il fatto è che doveva lavare l'anziano e cambiargli il pannolone. Essendo l'uomo vecchio e malato, non le è stato proibito. Il fatto che poi, al termine della sequenza, la figlia di Razieh aggiunga spontaneamente “non lo dico a papà”, secondo me dipende dal fatto che le due appartengono a una famiglia religiosa di ceto medio-basso della capitale. Molte cose che Razieh dice nel corso del film non posso essere totalmente capite, forse, dal pubblico italiano o occidentale. Ad esempio quando Nader la accusa di aver rubato del denaro da un cassetto, il modo in cui lei reagisce è tipico di una persona molto devota. Ho notato che nella traduzione italiana non sono riportate tutte le personalità religiose su cui lei giura, ma in ogni caso l'elenco è molto significativo. Inoltre, in diverse scene del film giurano sul Corano. È una cosa abbastanza comune in Iran, ma comunque ha il suo peso; quando si giura sul Libro Sacro bisogna essere molto sicuri. Questo la dice lunga sulla fede di questa famiglia, ma forse chi non conosce bene la realtà iraniana non coglie appieno la drammatica serietà di tali giuramenti.

Altrettanto interessante è la prima scena, in cui il regista inquadra i volti di Nader e Simin senza far vedere il giudice. Secondo me significa che aveva l'intenzione di concentrarsi sui personaggi e sulla coppia, mostrando le loro emozioni insieme, non prima dell'uno poi dell'altra, o viceversa. Credo però che il concetto di separazione assuma connotati più generali, al di là della storia della coppia principale. Anzi è proprio questo il tema centrale. Il film parla di separazioni tra le classi sociali, del conflitto che si produce tra Razieh e Hojjat; di varie separazioni che si stanno consumando a livello sociale all'interno del paese, sia tra persone religiose che non credenti.

Una separazione

Ne “Il cliente” è interessante l'inserimento del teatro – i protagonisti Emad e Rana sono entrambi attori - perché contribuisce alla sceneggiatura del film. Emad è una persona che recita anche giù dal palco. Infatti ha inizialmente un tono sostenuto, ma si spoglia di questa maschera al cospetto di una situazione grave e inaspettata che lo manda in collera.

Quando Emad rifiuta di mangiare il cibo comprato coi soldi del presunto stupratore, magari lo spettatore italiano può pensare che sia per una questione religiosa, ma non è del tutto vero. Infatti in Iran c'è molto la cultura dei “soldi puliti” e dei “soldi sporchi”, e questo si vede chiaramente anche  dal modo in cui le persone parlano. Per una persona che vuole guadagnare soldi per raggiungere onestamente un livello di vita appagante, la parola che si usa è nan-e halal, cioè pane halal, lecito. Il concetto di nan-e halal non ha solo a che vedere con il cibo: quando qualcuno dice di voler arrivare ad avere nan-e halal, significa che vuole conseguire uno status sociale rispettabile, che vuole arrivare a guadagnare denaro pulito.
Questo aspetto si può in qualche modo notare anche in “Una separazione”, quando la famiglia di Nader va a casa di Razieh per convincerla ad accettare il risarcimento. Nell'audio originale, Razieh usa il termine pul-e haram, con cui si intende il guadagnare soldi con un lavoro “sporco”. Ma in questo caso Razieh usa tale espressione per riferirsi alla sua menzogna rispetto all'aborto. Qui il concetto è più legato alla religione, a qualcosa di cattivo che potrebbe succedere se lei accettasse quei soldi. Spesso tradizione e religione si intrecciano e non è facile capire l'origine dei comportamenti; anche un iraniano non musulmano, o un musulmano non praticante, può avere degli atteggiamenti tipici, uguali a quelli di un connazionale musulmano osservante. È ovvio che questo non accade sempre, però alcuni aspetti della religione si sono talmente integrati nella cultura che non si riesce più a distinguerli. 

Farhadi e Shahab Hosseini sul set de Il cliente


Tornando invece a “About Elly”, una cosa che i miei compagni di scuola non hanno ben compreso è l'atteggiamento di Sepideh nei confronti del personaggio tornato dalla Germania, interpretato da Shahab Hosseini. Mi hanno chiesto: perché è così importante presentare le ragazze ai ragazzi? Ho notato che in Italia queste presentazioni formali non si usano più, mentre restano attuali in Iran; sono legate alla cultura tradizionale e non alla religione. Forse dipende dal fatto che gli uomini non si sentono ancora molto sicuri nelle relazioni amorose. È una cosa che ho notato anche tra i miei amici e familiari.









 


sabato 29 febbraio 2020

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

“In quanto esseri umani, in che misura dobbiamo essere ritenuti responsabili del nostro adempimento agli ordini? Qual è la nostra responsabilità morale?” 
Mohammad Rasoulof



Appare improvviso all'ultimo giorno di Concorso il film che potrebbe vincere la Berlinale. A dirigerlo è Mohammad Rasoulof, uno dei registi più perseguitati dal governo iraniano, infatti tutti i suoi sette film sono stati vittima della censura. Nel 2010 è stato arrestato sul set mentre lavorava al fianco di Jafar Panahi e condannato a un anno di prigione. Non è agli arresti, come molta stampa ha scritto, ma dal 2017 gli è stato ritirato il passaporto e ufficialmente gli è vietato lasciare l'Iran, proprio per questo non è qui a Berlino a presentare il suo film. I suoi produttori, presenti in terra tedesca, sostengono che stia bene e sia sereno, sicuro della scelta di non piegarsi alla censura governativa.

Come ha raccontato Rasoulof in un'intervista, il film non è stato girato in segreto ma le autorità gli hanno reso la vita più difficile, non dando permessi e creando difficoltà ogni volta. Quella del film, ha sostenuto il regista, è stata una lavorazione estremamente complessa e angosciante, ma fortunatamente portata a termine. In Iran, come tutti sappiamo, è un periodo di revanche conservatrice e il suo impatto sul cinema è  evidente: da Panahi allo stesso Rasoulof il cinema indipendente non finanziato dal governo sta diventando sempre più ridotto. La pressione governativa ha spostato molti registi ai margini, ed è quasi impossibile che Rasoulof dopo un film così politico possa tornare nel panorama ufficiale del cinema iraniano.

Passiamo a "There Is No Evil" (Sheytan vojud nadarad) che lungo l'arco di due ore e mezza ci presenta quattro racconti morali apparentemente separati ma che dialogano tra loro, non vi diciamo come perché è molto interessante scoprirlo da soli. Nelle quattro storie i personaggi, tutti legati a doppio filo, vivono interrogandosi sulla loro posizione all'interno di un regime, se opporsi o esserne in qualche modo complici. Il primo racconto ha per protagonista Heshmat, un marito e un padre esemplare, che vediamo durante la sua vita famigliare con qualcosa nel volto di molto preoccupante; la seconda storia invece riguarda Pouya, un soldato di leva a cui viene chiesto di eseguire un'esecuzione, ma non lui può neanche immaginare di uccidere un altro uomo; Javad, anche lui un militare, è il protagonista del terzo racconto, lo vediamo che torna dalla fidanzata Nana il giorno del compleanno, ma ci saranno delle sorprese in quei giorni; il quarto episodio vede Bahram, un medico che non è in grado di esercitare la professione e vive da emarginato sulle montagne, ora riceve la visita della nipote a cui deve confidare un segreto.



Le quattro storie affrontano tutte il tema della pena di morte ma vanno anche molto oltre, Rasoulof si interroga su come le regole autocratiche modificano le persone fino a farne ingranaggi della macchina autoritaria e incentra il film su come cittadini responsabili abbiano una possibilità di scelta quando gli viene chiesto di eseguire ordini disumani. Il film tocca temi fortissimi come la responsabilità individuale e le scelte di disobbedienza/resistenza e ragiona sul prezzo da pagare per questo. Il regista iraniano ci racconta queste vicende dure con un cinema che ricorda più Yilmaz Güney (il grande regista curdo di “La rivolta” e “Yol”, imprigionato in Turchia per anni per le sue posizioni contro il regime) che i grandi autori iraniani. 
Rasoulof fa un film dove il conflitto con lo Stato è evidente ma lavora molto sui personaggi, sulle scelte e sui loro tormenti interiori, e qui colpisce davvero nel segno. I quattro protagonisti sono personaggi che nascondono qualcosa agli altri, che possono entrare in crisi proprio perché entra in gioco il contrasto tra la propria morale e il proprio dovere. I personaggi appaiono veri e sembrano soffocare negli interni di un auto, in un carcere, o in una casa di montagna. C’è sempre un macigno del passato che contamina i luoghi dove vivono le loro vite incerte. Questi scheletri del passato e la costruzione narrativa con colpi di scena improvvisi e molto personali ricorda un po' il cinema di Asghar Farhadi, come anche gli epiloghi spesso devastanti ma aperti. Infatti le storie sono lineari e semplici ma proprio coi loro finali bruscamente interrotti invita noi spettatori a collegarle agli episodi successivi, a cercarne legami anche nel tempo e a immaginare così come i protagonisti possano affermare la propria libertà anche in situazioni così difficili.

“There Is No Evil” è un gran film politico sulle scelte e sulle conseguenze delle proprie decisioni, ovviamente ci porta a pensare alla situazione dell'Iran attuale ma sono ragionamenti validi per tutti gli esseri umani, sia in regimi autoritari che in democrazia. Ogni giorno abbiamo la facoltà di dire no anche se le conseguenze da sostenere sono faticose. Proprio per queste ragioni crediamo che il film possa meritare premi in questa Berlinale. Lo crediamo anche perché Rasoulof è un regista che ha spesso ottenuto consensi per i suoi film politicamente impegnati, in particolare “Goodbye”, “Manuscripts Don’t Burn” e “A Man Of Integrity” che hanno ottenuto premi a Un Certain Regard di Cannes nel 2011, 2013 e 2017.

Notizia positiva per chiudere, il film è stato acquistato da Satine, un distributore italiano, perciò speriamo di vederlo prestissimo nelle sale del nostro paese.


Recensione da Berlino di Claudio Casazza, che ringraziamo immensamente.

mercoledì 1 gennaio 2020

SPECIALE: I migliori film iraniani del decennio

Abbiamo chiesto a una serie di esperti italiani e internazionali di scegliere i migliori film iraniani realizzati nel periodo 2010-2019 (calendario persiano: 1388-1398). È stato davvero un piacere e un onore ottenere risposte da Iran, Francia, Gran Bretagna, Usa, Canada, Italia!






L'indicazione di massima era di elencare una top-10 (o top-5), ma i singoli estensori avevano la massima libertà. Pochi hanno stilato una classifica, quasi tutti hanno preferito compilare un elenco, talvolta in ordine cronologico. Anche il blog ha seguito quest'ultimo criterio. Molti hanno incluso film di registi iraniani, realizzati però altrove. In ogni caso, un enorme grazie va a tutti i partecipanti!

Ben 78 titoli (!) sono stati scelti, in un decennio in cui la distribuzione italiana è stata piuttosto avara, avendo portato nei nostri schermi soltanto 11 pellicole. Pertanto, abbiamo un sacco di film da recuperare, oltre a rivedere il vincitore, prevedibile ma votato, incredibilmente, quasi all'unanimità: "Una separazione", di Asghar Farhadi, primo film iraniano nella storia ad aver conquistato il Premio Oscar. Tra i meglio piazzati, ci sono però delle sorprese...




LA CLASSIFICA

Ecco i film che hanno ottenuto almeno due preferenze:



Una separazione Asghar Farhadi 2011 15
24 Frames Abbas Kiarostami 2017 6
Il cliente Asghar Farhadi 2016 6
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016 5
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010 5
Fish & Cat Shahram Mokri 2013 5
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015 4
Tre volti Jafar Panahi 2018 4
Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011 3
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019 3
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013 3
Melbourne Nima Javidi 2014 3
Monte Amir Naderi 2016 3
Paternal House Kianoush Ayyari 2012 3
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011 3
A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011 2
Border Ali Abbasi 2018 2
Dressage Pooya Badkoobeh 2018 2
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011 2
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017 2
Malaria Parviz Shahbazi 2016 2
Mourning Morteza Farshbaf 2011 2
Orange Days Arash Lahooti 2018 2
Parviz Majid Barzegar 2012 2
Reza Alireza Motamedi 2018 2
Tales Rakhshan Banietemad 2014 2



I registi presenti con più film sono, a pari merito con tre titoli a testa: Jafar Panahi ("This Is Not a Film", "Taxi Teheran", "Tre volti", Abbas Kiarostami ("Copia conforme", "Qualcuno da amare", "24 Frames"), Mani Haghighi.("A Modest Reception" "A Dragon Arrives!", "Pig"), Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il passato", "Il cliente"), Reza Mirkarimi ("A Cube of Sugar", "Dokhtar", "Castle of Dreams").


Mani Haghighi



I PREFERITI DEI PARTECIPANTI

Cinema Iraniano blog

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
Melbourne Nima Javidi 2014
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Muhammad The Messenger of God Majid Majidi 2015
Night Shift Niki Karimi 2015
Writing on the City Keywan Karimi 2015
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Disappearance Ali Asgari 2017
Filmfarsi Ehsan Khoshbakht 2019



Houshang Golmakani (Iran). Giornalista, regista, fondatore della rivista "Film", decano della critica cinematografica iraniana

There are several very good movies have been made at past decade and is very difficult to select five films.
Difficult... difficult... difficult...
Forced... One film from each director:
Una separazione Asghar Farhadi 2011
A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
The Breath Narges Abyar 2016
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
By No Reason Abdolreza Kahani 2012
And many more...



Hossein Eidizadeh (Iran). Critico cinematografico, scrittore e consulente di festival. 

There Are Things You Don't Know Fardin Saheb-Zamani 2010
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Mourning Morteza Farshbaf 2011
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
The Last Step Ali Mosaffa 2012
Parviz Majid Barzegar 2012
A Modest Reception Mani Haghighi 2012
The Snow on the Pines Peyman Moaadi 2012
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
What's the Time in Your World? Safi Yazdanian 2014
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Lantouri Reza Dormishian 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Israfil Ida Panahandeh 2017
Redhead Karim Lakzadeh 2017
Invasion Shahram Mokri 2017
Reza Alireza Motamedi 2018



Babak Karimi in Fish & Cat


Bamchade Pourvali (Francia).Studioso e critico di cinema, direttore del sito www.irancinepanorama.fr/

Here is my Top 10 of best iranian films of the decade in a chronological way. I included two movies made outside of Iran ("Baba joon" in Israel and  "Red Rose" in Greece). I hope this is not an issue.
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
I Am Not Angry Reza Dormishian 2014
Red Rose Sepideh Farsi 2014
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Baba joon Yuval Delshad 2015
Malaria Parviz Shahbazi 2016
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017
Hair Mahmoud Ghaffari 2017
Dokhtar Reza Mirkarimi 2017



Elio Ugenti (Italia). Dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre; autore del volume "Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine"

This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010



Minneapolis St Paul Iranian Film Festival (Usa)

Wow that is a difficult task as there are so many great Iranian films out there! Here are some popular picks:
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Il cliente Asghar Farhadi 2016
Pig Mani Haghighi 2018
Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011
Dressage Pooya Badkoobeh 2018

Dressage



IMVbox (Gran Bretagna). Piattaforma di distribuzione online di film iraniani in streaming

Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011
Mourning Morteza Farshbaf 2011
Tame As a Horse Abdolreza Kahani 2011
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
Ice Era Mostafa Kiaiee 2015
Binam Alley Hatef Alimardani 2016
Life + 1 Day Saeed Roustayi 2016
Subdued Hamid Nematollah 2017


Dario Cecchi (Italia) Docente all'Università La Sapienza di Roma, autore del volume "Abbas Kiarostami - Immaginare la vita"

Una separazione Asghar Farhadi 2011
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
The Grand Lady of Iran Mostafa Razzagh Karimi 2017
Tre volti Jafar Panahi 2018
Orange Days Arash Lahooti 2018



Massimo Causo (Italia). Critico e docente di cinema, curatore di voci sul cinema iraniano dell'Enciclopedia Treccani, coautore del volume "Il vento e la città - Il cinema di Amir Naderi"

Fuori quota
Cut Amir Naderi 2011
Monte Amir Naderi 2016
Qualcuno da amare Abbas Kiarostami 2012
24 Frames Abbas Kiarostami 2017

E quindi
Il cliente Asghar Farhadi 2016
The Hunter Rafi Pitts 2010
Tre volti Jafar Panahi 2018
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
Tales Rakhshan Banietemad 2014
Fish & Cat Shahram Mokri 2013

I 4 fuori quota perché nettamente al di sopra degli altri ma soprattutto perché realizzati fuori dall'Iran

Just 6.5


Farsi Cinema Center (Canada). Piattaforma con sede a Toronto per la diffusione e la coproduzione internazionale di film in lingua persiana

Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
Dressage Pooya Badkoobeh 2018
Sheeple Houman Seyyedi 2018
Leakage Suzan Iravanian 2018
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Gold and Copper Homayoun Assadian 2011
Orange Days Arash Lahooti 2018
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Rhino Season Bahman Ghobadi 2012
Camion Kambuzia Partovi 2018
Bomb: Love Story Peyman Moaadi 2018
and we could not give any ranking to these.



Ali Moosavi (Iran). Critico cinematografico ("Film", "Cine-Eye", "Film International") e documentarista televisivo. Ha contribuito al volume "The Directory of World Cinema: Iran"

In no particular order.
Una separazione Asghar Farhadi 2011
A Respectable Family Massoud Bakhshi 2012
My Name Is Negahdar Jamali and I Make Westerns Kamran Heidari 2012
Parviz Majid Barzegar 2012
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
Tales Rakhshan Banietemad 2014
Reza Alireza Motamedi 2018
Song of God Aref Mohammadi 2018
Son – Mother Mahnaz Mohammadi 2019



Ali Asgari (Iran). Regista e sceneggiatore.

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Border Ali Abbasi 2018
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Tre volti Jafar Panahi 2018
Castel of Dreams Reza Mirkarimi 2019



Taraneh Alidousti ne Il cliente



Farnoosh Samadi (Iran). Regista e sceneggiatrice.

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Border Ali Abbasi 2018
Il passato Asghar Farhadi 2013
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016



Marco Dalla Gassa (Italia). Ricercatore all'Università Ca' Foscari di Venezia; autore del volume "Abbas Kiarostami".

non sono in ordine di preferenza.
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Una separazione Asghar Farhadi 2011
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
Melbourne Nima Javidi 2014
Life May Be Mania Akbari, Mark Cousins 2014
Monte Amir Naderi 2016
A Girl Walks Home Alone at Night Ana Lily Amirpour 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
A Man of Integrity Mohammad Rasoulof 2017
Joy Sudabeh Mortezai 2018



Natalia Tornesello (Italia). Docente di lingua e letteratura persiana presso l'Università Orientale di Napoli. Autrice del volume "Il cinema persiano".

A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011
Someone Wants To Talk With You Manouchehr Hadi 2011
Una separazione Asghar Farhadi 2011
All Alone Ehsan Abdipur 2013
Don't Be Tired! Mohsen Gharaie, Afshin Hashemi 2013
The Painting Pool Maziar Miri 2013
Il cliente Asghar Farhadi 2016
Malaria Parviz Shahbazi 2016



Malaria



Fulvio Capezzuoli (Italia). Collaboratore della Cineteca di Milano. Autore del volume "Il sapore della bellezza. Il cinema iraniano e la sua poesia"

Compito difficile quello di scegliere anche solo 5 buoni film iraniani del periodo 2010 2019.
Come senz’altro sai, è una cinematografia che, dopo i capolavori degli anni ’90 e inizio 2000, si è rinchiusa su se stessa, un po’ perché i grandi registi o sono andati a lavorare all’estero, o sono morti, un po’ perché i giovani non hanno saputo rinnovare il loro linguaggio.
Nei festival occidentali dove fino a 10 anni orsono il cinema iraniano faceva man bassa di premi, oggi è difficile trovare una pellicola proveniente da quel paese.
Comunque ti indico qui di seguito 5 titoli che ho faticato a mettere insieme e te li elenco in ordine di anno di produzione, perché non sono mai stato capace di creare ‘classifiche’ di film (è meglio Atalante di Vigo o Citizen Kane di Welles? Ma?)

 Facing Mirrors di Negar Azarbayjani - 2012

Una giovane regista che proviene dalla scuola del Kanoon e che affronta, per il suo primo lungometraggio, il tema dei transessuali e del rifiuto della società iraniana di accettare la loro ‘diversità’. Condotto come un film di Kiarostami, ha passaggi cinematografici molto interessanti, anche se si sente il modo acerbo che questa ragazza ha, nel condurre in porto la vicenda.
L’ho visto a Roma a una rassegna di cinema iraniano ma credo non sia mai stato distribuito in sala

Melbourne di Nima Javadi – 2014

Esordio di un film-maker che si riferisce spesso a Asghar Farhadi (l’attore protagonista ha interpretato tra l’altro un film di Farhadi) un po’ meno commerciale del suo riferimento, e con richiami continui al cinema occidentale, ma il tutto salvato da una sceneggiatura solidissima.
È stato distribuito in Italia.   

Paradise di Sina Ataeian Dena - 2015

Un premio minore al festival di Venezia del 2015 (credo Il premio Ecumenico) per un’opera che parte molto bene, analizzando i rapporti fra il jihab e un’insegnante progressista, costretta ad usarlo secondo le regole. Si perde un poco nel seguito con una storia fra il poliziesco e il sentimentale.
Non è arrivato da noi   

Monte di Amir Naderi – 2016

Girato in Italia da uno dei grandi maestri del cinema iraniano, assente dal suo paese ormai da più di trent’anni, narra una storia estrema, senza tempo e senza luogo di ambientazione, dove il protagonista ha le stesse caratteristiche di Amir, il bambino de Il corridore, o dell’immigrato di Manhattan by numbers,  e cioè la volontà di superare qualsiasi difficoltà pur di continuare a vivere Qui la difficoltà è il monte del titolo e l’ombra che proietta sul villaggio dove vive il protagonista. Gli anni sono trascorsi, ma Naderi è ancora in grado di trasmettere attraverso la forza delle immagini,  il suo messaggio positivo.     
Proiettato in Cineteca e in qualche altra sala d’essai

Tre volti di Jafar Panahi – 2018

Malgrado le difficoltà legate alla sua condanna, Panahi riesce a realizzare nel suo paese film che giungono poi, più o meno clandestinamente, in occidente dove vengono presentati e dove vincono festival internazionali (Berlino, Cannes) Questo è il migliore, perché lui cerca di ricreare, attraverso inquadrature libere, una storia di disperazione e di chiusura famigliare nei confronti di una ragazza. Non raggiunge i livelli delle sue opere ‘d’antan’, ma l’omaggio finale a Kiarostami, suo mentore e amico, è commovente.
Distribuito regolarmente in sala.



Tutti i conteggi si possono vedere a questo link.

Un grazie anche a Ehsan Khoshbakht, che ha fornito alcuni contatti.

Al prossimo speciale!