mercoledì 4 settembre 2019

Just 6.5, Saeed Roustayi (2019)

Samad (Peyman Moaadi), sergente della squadra narcotici della polizia, è sulle tracce di un boss della droga, Nasser Khakzad (Navid Mohammadzadeh). Dopo varie operazioni, riesce a rintracciarlo nel suo attico, dove l’uomo ha tentato il suicidio. Sopravvissuto, Nasser attraversa tutte le fasi del procedimento legale. Per il suo reato è prevista la pena di morte. 



Il giovane regista riprende un tema del precedente "Life+1Day", schierando nuovamente la collaudata coppia di attori protagonisti, per altro avvezzi a ruoli simili, ma spostando nella prima parte il punto di vista dai criminali alle più edificanti forze dell'ordine. Tuttavia i poliziotti impiegano metodi scorretti e celano un passato controverso. Nel prosieguo del film, l'attenzione si sposta invece sul trafficante.

Metà poliziesco metà dramma carcerario, "Just 6.5" (Metri Shesh Va Nim) si interroga sul motivo per cui i tossicodipendenti in Iran siano giunti alla cifra esorbitante dei milioni indicati nel titolo, nonostante i metodi ferocemente repressivi, dei quali l'impiccagione è solo la tappa finale: impressionano gli ammassamenti di decine di uomini in un'unica, soffocante stanza di reclusione, in attesa del processo. L'autore solletica però il gusto per lo spettacolo del fruitore e gli consegna un film concitato, urlato, recitato sopra le righe anche da un talento come Mohammadzadeh, che questa volta offre un'interpretazione accademica di maniera. E se gli elementi narrativi spiazzanti che intervengono per tentare di aggiungere complessità, come nelle opere Asghar Farhadi, creano più che altro confusione, il finale con la famiglia del condannato riunita ha un che di conservatore.

Non è un caso che l'attrice e cineasta Mania Akbari si sia schierata contro la scelta di presentare "Just 6.5", un film in patria campione di incassi, pluripremiato e rappresentativo di certo cinema popolare, alla mostra di Venezia - sezione Orizzonti.
La sua motivazione ne rigetta in apparenza il taglio sociale, in realtà lo smaschera come moralistico. Questa è la traduzione del suo post di Facebook: 




Addio Mostra del Cinema di Venezia! Non andare in Iran a mangiare kebab e scegliere film davvero commerciali, sponsorizzati da enormi quantità di soldi del petrolio. Onestamente negli ultimi 5 anni il Festival del Cinema di Venezia ha scelto il brutto cinema iraniano, esoticizzante, che giudica la società e la cultura e i poveri nelle città o in prigione, che combattono senza sosta, picchiano, uccidono e imprecano. Film ambientati nelle carceri o nelle abitazioni della classe operaia, con soggetti superficiali e overacting! Alberto Barbera [direttore della Mostra] crede di conoscere il cinema iraniano. Devo dirgli che mi dispiace che stia distruggendo l'approccio riflessivo con un'attenzione di tipo diverso sull'Iran...  e per favore non mangiare Kebab e cipolla in Iran per poi sostenere il cattivo cinema.


lunedì 2 settembre 2019

Beautiful City, Asghar Farhadi (2004)


Scontata la pena in riformatorio, il ladro A'la ha una missione: salvare dall'impiccagione l'amico Akbar, che due anni prima ha ucciso la sua ragazza e che, appena compiuti diciott'anni, è stato trasferito nel braccio della morte. Per riuscirci, deve ottenere il consenso del padre della vittima, un medico fortemente devoto quanto intransigente. Prova a aiutarlo nell'impresa la sorella di Akbar,  Firouzeh, giovane donna con un figlio piccolo avuto da un tossicodipendente. Tra i due forse nasce un amore, che rischia di essere sacrificato sull'altare della salvezza di Akbar.

Il secondo film di Asghar Farhadi è, oltre che tra i più memorabili, il suo lavoro più toccante, anche perché mai il regista si è calato nei bassifondi della società come in questo caso. 

A ben vedere, anche se la linea narrativa principale è focalizzata su altro, la crisi di coppia, tema cardine del suo cinema, trova in "Beautiful City" (Shah-re ziba) molteplici declinazioni drammatiche: dal femminicidio compiuto da Akbar, alla morte della madre della vittima, che ha segnato la durezza del carattere del padre quanto l'aver perso una figlia, alla situazione di Firouzeh, divorziata da un anno e mezzo ma costretta a indossare la fede per mantenere un'immagine decorosa agli occhi del vicinato.
Sempre attento a non cadere in sequenze passibili di censura, nonostante una straordinaria facilità drammaturgica, il film rivolge suo sguardo critico alla morale islamica, che in Iran si è fatta legge dello stato, con le sue discriminazioni di genere e di censo, le sue contraddizioni, le sue pene spietate.



Farhadi, che scrittura per la prima di tante volte l'attrice Taraneh Alidoosti, comincia a strabiliare come sceneggiatore grazie a uno script che, dopo la prima sequenza, non mostra più Akbar, il diretto interessato all'esecuzione della condanna o alla grazia, mentre la sua situazione evolve costantemente, con quelle articolazioni e ramificazioni che diverranno più fitte nei film successivi.

La bella città del titolo è in realtà il quartiere in cui è situato il riformatorio.

Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando qui

mercoledì 21 agosto 2019

Un semplice evento, Sohrab Shahid Saless (1973)

Mohammad è un bambino che, oltre a frequentare la scuola con cattivi risultati, aiuta il padre, analfabeta e alcolizzato, nell'attività di pescatore di frodo. Nella monotonia di una realtà periferica e statica, nel nord dell'Iran (Mar Caspio), la morte della madre malata è solo un evento qualunque: Mohammad abbassa la testa, il padre singhiozza in campo lungo contro la parete. Dissolvenza. Breve visita dei due al cimitero. La vita continua tale e quale.




Lungometraggio d'esordio di Sohrab Shahid Saless, uno dei primi maestri del cinema iraniano d'autore, formatosi nelle scuole di cinema europee (a Vienna e Parigi) e già realizzatore di alcuni cortometraggi documentari sulla danza, oltre, tra l'altro, al corto sperimentale "Bianco e Nero" prodotto dall'istituto pedagogico Kanun ("si può vedere a questo link). Un regista spesso celebrato da colleghi che debuttano nello stesso periodo come Abbas Kiarostami* e Amir Naderiche nel film "Cut" ha inserito "Un semplice evento" (Yek Etefagh sadeh) tra i quaranta migliori della storia.

In effetti parliamo di un lavoro rigoroso e poetico, annoverabile tra i grandi film iraniani sull'infanzia, con un memorabile protagonista sottoposto a un'educazione scolastica rigida e alla severità paterna.
Il regista aveva ottenuto, dall'ente ministeriale per cui lavorava a contratto, finanziamenti per un opera su commissione della durata di venti minuti, ma di sua iniziativa ha portato a compimento un lungometraggio.

Vincitore di due premi a Berlino, "Un semplice evento" non è stato distribuito in Italia, ma nel 2015 è stato proiettato al Cinema Ritrovato di Bologna. La bella scheda curata dal festival include questa significativa annotazione: Il film fu girato a Bandar Shah. Saless, che era un ammiratore di Čechov, scelse il luogo per la sua atmosfera vagamente russa e perché si trattava di un capolinea ferroviario, una sorta di vicolo cieco come le esistenze dei suoi personaggi. A interpretare il ragazzo è Mohammad Zamani, che non era mai stato al cinema in vita sua e sulle cui fragili spalle si intuisce tutto il peso del mondo. 





L'incipit lungo i binari della ferrovia sembra anticipare la location di "Still Life", opera immediatamente successiva realizzata con uno stile ancora più asciutto, e ultima fatica del regista in patria prima dell'emigrazione in Germania. Realizzerà diversi altri film, ma "Un semplice evento" resterà: il film più nobile che ho mai realizzato in vita mia.

Sottotitoli in italiano, tradotti da Cristina Bianciardi, scaricabili cliccando qui.


*Per un confronto tra "Un semplice evento" e "Dov'è la casa del mio amico" cfr. C. Gow - "From Iran to Hollywood"

giovedì 18 luglio 2019

Un oscuro leitmotiv: il suicidio nel cinema iraniano

Non è solo il tema del capolavoro di Abbas Kiarostami, "Il sapore della ciliegia", unica Palma d'oro approdata in terra di Persia: vero o fittizio, minacciato o simulato, sospetto o pianificato, tentato o effettivamente commesso, il suicidio è un inquietante leimotiv che accompagna da sempre il cinema iraniano d'autore e i suoi autori più prestigiosi.

Difficile spiegarne il motivo, in un paese con un tasso di suicidi non particolarmente elevato. I film non parlano di attentati, di jihadismo terrorista; i protagonisti non vogliono commettere uno dei peccati più gravi per l'Islam.
Di certo non si tratta banalmente, o esclusivamente di una reazione politica contro gli ayatollah, se è vero che si apre con un suicidio uno dei film che segnano la nascita della Nouvelle Vague persiana: "Gheisar" di Masoud Kimiai, opera del 1969, dieci anni prima della Rivoluzione. La giovane Fati si toglie la vita poiché disonorata da un uomo, assecondando la cultura retriva della sua famiglia per cui la morte autoinflitta è meno grave del disonore.


La giovane Fati soccorsa invano, in Gheisar


Ma ancor prima, nella realtà, si era ucciso a Parigi il più celebre scrittore di prosa del '900 iraniano, Sadegh Hedayat. Il suggestivo documentario "Talking with a Shadow" di Khosrow Sinai tratteggia la sua figura.
E casualmente molti dei maggiori cineasti, di diverse generazioni, affrontano il tema all'estero, forse perché in patria il Ministero della Culura e dell'Orientamento Islamico vieta i film che illustrano attività pericolose e criminose e mostrano scene di violenza e tortura. L'emigrato Sohrab Shahid Saless ne parla in Germania, nel suo ultimo film "Roses of Africa", Asghar Farhadi nella trasferta francese de "Il passato", in cui  la moglie di uno dei protagonisti è in coma dopo aver provato a uccidersi.
Appena oltre confine, nei teatri di guerra rispettivamente afgano e iracheno, operano invece Mohsen Makhmalbaf con "Viaggio a Kandahar", in cui una giornalista giunge dal Canada in soccorso a sua sorella che ha minacciato di suicidarsi programmando anche la data, e Bahman Ghobadi con "Turtles Can Fly", che come "Gheisar" si apre con l'insano gesto.


Tre volti

Per arrivare ai giorni nostri, in "Night Shift" di Niki Karimi la storia si sviluppa intorno a una donna sospettosa che il marito voglia farla finita, mentre in "Tre volti" Jafar Panahi insegue le tracce di una ragazza che ha filmato la propria (presunta) impiccagione. Ma già "Oro rosso" iniziava e terminava con il suicidio di un rapinatore.

Quale che sia la ragione, gli esempi sono così tanti, e legati a personalità e film di tale importanza, che non può essere una pura coincidenza. Alcuni li abbiamo anche omessi, chissà quanti ci sfuggono. Peraltro, di quanto fosse ricorrente l'argomento si è a suo tempo accorto anche il vignettista Mahmoud M, che tra i suoi satirici "Nove ingredienti per un film iraniano da festival o da corsa agli Oscar" ha inserito: suicidio dovuto ad afasia e noia.

giovedì 11 luglio 2019

L'isola di ferro, Mohammad Rasoulof (2005)



Mohammad Rasoulof è un regista con sottovalutate ambizioni autoriali, che dialoga sia con i colleghi del proprio paese sia con i maestri del cinema internazionale. Non molto prolifico già prima dell'arresto e delle vicissitudini giudiziarie, ha attraversato una breve fase in cui i film palesavano un gusto per i colori e le allegorie, per poi virare verso un cinema più diretto e cupo.

Nella fase di maggior impatto cromatico rientra "L'isola di ferro" (Jazireh ahani, 2005opera seconda e unica distribuita in Italia, che ricorda nello stile il cinema persiano del decennio o ventennio precedenti, ma il cui soggetto può rimandare in qualche modo a "Underground" di Emir Kusturica, forse citato nella sequenza di un parto al buio illuminato a intermittenza da un generatore.

Un'intera, per quanto piccola, comunità vive all'interno di una petroliera ancorata nel Golfo Persico, che però lentamente affonda e dovrà essere evacuata. Nel microcosmo si riproducono i classici meccanismi sociali, alcuni universali, se è vero che i bambini studiano in una classe mista, gli operai sgobbano mentre qualcuno fa affari, altri più legati, nella similitudine, alla realtà della Repubblica Islamica, come nella storia d'amore ancora osteggiata dalle famiglie, o soprattutto nel tema ricorrente per Rasoulof, che gli dedicherà anche il delizioso documentario "Head Wind", della passione proibita per le televisioni estere, captate attraverso antenne paraboliche. 

Il mondo immaginato dal regista è governato da un capitano che ha il nome evocativo di Nemat ed è interpretato da Ali Nasirian, uno dei più grandi attori persiani di sempre. Nemat comanda con fare paternalistico, ma giunge infine a disporre della vita e della morte di un ragazzo che potrebbe abbandonare la nave, in una sequenza che sembra uscita da "Sonatine" di Takeshi Kitano, insistita oltre i limiti di sostenibilità, che tramuta in definitivo un giudizio fin lì sospeso sulla realtà descritta e sull'incapacità di reazione alle crudeltà del popolo che ne è testimone.



Scene di tortura torneranno drammaticamente nel realistico "Manuscripts Don't Burn", film clandestino sulle persecuzioni degli scrittori iraniani dissidenti.

"L'isola di ferro" rimane invece ancora entro i limiti fissati dalla censura, sprigionando metafore non didascaliche e abbagliando con immagini di grande efficacia scenografica. Il tutto al servizio della narrazione e non di un'estetica fine a se stessa.
Memorabili alcuni personaggi, come il baby pescatore.

Per Taste of  Cinema, è uno dei migliori film iraniani di questo secolo.




giovedì 27 giugno 2019

Incontro con Amir Naderi al MIC - Filmati




Il 23 giugno scorso, al MIC Museo Interattivo del Cinema di Milano, Amir Naderi ha presentato il suo ultimo film "Magic Lantern" intrattenendosi per lungo tempo col pubblico.
Ho raccolto i video di tutti i suoi interventi. Sul 'palco', il direttore della programmazione del MIC Enrico Nosei. L'interprete è Kasra Ghazi Asgari.


Nel presentare il film, Naderi parte dalla sua infanzia in Iran.




Dopo la proiezione, Naderi commenta Magic Lantern e risponde alle domande del pubblico.
Molteplici gli appunti sulla storia del cinema per come ha influenzato il regista, sull'uso delle musiche, sull'evoluzione della sua arte dal periodo iraniano a quello internazionale, su Jacqueline Bisset.

Naderi commenta anche il documentario "About Monte" rispondendo all'autore Luca Chiaudano.




Qui Naderi spiega il lato autobiografico dei suoi personaggi, come Amiru de "Il corridore"  e racconta la sua attività di uomo di cinema a 360 gradi. Elenca poi una serie (sorprendente!) di registi italiani che ama.





Infine, il regista riconosce un debito e ammette la sua (presunta) inferiorità nei confronti di altri Maestri del cinema iraniano





giovedì 20 giugno 2019

Raccolta registrazioni audio di mie introduzioni e commenti a film iraniani

Ho raccolto in un canale Youtube di recente creazione, cui ho dato lo stesso nome del blog e della pagina Facebook e in cui sto caricando anche altro materiale, tutti gli audio dei miei interventi a tema cinema iraniano che sono riuscito a trovare. Sono stati registrati nel corso di una decina d'anni al Cineforum del Circolo di Milano, grazie alla passione e alla costanza del fondatore Marcello Perucca, che li ha poi caricati sul sito web del Cineforum. Li riporto in questo post. Sono sempre in due parti: un'introduzione al film e un commento dopo la proiezione
Da quando esiste il blog ho avuto il piacere di intervenire anche altrove, ma che io sappia non esistono testimonianze registrate. 
Ecco dunque i miei interventi, in ordine cronologico.




Rassegna "Il velo sullo schermo", 2009. Qui il quaderno della rassegna.

Il tempo dei cavalli ubriachi, di Bahman Ghobadi.




Oro rosso, di Jafar Panahi





Rassegna "Un incontro di civiltà", 2010. Qui il quaderno.

Persepolis, di Majanne Satrapi e Vincent Paronnaud





Rassegna "In nome del popolo sovrano", 2016. Qui il quaderno

Alle cinque della sera, di Samira Makhmalbaf








About Elly, di Asghar Farhadi, proiezione singola, 2017





Rassegna "L'Iran che cambia", 2018. Qui il quaderno.

Pane e fiore, di Mohsen Makhmalbaf




Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami




Una separazione, di Asghar Farhadi





Taxi Teheran, di Jafar Panahi






Oro rosso, di Jafar Panahi. Con interventi di Cristina Bianciardi.







sabato 15 giugno 2019

Talking With A Shadow, Khosrow Sinai (2006)



Un archeologo, un giornalista e altri partecipanti a una seduta spiritica evocano il fantasma dello scrittore Sadegh Hedayat, la cui ombra si materializza fino a interagire con l'ambiente.

Khosrow Sinai, regista specializzato in documentari a tema arte e artisti, racconta uno dei più importanti autori iraniani del '900, mescolando con eleganza atmosfere noir, estratti dalle memorie di Hedayat, immagini di repertorio, ricerca storica. 

Restituendo l'aura maledetta che circonda lo scrittore, uccisosi a Parigi nel 1951, "Talking with a Shadow" (Goft-o-goo ba saye) ne ripercorre la biografia: l'adolescenza persiana; l'emigrazione prima in Belgio, dove assiste al suicidio del suo coinquilino cinese, poi in Francia; l'importante viaggio in India, su cui il film un po' si perde nell'ultima parte.

Filo conduttore, basato sugli innovativi studi di Habib Ahmadzadeh, è l'influenza del cinema espressionista tedesco, in auge al momento dell'approdo di Hedayat in Europa, oltre che di scrittori come Kafka, a cui è normalmente accostato. La pellicola si apre con le immagini de "Il gabinetto del dottor Caligari" e affronta parallelismi anche con "Il golem" e "Nosferatu il principe della notte". 

Il regista è abile nel creare un'atmosfera coerente con il variegato materiale che impiega e riesce a fare della mitica esistenza di Hedayat qualcosa di cupamente e tragicamente magico.

L'incipit è seguito da una delle frasi più celebri dello scrittore, che apre il suo unico romanzo "La civetta cieca": Ci sono delle piaghe che, come la lebbra, corrodono lentamente la nostra anima, in solitudine.


giovedì 30 maggio 2019

Divorzio all'iraniana, Kim Longinotto, Ziba Mir-Hosseini (1998)



Un documentario istruttivo sul funzionamento delle procedure di divorzio in una repubblica teocratica come l'Iran. Le autrici filmano le udienze davanti al giudice civile, che è un religioso esperto di legge islamica. Talvolta interpellano direttamente i coniugi, i quali si addentrano in particolari riguardanti persino la sfera sessuale; del resto, l'infertilità maschile è una delle poche cause per cui anche le donna può chiedere la rottura della relazione, in un regime giuridico chiaramente sbilanciato a favore dell'uomo in cui tuttavia le mogli, spesso costrette a sposarsi giovanissime, rivendicano con grinta i pochi diritti di cui godono. Poi, in diversi casi è anche una questione di soldi.

Il film, mediometraggio, è una coproduzione internazionale ispirata a una ricerca etnografica sul diritto di famiglia in Iran e Marocco di Ziba Mir-Hosseini, antropologa iraniana ricercatrice a Cambridge. Evidentemente rivolto a un pubblico estero (è infatti circolato abbastanza), "Divorzio all'iraniana" può interessare anche gli stessi iraniani, fino a divertirli con il suo sottile umorismo. I battibecchi tra sposi non saranno all'altezza dei futuri copioni di Asghar Farhadi, ma si tratta di uno spaccato sociologico, di livello ben superiore all'intrattenimento da spettacolo televisivo, in grado di ribaltare l'immagine stereotipata della donna iraniana quale vittima passiva: le sue capacita di difesa e reazione si vedono già nelle bambine.

Finanziato quasi esclusivamente dalla britannica Channel 4, per le difficoltà nel collaborare con case di produzione iraniane, tra permessi negati e pretese censorie. Trasmesso anche dalla RAI, con voice over in italiano. In Iran ha avuto solo proiezioni speciali, in festival e università.
Curiosità: la stessa Mir-Hosseini aveva tre divorzi alle spalle, di cui due in Iran.

domenica 5 maggio 2019

Il viaggiatore, Abbas Kiarostami (1974)


Gli anni settanta segnano il debutto di Abbas Kiarostami, il più importante regista iraniano, arrivato al cinema per vie traverse. Nel suo percorso di formazione vanno segnalati gli studi all'accademia di belle arti e l'esperienza come grafico, non solo pubblicitario: gli viene infatti affidata la cura dei titoli di testa di alcuni film, il più celebre dei quali è "Gheisar" di Masoud Kimiai, del 1969. Nello stesso periodo ottiene l'incarico di fondare e dirigere la sezione cinema del Kanun, un istituto pedagogico statale, nato pochi anni prima, che farà la fortuna della cinematografia persiana anche dopo la Rivoluzione. Il Kanun consente a Kiarostami di girare i primi cortometraggi e di esordire nel lungometraggio con "Il viaggiatore" (Mosafer).

Il film racconta l'ossessione di un bambino di nome Ghassem per il calcio, un tema che di tanto in tanto fa capolino nella filmografia del regista. Il protagonista vuole assistere a tutti i costi all'imminente partita di calcio della nazionale a Teheran e, pertanto, si prodiga per trovare i soldi per partire dal suo paesino e, all'insaputa della famiglia e degli insegnanti, raggiungere la capitale e lo stadio. Per perseguire l'obiettivo, Ghassem ricorre anche a furtarelli, bugie, piccole truffe.

Le pulsioni e i desideri del bambino sono più forti della severità e dell'indifferenza degli adulti e gli consentono di aguzzare l'ingegno. La ricerca del denaro è la guida dell'intero percorso; l'idea stessa del viaggio conta molto di più dell'approdo, come certificano da un lato i memorabili momenti notturni in cui il bambino si appresta, di nascosto, a partire, dal'altro la beffarda conclusione, anticipata da una sequenza in cui Ghassem sogna la punizione che lo aspetta al ritorno a scuola. Il finale, se non è lieto, non è nemmeno aperto come nei film di Kiarostami degli anni novanta. Tuttavia è risolto con secca rapidità, in modo da lasciarci solo immaginare sia le emozioni del bambino di fronte al suo desiderio inappagato, sia ciò che potrà raccontare non appena tornato a casa. E se implica la morale per cui il crimine non paga, in qualche modo necessaria per le finalità pedagogiche del Kanun, non lascia il tempo di introiettarla e di cancellare così le manovre scorrette del giovane eroe.




L'identificazione scatta nello spettatore, che si commuove per il protagonista e per la sua deliziosa avventura, raccontata da Kiarostami con uno stile già sopraffino: il suo primo film è anche il suo primo capolavoro. Chi apprezza il successivo "Dov'è la casa del mio amico"non può che amare anche "Il viaggiatore" che ne anticipa temi, contesto, atmosfera, sviluppo narrativo, impiego di attori non professionisti.* È però girato in bianco e nero, non solo per esigenze di budget, ma anche per evidenziare l'ambiente povero e mediocre in cui il protagonista vive.
Tante le sequenze rimarchevoli; la più celebre, che assume una sorta di carattere metacinematografico, è quella in cui Ghassem finge di scattare foto agli amici in cambio di denaro, con una macchina fotografica senza rullino.

Il suono registrato in presa diretta, probabilmente per la prima volta nella storia del cinema iraniano, ha creato non pochi problemi di sincronizzazione in fase post-produttiva.

Del film esiste una versione sottotitolata in italiano, trasmessa qualche volta da Fuori Orario.


*Molte di queste caratteristiche si ritrovano anche nei cortometraggi.


giovedì 2 maggio 2019

L'ambulante, Mohsen Makhmalbaf (1986)



Episodio 1, "Il bambino felice". Molto liberamente ispirato al racconto "Il pupo" di Alberto Moravia, con alcune sequenze inventate ex-novo. Una donna che vive in una baraccopoli ha avuto solo figli paralitici e, col marito, stabilisce di abbandonare quello che porta in grembo subito dopo il parto, in un sanatorio per bambini ritardati. Lo lasceranno invece vicino alla piscina di una casa aristocratica, con conseguenze inaspettate.
È la parte più realista del film, con i primi personaggi concitati e disperati che saranno una costante nella pellicola. Il regista mantiene l'ironia di Moravia declinandola in maniera differente e introduce una sorta di circolarità strutturale, caratteristica della sua filmografia.

Episodio 2: "Nascita di una vecchia": Un ragazzo psichicamente disturbato accudisce l'anziana madre, muta e paralizzata. Un giorno, lasciato l'appartamento in direzione della banca per riscuotere la pensione, viene investito e ricoverato. Preoccupato per le condizioni di sua madre, il giovane fugge dall'ospedale. Ma è troppo tardi.
Chiaramente ispirato a "Psyco", questo spezzone colloca un malato mentale in un'abitazione angusta, per poi catapultarlo in mezzo al caos metropolitano, plausibile causa della condizione di miseria e infermità in cui vive. A un tratto tenta di riparare un vetro in mille pezzi, metafora di un mondo in frantumi.

Episodio 3: "L'ambulante":
Un gruppo di contrabbandieri rapisce un venditore ambulante, che è stato testimone di un loro assassinio. Il commerciante prova a concepire - o attuare? - una serie di piani di fuga.
Un episodio allucinato e orrorifico, con protagonista un altro perdente, in cui il regista dimostra notevoli capacità nel mantenere la tensione.





Mohsen Makhmalbaf si affida a tre differenti direttori della fotografia e cura sceneggiatura, montaggio e regia; non ha ancora la propria causa di produzione e si appoggia al Circolo artistico per l’organizzazione della propaganda islamica, pur abbandonando le finalità di agitazione ideologica che hanno caratterizzato i suoi primi film, poi sostanzialmente ripudiati. In questo senso, secondo lo stesso regista, "L'ambulante" (Dastforoush), rappresenta il punto di svolta, l'atto iniziale di una seconda fase della sua carriera, caratterizzata dalla riflessione sulla giustizia.
A proposito del collega, Bahman Farmanara commenta così "L'ambulante" a un produttore filogovernativo: il coltello che avete ben affilato per le nostre gole, ora ha una doppia lama.

Come il regista ha dichiarato a Giampiero Raganelli, il film è molto filosofico e sociale. Il primo episodio è sulla nascita, il secondo sulla vita, il terzo sulla morte: la condizione umana. Ma è anche sulla condizione dell’Iran. Il film ha diversi livelli di lettura, quello filosofico sulla condizione dell’essere umano, quello sociale sulla questione dell’Iran.
Mentre sul piano stilistico, in un'altra intervista: Ne "L'ambulante" potete osservare cinque poetiche specifiche: naturalismo, realismo, espressionismo, surrealismo e, infine, simbolismo.
Di sicuro, si tratta di una delle opere più insolite del cinema iraniano, testimonianza dell'irruenta creatività visionaria, senza schemi e senza freni, del giovane Makhmalbaf.

Il film ha avuto una distribuzione italiana, in lingua originale sottotitolata.



giovedì 11 aprile 2019

Un dramma nella Rivoluzione: l'incendio del cinema Rex

Quest'anno ricorre il quarantennale della Rivoluzione iraniana. Uno degli episodi più drammatici di quegli eventi fu l'incendio del cinema Rex di Abadan - la città sul Golfo Persico che ha dato i natali ad Amir Naderi - avvenuto il 19 agosto 1978.




Non si trattò di un caso isolato: i fondamentalisti islamici avevano preso di mira le sale cinematografiche, colpendone e danneggiandone un terzo del totale. Per queste fazioni, i film incarnavano la corruzione morale del paese e l'opprimente influenza dell'Occidente, riscontrabile anche nelle pellicole prodotte in patria. Un rigetto che andava ben oltre la semplice iconoclastia della tradizione dell'Islam.  

Proprio contro il rischio di attentati, le autorità avevano sigillato dall'esterno le uscite di sicurezza del Rex. In programma c'era "The Deer" di Masoud Kimai, un film nient'affatto di propaganda governativa, ma che affronta temi delicati, o scabrosi dal punto di vista dei fanatici, come la tossicodipendenza e il contrabbando. Oggi è considerato uno dei capolavori del cinema nazionale.

Quattro persone si introdussero nel locale, ciascuno di loro portando ciò che appariva come una confezione di snack, ma che in realtà conteneva benzina. Nel corso della proiezione, due di loro si allontanarono come per andare i bagno; cosparsero invece di liquido infiammabile le porte di legno e i corridoi della sala, e appiccarono il fuoco. L'incendio andò avanti quasi tutta la notte, le urla delle vittime si protrassero per ore e si udirono a centinaia di metri di distanza. Il numero dei morti è tuttora indefinito, varia dagli oltre trecento ai circa settecento, a seconda delle fonti. Un uomo perse dieci figli nell'attentato.

Mentre il governo accusò subito dell'incendio l'opposizione religiosa, dal suo esilio iracheno Khomeini convinse gran parte dell'opinione pubblica che i responsabili fossero lo scià e la Savak, la polizia politica. Ovviamente nessuno poteva rivendicare un'azione dagli esiti così atroci, ma il dramma, oltre a scuotere enormemente la città e la nazione, rafforzò il consenso degli ayatollah. Indagini e testimonianze successive, compresa quella di uno dei piromani, hanno accertato l'appartenenza dei terroristi a milizie vicine a esponenti di primo piano del clero sciita.




Sappiamo bene che la Repubblica islamica non ha nemmeno oggi un rapporto pacificato col cinema e con la libertà di espressione artistica. Tuttavia, dopo essersi assicurati gli scranni del potere, Khomeini e i suoi non si sono dichiarati contrari al cinema in assoluto, ma hanno consentito la realizzazione di film sottoposti a nuove ferree regole censorie. Non prima però di aver adottato misure draconiane contro i produttori e i cast più in vista del passato regime e contro gli stessi vecchi film, fatti sparire o rimaneggiati pesantemente.

Quanto alla tragedia del Rex di Abadan, è rimasta salda nella memoria collettiva. È stata inoltre raccontata in tanti documentari e rievocata in film di finzione come "In the Alleys of Love" di Khosrow Sinai.












sabato 6 aprile 2019

Asghar Farhadi al Film Middle East NOW. Estratti video

Estratti dalla masterclass tenuta da Asghar Farhadi il 6 aprile 2019 al Film Middle East Now di Firenze. L'interprete è Babak Karimi, gli interlocutori sul palco sono il critico e giornalista Marco Luceri, e il docente di critica cinematografica Luigi Nepi.



La lezione comincia con una domanda sulla formazione del regista e sui suoi rapporti con la storia del cinema iraniano e italiano. Il video è stato pubblicato sulla pagina Facebook del Festival.





I seguenti filmati sono di Cristina Bianciardi, a cui vanno mille ringraziamenti.

Il primo si sovrappone al precedente, ma include il prosieguo della risposta sul cinema italiano:




In questo estratto si parla di "About Elly" e dell'impiego del sonoro e delle musiche:




Sul'incipit di "Una separazione" e sul lavoro di Farhadi con gli attori:




venerdì 5 aprile 2019

Tangsir, Amir Naderi (1973)



Da una storia realmente accaduta. Una donna ha come unica fonte di ricchezza un bue, che però impazzisce e viene involontariamente abbattuto da Zaer Muhammad (Behrouz Vossoughi), umile scavatore di pozzi. Per risarcirla, l'uomo insegue gli investitori disonesti - un consorzio di notabili - a cui, secondo usanza, aveva affidato i risparmi di una vita. 

Film ambientato nell'arido sud-ovest iraniano, da cui proviene lo stesso Amir Naderi che, al terzo lungometraggio, con "Tangisr" sceneggia e dirige l'opera che gli dà la grande notorietà in patria, grazie anche ai lauti finanziamenti di una produzione che gli consente di impiegare il colore e il Cinemascope. Base di partenza è il romanzo omonimo di Sadegh Choubak (oltre a un racconto di Rasoul Parvizi), secondo il connubio caratteristico della Nouvelle Vague iraniana tra un giovane regista e un affermato scrittore non allineato col regime dello scià. Ma è l'unica volta in tutta la carriera che Naderi adatta un soggetto non suo. I tangsirs, verso cui il protagonista rivendica appartenenza e gli antagonisti riversano sprezzo, sono gli abitanti di Bushehr, città sul Golfo Persico che ha dato i natali a Choubak.

Il divo Vossoughi, la cui fama al culmine gli consente di indirizzare il progetto contando più del produttore e del regista, interpreta il suo classico personaggio orgoglioso, che brama la giustizia e la raggiunge tramite la vendetta violenta.
Tuttavia l'individuo, maschio, provinciale, che insegue in solitudine e con tenacia il miraggio del denaro, prenderà le sembianze di tanti protagonisti, spesso adolescenti, dei film di Naderi. Lo stile del cineasta non è però ancora quello dei lavori più celebri a livello internazionale, caratterizzato da pochi dialoghi e un'espressività affidata alle immagini e al sonoro.
Resta vossoughiano l'approdo della vicenda, con i residenti del quartiere che, ribellandosi alle massime autorità locali, si uniscono a un eroe costretto a praticare il male per far trionfare le ragioni dell'uomo onesto, retto da principi incarnati nella tradizione.
Fatto sta che nella filmografia del regista si inscrive un'opera per lui atipica, nonché grossolana e manichea, che assume connotati rivoluzionari preludendo ai rivolgimenti che si apprestano ad investire il paese.




La locandina di "Tangsir" è mostrata dall'uomo anziano, nostalgico dei personaggi di Vossoughi, in "Tre volti" di Jafar Panahi.


Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando QUI.

giovedì 4 aprile 2019

Desiderium - Sooteh-Delan, Ali Hatami (1977)



Habib (Jamshid Mashayekhi), uomo devoto e virtuoso, gestisce un negozio che affitta posate per cerimonie. Vive con il fratellastro Majid (Behrouz Vossoughi), malato di mente. Dietro consiglio medico, per calmarlo Habid assolda la prostituta Aghdas (Shohreh Aghdashloo), di cui Majid si innamora fino a volerla sposare.

Dramma dolceamaro di contrasti, tra semplicità e complessità, purezza e corruzione, che sfocia in una storia d'amore impossibile tra due emarginati, pur indagando anche i sentimenti inappagati degli altri personaggi. Siamo sempre in ritardo, chiosa laconicamente Habib nell'ultima battuta delle straordinarie sequenze finali.

Molto efficace l'interpretazione di Vossoughi, in un personaggio puro e fragile, bulimico di film americani di cui scimmiotta gli eroi, lontanissimo dal suo ruolo abituale del 'duro'. Non comuni nemmeno le scene di seduzione con Aghdas, che colpiscono per la delicatezza con cui trasmettono sensualità.

Per la rivista "Film" è il terzo miglior film iraniano di sempre.

Shohreh Aghdashloo farà carriera negli Stati Uniti, ottenendo un Emmy e una nomination agli Oscar.


Recensione in memoria di Jamshid Mashayekhi, scomparso il 2 aprile 2019.




giovedì 28 marzo 2019

Tall Shadows Of The Wind, Bahman Farmanara (1979)



Stagione della semina: nel campo di un arido villaggio di montagna viene collocato uno spaventapasseri, che diventa però uno spauracchio per le persone. Mohammad, il preside della scuola e Abdollah, l'autista dell'unico autobus che conduce in città, si oppongono al fenomeno paranormale e all'idolatria degli altri abitanti verso il feticcio. Ma allo stesso tempo, chiunque veda lo spaventapasseri, che si materializza nei luoghi più reconditi, ha reazioni strane e drammatiche. Abdollah si fa beffe di questa situazione e, per scommessa, si dirige verso l'idolo, ma viene ferito e muore.

Film realizzato replicando la formula del capolavoro "Prince Ehtejab": partenza da un racconto dello scrittore Houshang Golshiri che, insieme al regista, in  due anni di lavoro estende il soggetto dalle quattro pagine originarie alle venticinque della sceneggiatura definitiva.
Meno fortunato e risolto del precedente, "Tall Shadows of the Wind" (Sayehaye bolande bad) è una riflessione sui rapporti di potere, in cui il popolo tradizionalista e superstizioso crea il proprio leader e ne viene terrorizzato e sopraffatto.

Tra le suggestive parti iniziale e finale, in cui Bahman Farmanara muove con maestria la macchina da presa in spazi ampi, limitando il ricorso ai dialoghi ma lasciando a bocca aperta per la chiarezza narrativa, la più faticosa parte centrale presenta insolite venature da horror di fantasmi, per altro verso alquanto canonico, in cui le pompose musiche creano facili tensioni nelle sequenze in notturna. 

Realizzato alla fine del regno scià, viene vietato sia prima che dopo la Rivoluzione e sostanzialmente dimenticato, nonostante la buona accoglienza alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 1979. Il regista emigrerà in Francia e in Canada dove continuerà a lavorare nel cinema come distributore. Tornato in Iran negli anni 90 per esigenze familiari, realizzerà un nuovo film solo nel 1999.






mercoledì 27 marzo 2019

Proiezione Oro rosso a Milano

Eccomi di ritorno al Cineforum del Circolo, con un'ospite speciale!




Uno dei migliori film di un regista scomodo e perseguitato:
"ORO ROSSO", regia di JAFAR PANAHI

Interviene Cristina Bianciardi, che ha conosciuto personalmente Panahi e Kiarostami e ha fatto la comparsa in Oro Rosso e Tickets.

Introduce e commenta il film Claudio Zito


La trama

Oro, simbolo di ricchezza, rosso, colore del sangue e metafora per la violenza. Una ricchezza smisurata che si macchia di sangue. A Teheran, due amici che vivono di espedienti, Ali e il fattorino Hussein, commettono una sanguinosa rapina in una gioielleria. Cosa li ha condotti a intraprendere un’azione del genere?

Interpreti:
Hossain Emadeddin (Hussein)
Kamyar Sheisi (Ali)
Shahram Vaziri (Il gioielliere)
Pourang Nakhael (Il ragazzo ricco)

Sceneggiatura di Abbas Kiarostami

Premio della giuria al festival di Cannes 2003 nella sezione "un certain regard".
2003 - drammatico - durata 97'

(…) Nel corso del film, il crimine appare infatti come il prodotto di un Iran di cui 
"Oro rosso" fornisce uno spaccato assolutamente straordinario. 
La società è fortemente suddivisa in classi e tali differenze sono facilmente percepibili attraverso il linguaggio, gli atteggiamenti, i comportamenti, il modo di vestire delle persone. 
La classe subalterna sopravvive a stento, fino a compiere scelte estreme, come il crimine 
e l'accattonaggio, ma senza abbandonare il sogno consumista di matrice occidentale, 
né il moralismo del Paese della rivoluzione islamica.(…) 
Claudio Zito


Come sempre si inizia alle ore 21:00, con biglietto a 3 €

CINEFORUM DEL CIRCOLO

Circolo Famigliare di Unità Proletaria

Viale Monza 140 - Milano (M1 fermata Turro e/o Gorla)

info@cineforumdelcircolo.it




Link Facebook QUI


mercoledì 20 marzo 2019

Il palloncino bianco, Jafar Panahi (1995)





Manca poco più di un'ora al Norouz, il capodanno persiano. Mentre la radio scandisce il conto alla rovescia, la piccola Razieh, sette anni compiuti, chiede a sua madre con insistenza 100 toman per comprare un nuovo e grande pesciolino rosso. Ottenuta una banconota da 500, si addentra tra le insidie di Teheran. Un incantatore di serpenti la spaventa facendo finta di dare i soldi in pasto ai rettili; arrivata al negozio si rende conto di aver perso la banconota. Quando la ritrova, non riesce a impedire che un colpo di vento la faccia finire sotto una grata. Il fratello maggiore Ali prova ad aiutarla nel recupero; un soldato si ferma a fare due chiacchiere. Ma Razieh può parlare con uno sconosciuto? Mentre la pioggia complica le operazioni, un ragazzino che vende palloncini fornisce l'aiuto decisivo, attuando un'idea di Ali.

L'opera prima di Jafar Panahi, già assistente di Abbas Kiarostami, che firma la sceneggiatura, è una classica quanto freschissima produzione nello stile dell'istituto pedagogico Kanun, i cui film hanno tanto influenzato il Panahi spettatore. La caparbietà aiuta i bambini a crescere e a stare al mondo, nonostante la sorda indifferenza degli adulti, dei quali i piccoli riescono in ultima istanza a fare a meno.
Se alquanto kiarostamiana è la sostanziale assenza della figura paterna, significativamente chiuso in casa, non inquadrato, ma che non si esime dall'impartire ordini autoritari, il regista esordiente denota già quelle attenzioni all'universo femminile e al caos della capitale che caratterizzeranno gran parte della sua filmografia.

Lunghe inquadrature, predilette rispetto agli stacchi di montaggio, accompagnano Razieh un un breve (meno di un'ora e venti) percorso a tappe, dalla valenza metaforica, verso l'appagamento di desideri infantili, perseguiti con senso del dovere (rifiuta di prendere il pesce rosso e di pagare in un secondo tempo), molta ingenuità, incrollabile costanza, e con l'aiuto di altri giovani. La circonda una Teheran laboriosa,  multietnica, brulicante di umili mercanti, ambulanti o bottegai.

Curioso che Ali faccia notare alla sorella che con 100 toman si può andare due volte al cinema. Parla a nome dell'autore e delle sue passioni?




Camera d'or a Cannes per la migliore opera prima e inizio di una carriera tanto gloriosa quanto travagliata: anche un film limpido e all'apparenza innocuo come "Il palloncino bianco" (Badkonake sefid) ha rischiato di non poter concorrere agli Oscar, a causa di tensioni diplomatiche tra Iran e Usa.

Per il "Guardian", è uno dei migliori film per famiglie. Per i lettori di questo blog, il quarto film iraniano più bello di sempre.



domenica 10 marzo 2019

Il miglior film iraniano per i follower di Cinema Iraniano

Ho proposto ai follower della pagina Facebook di eleggere il miglior film iraniano di sempre. Il sondaggio è iniziato il 2 febbraio e si è concluso il 9 marzo. Trascrivo qui i contenuti dei post e riporto tutti i risultati.





Sondaggio in due tempi

PRIMA FASE: nominate il vostro film iraniano preferito in assoluto. Valgono anche più film a pari merito, senza limiti di numero. C'è tempo fino a sabato 9 febbraio

SECONDA FASE: gli 8 film nominati più volte si sfideranno uno contro l'altro, in un mini torneo a eliminazione diretta. Il più votato sfiderà l'ultimo, il secondo il penultimo, e così via, dai quarti di finale alla finalissima.

Non valgono i film di registi iraniani prodotti all'estero. Esempi: Rhino Season, The President, Monte, Qualcuno da amare, Tutti lo sanno. Nemmeno i film sull'Iran prodotti altrove. Esempi: Persepolis, Donne senza uomini, A Girl Walks Home Alone at Night, Under the Shadow. Valgono i film girati all'estero ma di produzione iraniana. Non faccio esempi per non influenzare il sondaggio, ma in caso di dubbi consultate IMDB o altre fonti.

Votate commentando qui sotto [nel post di Facebook], non su altre bacheche che condividono il post, altrimenti perdo il conto. Grazie.

Buon divertimento!

Nel post ci sono tutte le candidature raccolte nella prima fase:


I DIMENTICATI

Conclusa la prima fase del sondaggio. Tra i film che non hanno preso neanche una menzione, ce ne sono di importanti e famosi:

About Elly, Asghar Farhadi
Dieci, Abbas Kiarostami,
Il dubbio, Vahid Jalilvand
Il silenzio, Mohsen Makhmalbaf
La mela, Samira Makhmakbaf
Lo specchio e Tre volti, Jafar Panahi

Col senno di poi, li avreste esclusi?

I QUALIFICATI

Nella prima fase del sondaggio, ben 62 film hanno preso almeno una preferenza! Questi gli otto più votati, che si sfideranno nella seconda fase:

Il sapore della ciliegia
Dov'è la casa del mio amico
Una separazione
Il palloncino bianco
Close-up
Il tempo dei cavalli ubriachi
Pane e fiore
Il corridore

Il regista con più titoli è Kiarostami (9), seguito da Panahi (6).

Qui i conteggi completi .






Risultati dei quarti di finale:


Risultati delle semifinali:


Risultati della finale:



Dunque "Il sapore della ciliegia" è il vincitore! I follower sono decisamente in sintonia con il creatore del blog.

Sommando il numero di candidature iniziali e i voti raccolti dagli sconfitti negli scontri diretti, si può stilare una top-8, che suggella il trionfo di Abbas Kiarostami, ancora amatissimo a quasi tre anni dalla morte:

1) Il sapore della ciliegia
2) Dov'è la casa del mio amico
3) Close-up
4) Il palloncino bianco
5) Una separazione
6) Il corridore
7) Pane e fiore
8) Il tempo dei cavalli ubriachi


Il gioco è stato un successo, ringrazio di cuore tutti quelli che hanno partecipato.
E, sempre, viva Kiarostami!