domenica 1 dicembre 2019

"Il grido soffocato della gente rimarrà impresso nella storia" I cineasti scrivono al governo

Gli artisti del cinema iraniano hanno scritto una petizione pubblicata in persiano su Change (grazie a Cristina Bianciardi per la traduzione), rivolta al Governo e alla Repubblica. Il testo, che non sfocia in una richiesta specifica, costituisce un'autentica espressione di dissenso rispetto alla repressione delle manifestazioni svoltesi nei giorni scorsi. L'adesione è massiccia e comprende molti nomi autorevoli. Colpisce soprattutto la premura con cui le star locali cercano di smarcarsi e di assolvere i manifestanti dalla accuse di essere manovrati da potenze straniere. Altro dato è che il premio Oscar Asghar Farhadi si sta esponendo sempre di più. I primi firmatari sono riportati in calce, ma al comunicato stanno aderendo, anche dai loro profili Instagram, molti altri artisti famosi. Le firme raccolte sono al momento più di 12.800.


#voce di_aban 1398

Reazione alla repressione delle proteste civili popolari del mese di novembre 2019. #mese di novembre 2019 o mese di aban 1398.
In questi amari giorni che sono trascorsi dal mese di aban 1398/ 2019, il volto dei giovani che hanno perso la vita, della gente ferita, delle madri in lutto e dei padri impazienti non abbandona i nostri occhi. 
Giovani il cui sangue puro è stato versato, e che non sono stati presi in considerazione poiché associati ad ambienti stranieri. Persone la cui esistenza e il cui nome, oggi, dopo un blackout completo senza alcuna connessione, uno per uno vengono alla luce, per quale peccato sono state uccise? Essi sono coloro che sono giunti all'esasperazione perché non hanno trovato neanche un orecchio che li ascoltasse e hanno gridato ciò che gli mancava in ogni piazza. 
Cosa fate con il popolo? Quale fessura avete aperto per ascoltare la voce del popolo? Quale raduno di protesta popolare avete tollerato? Quale partito e movimento avete permesso che dichiarasse le volontà popolari? State cercando, anche con la violenza, di negare al popolo i diritti primari e le più ovvie necessità civili. 
Sappiate che il grido della gente di questo paese, soffocato nella gola, rimarrà impresso nella storia.

Primi firmatari:
Rakhshan Banetemad, Asghar Farhadi, Farhad Tohidi, Mojtaba Mirtahmasb, Hossein Alizadeh, Kayhan Kalhor, Lili Golestan, Bahman Farmanara, Dariush Mehjui, Reza Dormishian, Jafar Panahi, (...), Manijeh Hekmat (...), Tahmineh Milani (...), Mohammad Rasoulof, (...), Fatemeh Motamed-Aria (...)









I 10 migliori film iraniani diretti da donne

Di recente la BBC ha stilato una classifica dei 100 migliori film diretti da donne. Nella graduatoria compaiono due film iraniani, "The House Is Black" di Forough Farrokhzad e "La mela" di Samira Makhmalbaf, più un film di produzione Usa diretto da un'iraniana, "A Girl Walks Home Alone At Night" di Ana Lily Amirpour.

Il cinema al femminile in Iran è un fenomeno prettamente post-rivoluzionario. La società islamizzata ha (paradossalmente?) favorito il lavoro delle donne in tanti settori, tra cui quello della settima arte. Gli uomini la fanno ancora da padroni, ma in quale parte nel mondo non succede? Fatto sta che, mentre prima del 1979 si contavano, a quanto pare, soltanto due lungometraggi di fiction girati da donne, "Marjan" di Shahla Riahi (1956) e "The Sealed Soil" di Marva Nabili (1977), negli ultimi decenni diverse registe sono diventate parte integrante del sistema produttivo dell'industria cinematografica persiana. Ma, anche all'estero, autrici iraniane hanno realizzato opere celebrate, come "Persepolis" di Marjan Satrapi e "Donne senza uomini" di Shirin Neshat.

Eppure, paradosso per paradosso, il film di gran lunga più bello, nonché uno dei più importanti della storia del cinema iraniano, è un documentario realizzato negli anni 60 da una poetessa (è possibile scaricare i sottotitoli in italiano a questo link).

Aggiungiamo 9 titoli per una possibile top-10, limitatamente alle opere realizzate in patria.


1.The House Is Black (1963), Forough Farrokhzad





2. Two Women (1998), Tahmineh Milani





3. Nargess (1992), Rakhshan Banietemad

4. La mela (1998), Samira Makhmalbaf




5. The Day I Became a Woman (2000), Marziyeh Meshkini

6. 20 Fingers (2004), Mania Akbari

7. Sotto le rovine del Buddha (2007), Hana Makhmalbaf

8. Under the Skin of the City (2001), Rakhshan Banietemad

9. Facing Mirrors (2011), Negar Azarbayjani

10. Alle cinque della sera (2003), Samira Makhmalbaf









lunedì 25 novembre 2019

Mohsen Makhmalbaf: "Il cinema è significato. Sono ancora un idealista"



L'IDFAcademy [di Amsterdam, n.d.t.] ha aperto giovedì mattina con una sessione stimolante in cui il grande regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ha parlato della sua infanzia, delle carriera e delle sue idee sul cinema, in una conversazione con il direttore artistico dell'IDFA Orwa Nyrabia.

Makhmalbaf è nato in una povera famiglia nel sud di Teheran ed è stato abbandonato da sua madre e suo padre per essere allevato da una nonna strettamente religiosa. "Mia nonna cercava di proteggermi. Diceva che, se fossi andato al cinema, Dio mi avrebbe mandato all'inferno. Quindi, da bambino, non ho visto nessun film."

In realtà, Makhmalbaf ha dovuto aspettare fino ai 22 anni per vedere i suoi primi film. Era attivo in politica dall'età di 15 e quando aveva 17 anni fu imprigionato per motivi politici. Nel 1979, quando ebbe luogo la rivoluzione islamica, fu rilasciato e tornò in politica.

"Ma ho capito molto presto che il nostro paese ha un problema culturale ed è per questo che abbiamo creato un'altra dittatura", ha ricordato Makhmalbaf. "Così sono entrato nella cultura e ho iniziato prima a scrivere. Ho fatto un film senza alcuna conoscenza del cinema. Ho iniziato come i fratelli Lumière, imparando mentre procedevo. Pensavo che la macchina da presa potesse essere come una penna - se posso scrivere, posso fare un film. Così ho imparato il cinema facendo film. Ho fatto tre film senza alcuna tecnica. Ho iniziato a leggere libri di arte, cinema, teatro ... Ho letto circa 400 libri".


È importante come leggi

Ciò che è più importante del numero di libri (e comunque, secondo Makhmalbaf gli autori copiano gli uni dagli altri, quindi  "non ci sono davvero 400 libri sul cinema") è il modo in cui li ha letti.

"In modo simile all'archiviazione su computer", ha spiegato. "In un libro trovavo cose diverse: sceneggiatura, montaggio, obiettivi ... Quindi le ho suddivise per categorie diverse. Ad esempio, un file per i consigli sulla recitazione e un altro sul montaggio. Quindi, dividendo per argomenti e riassunti, mi sono reso conto che quei 400 libri sono diventati, per me, 200 regole.

"Quando ho realizzato il mio film successivo, hanno detto:" È nato un nuovo genio del cinema!" Ma quale genio, erano solo quelle regole che avevo imparato e sintetizzato!, "scherzò Makhmalbaf. "La mia conoscenza del cinema si racchiude in un unico taccuino. Insegno ancora quelle 200 regole come un alfabeto del cinema, sono state la migliore università per me. Quando classifichi, tutto ciò di cui hai bisogno ti arriva esattamente quando ne hai bisogno."

Ciò è stato di suggerimento per Nyrabia per chiedere di una sequenza del capolavoro di Makhmalbaf del 1995, "Salaam Cinema", in cui il regista, interpretando una sua meta versione, fa il provino a un aspirante attore calato  nel ruolo di un cieco. Questo approccio selvaggiamente originale ha spinto Nyrabia a dire: "Sto resistendo alla tua idea delle regole, perché ho visto come le hai cambiate tutte. Hai inventato il tuo linguaggio personale in cui il mix di documentario e finzione è così forte che va oltre il punto di pensare persino a ciò che è realtà".

Makhmalbaf ha risposto: "È piuttosto un alfabeto che un insieme di regole. Ho realizzato 20 film, cinque cortometraggi e cinque documentari, e posso dire che nessuno di loro è simile a un altro. Non ho uno stile, perché non voglio ripetermi. Quando hai un alfabeto, puoi sempre creare storie in modi diversi.

"Hai detto che la mia lingua è personale, e questo è molto importante. Poiché il cinema è solo uno strumento, non ha alcun significato in sé. Hai bisogno di qualcos'altro e l'esperienza della vita è una buona fonte per la tua conoscenza. Quindi quando mescoli il cinema e la tua vita, poi sei in grado di dire qualcosa che solo tu puoi dire ".

Once Upon a Time, Cinema

Tre principi di base

A seguito di una domanda del pubblico, Makhmalbaf ha spiegato i suoi principi di base del cinema: "Credo in tre cose. In primo luogo, un film dovrebbe essere attraente: ciò può essere ottenuto in vari modi, a volte attraverso l'umorismo, a volte attraverso la paura. In secondo luogo, il film deve avere un significato - quando lasci il cinema, ti chiedi, cosa ho imparato? La terza cosa è la magia - senza magia, l'arte non è arte. E la magia è collegata al subconscio, non alle regole. Conosci le regole, ma lasci che il tuo subconscio funzioni per te. Questo è particolarmente efficace di notte, quando hai sonno e non riesci a controllare tutto. È qui che si entra nel mondo della follia ".

Il cinema di Makhmalbaf subisce anche l’influenza delle scienze umanistiche. Mentre era in prigione, leggeva un libro al giorno, su tutti i possibili argomenti: filosofia, sociologia, psicologia e storia. Ciò è risultato particolarmente importante per il suo film del 1992 “Once Upon a Time, Cinema”, in cui ha usato 20 clip di 20 film iraniani e li ha mescolati con una storia originale su un re.

"Il cinema iraniano ha le sue radici nelle poesie", ha spiegato. "Il cinema occidentale si basa sulla pittura e sulla fotografia, ma nell'Islam era vietata la pittura e abbiamo 30.000 libri di poesie. Quindi il cinema iraniano era diverso: non ripetevamo ciò che faceva Hollywood, né ciò che facevano i film oscuri europei, con tutte quelle storie noiose sulla solitudine. Quando guardiamo un film al cinema, non siamo soli, stiamo insieme - è allora che la solitudine fugge via.

"La nuova ondata del cinema iraniano parlava di amicizia e pace in tempi molto violenti, ed era poetica, ma anche socialmente consapevole - in parte ispirata dal neorealismo italiano. Noi artisti siamo responsabili nei confronti della società".

The Afghan Alphabet


Amore per la creazione e responsabilità verso gli altri

"Per me, il cinema parla dell'amore per la creazione e della responsabilità verso le altre persone. Dobbiamo fare qualcosa. Ad esempio, al momento in Iran le persone muoiono perché protestano contro il dittatore. Proprio la scorsa settimana sono state uccise più di 100 persone per strada dalla polizia. Non posso sedermi qui e dire che sono un artista, che non sono affari miei. Appartengo a quelle persone che muoiono per la libertà, a quelle povere persone."

Ecco perché Makhmalbaf considera il suo documentario del 2001 “The Afghan Alphabet” il suo film migliore e più importante.

"In Iran avevamo tre milioni di rifugiati afghani. 747.000 di loro erano bambini senza istruzione, ai tempi del presidente [iraniano Mohammad] Khatami, quando i talebani erano al potere in Afghanistan, in Iran i bambini afghani non potevano frequentare la scuola perché i loro genitori arrivavano senza visto.

"Ho visto molti bambini afgani guardare le scuole da fuori, con il desiderio di studiare, di imparare. Ho girato il film in una settimana con una handycam, ma non l'ho mostrato al pubblico. Invece l'ho mostrato a membri del governo. Dalla mattina alla sera ho avuto appuntamenti con i ministri e ho mostrato loro il film. Li ha fatti piangere. Sono stato in grado di cambiare la legge, le scuole hanno aperto per mezzo milione di bambini afgani. Questa è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita ".

"Se non fa la differenza, il cinema non è utile. Alcune persone fanno film per diventare famosi o fare soldi, per alcuni è un lavoro, ma per alcuni di noi il cinema è uno strumento per cambiare il mondo. Quando sei un artista, hai la capacità di salvare un essere umano parlando del suo dolore e desiderio".

Chiudendo il discorso, Makhmalbaf ha aggiunto che per lui "Il cinema è significato. Sono ancora un idealista", e ha continuato a consigliare i partecipanti all'IDFAcademy: "Non preoccupatevi dei premi. Quello che dovete fare è godervi il ​​processo di film making. Abbiamo bisogno di voi. Abbiamo bisogno della vostra voce e abbiamo bisogno che troviate la verità con il vostro punto di vista."




sabato 23 novembre 2019

Famiglia Makhmalbaf, problemi anche nel Regno Unito

Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ha lanciato un attacco diretto al governo britannico per la sua "vergognosa" incapacità di rilasciare passaporti a sua moglie, Marziyeh Meshkini, e alla figlia Samira.




Il regista 62enne di "Viaggio a Kandahar" e "Gabbeh" vive a Londra come esiliato politico e detiene un passaporto francese. Ma sua moglie e sua figlia maggiore, entrambi cineasti pluripremiati, rimangono rifugiati politici e non hanno ancora ricevuto il passaporto, nonostante siano stati invitati a presentare domanda dal governo britannico due anni fa.

Parlando all'IDFA di Amsterdam, dove è nella giuria del concorso, Makhmalbaf si è scagliato contro il trattamento di Meshkini e Samira, che sono nel Regno Unito dal 2011 e aiutano a gestire la casa di produzione Makhmalbaf Film House.

"Loro [il governo del Regno Unito] hanno accettato la domanda di rifugio politico e, dopo sei anni, hanno dato l'ok all'avvio delle pratiche per i passaporti", ha detto a Screen . Ma i documenti devono ancora essere pubblicati dopo che sono state sollevate domande sul perché il regista iraniano fosse un prigioniero politico negli anni '70.

A 17 anni, Makhmalbaf è stato incarcerato per aver pugnalato un poliziotto durante la resistenza anti-Scià, ma è stato rilasciato sulla scia della rivoluzione iraniana dopo aver scontato cinque anni di pena.

Crede che l'arresto durante gli ultimi giorni del regno dello Scià sia il motivo per cui le autorità britanniche hanno negato il passaporto di sua moglie e sua figlia.

Le autorità hanno interrogato il regista iraniano sulla sua lotta contro lo Scià e sul perché sia ​​stato rilasciato. "Perché era un dittatore e ci stava torturando", ha detto Makhmalbaf. “Mi ha torturato. La mia gamba sinistra è stata completamente distrutta. "




Meshkini, che ha vinto tre premi a Venezia con "The Day I Became A Woman" nel 2000, non ha potuto unirsi a Makhmalbaf di recente mentre lavorava in Italia.

Samira, vincitrice del premio della giuria di Cannes per "Lavagne" (2000) e "Alle cinque della sera" (2003), ha comunque incontrato problemi nonostante il plauso della critica.

“Samira è stata selezionata due volte dal Guardian come una delle più importanti cineaste del mondo, ma non merita di avere un passaporto come gli altri rifugiati. Questo è il governo del Regno Unito", ha detto Makhmalbaf a Screen .

“Non può avere un passaporto perché suo padre era un prigioniero politico 45 anni fa. È il sistema del Regno Unito. Guarda, questo è il nuovo capitalismo, la nuova ignoranza moderna che è tornata in vita ovunque."

Tuttavia, allla figlia più giovane di Makhmalbaf, Hana - regista dei premiati a Venezia "Joy Of Madness" (2003) e a San Sebastian "Sotto le rovine del Buddha" (2007) - è stato rilasciato un passaporto. La ragione di ciò non è nota a Makhmalbaf'. 

Makhmalbaf è partito del Iran nel 2005 e verrebbe incarcerato se tornasse.

"Mi sono trasferito dall'Iran 14 anni fa quando la censura era forte e non mi hanno permesso di fare altri film", ha ricordato. “Sono andato in Afghanistan per due anni. Abbiamo girato film lì, tenuto seminari sul cinema e fatto attivismo nelle ONG.

"Quindi l'Iran ha inviato terroristi per uccidermi", ha affermato. "Hanno fatto esplodere una bomba durante le nostre riprese."

Ciò spinto Makhmalbaf a riparare in Tagikistan dove ha vissuto e lavorato per altri due anni. Quindi, sotto la minaccia di un arresto da parte della polizia segreta, si è trasferito con la sua famiglia in Europa.

Makhmalbaf è rimasto in Francia per due anni, ma la polizia segreta lo ha perseguitato nuovamente sulla scia del movimento verde iraniano del 2009 e gli sono state assegnate delle guardie del corpo.

Vive a Londra dal 2011, dove organizza seminari di recitazione e cinema, e di recente ha diretto il film drammatico italiano "Marghe e sua madre", che è stato proiettato a Busan il mese scorso.


domenica 10 novembre 2019

Libro: Il cinema persiano, Natalia L. Tornesello (2003)

Pubblicato nel 2003, aggiornato all'indomani del successo post-11 settembre di "Viaggio a Kandahar" e ai film del 2001, "Il cinema persiano" di Natalia Tornesello è uno di dei testi che, per gli appassionati, vale la pena avere: si tratta infatti dell'unico compendio sistematico di storia del cinema iraniano disponibile in italiano, ma anche di uno dei pochi al mondo.




L'autrice è docente di lingua e letteratura persiana. Non è dunque una specialista di cinema ma, conoscendo l'idioma e la società iraniani, può attingere dalla bibliografia dei maggiori esperti, reperire film in edizione originale, captare riferimenti alla cultura locale. Cosa che non accade per i diversi autori italiani che hanno pubblicato studi sui principali registi.

Ne esce un catalogo esaustivo e  alquanto affidabile - pur con qualche errore nella parte finale -, in cui trova ampio spazio l'interessantissima e meno nota storia del cinema pre-rivoluzionario, dai pionieri al boom dell'industria nel dopoguerra.

Di ogni film è riportata una sinossi, si tengono sempre in conto anche i cambiamenti del paese, mentre meno spazio hanno aspetti stilistici o produttivi, specie per gli anni recenti. L'annoso tema della censura e della sua evoluzione è ben spiegato. Grandi assenti gli attori: non viene nominato neanche un divo del filmfarsi. Stessa sorte per le altre maestranze.

Interessanti le tre sezioni tematiche. Quella sull'infanzia è pressoché obbligata, è anzi strano che ne manchi una sul metacinema. Preziosa e sorprendente (non se si pensa alla biografia dell'autrice) è quella su cinema e letteratura, nel suo sviluppo dai tempi della Nouvelle vague al post-Rivoluzione islamica. Ma è forse la terza, sulle donne, la più significativa: dati alla mano, viene pesata la presenza femminile dietro la macchina da presa nel corso del tempo, smontando sia i pregiudizi di chi crede che il cinema nell'Iran contemporaneo sia un fatto maschile, sia chi sovrastima il numero di donne registe a causa della visibilità internazionale di alcune di loro.

Utili indici e bibliografia, belle le foto in appendice. "Il cinema persiano" è il miglior primo approccio per chi abbia voglia di conoscere non superficialmente la materia.

martedì 5 novembre 2019

Artisti del cinema protestano contro censura, mancanza di protezione e denaro sospetto

In uno degli attacchi più espliciti alla censura in Iran, oltre 200 attivisti iraniani dell'industria cinematografica hanno protestato contro gli ostacoli alla loro professione, incluse la severa censura e l'incapacità del governo di rispettare le sue stesse regole di licenza di fronte all'intervento di autorità non governative


Un lavoratore rimuove il poster di The Parental House, messo al bando dopo 
la proiezione del 29 ottobre 2019

.
"Deploriamo la politica di inquisizione della forma e del contenuto dei film, in qualsiasi contesto", hanno affermato gli artisti cinematografici iraniani nella loro dichiarazione in dieci punti, aggiungendo che richiedono libertà di pensiero ed espressione.

La dichiarazione, pubblicata sabato 2 novembre, afferma: "Noi, la gente del cinema, siamo un gruppo di registi, sceneggiatori, produttori, attori e attrici la cui professione è stata attaccata e danneggiata per anni".

Quasi tutte le figure di spicco del cinema iraniano, tra cui il vincitore dell'Oscar Asghar Farhadi, l’acclamato a livello internazionale Jafar Panahi , Mohammad Rasoulof e Bahman Ghobadi, così come i veterani cineasti Nasser Taghvai, Rakhshan Bani Etemad e il leggendario e acclamato dalla critica regista cinematografico e teatrale Bahram Beizai, sono tra i firmatari della dichiarazione. 
[Tra gli altri nomi, Niki Karimi, Parviz Kimiavi, Varuz Karim Massihi, Manijah Hekmat, Ahmad Talebinejad e Amir Shahab Razavian n.d.t]

La "sicurezza del lavoro" è una delle principali preoccupazioni. "Molti cineasti sono stati incarcerati e gli è proibito lasciare il paese solo per aver diretto film critici", afferma la dichiarazione, aggiungendo: "L'evidente discriminazione nell'assegnazione dei progetti, così come la censura e la soppressione della libertà di espressione hanno costretto diversi cineasti e star a un’emigrazione non desiderata".

Nel frattempo, i cineasti si sono lamentati dei numerosi centri incaricati di controllare le loro opere, mentre i “pirati” sono liberi di far circolare i loro film senza pagare i diritti d'autore.

La scorsa settimana, il film "The Paternal House", diretto dal veterano regista Kianoush Ayyari, è stato proiettato dopo un decennio di fermo da parte dell'autorità di censura. Tuttavia, nel giro di pochi giorni, il film è stato nuovamente bandito a seguito di un ordine emesso dal procuratore generale della Repubblica islamica.

Una scena di The Parental House


I cineasti hanno specificamente protestato per le "barriere omicide" che incontrano ogni volta che chiedono una licenza per proiettare le loro opere.

Nessuno dei membri del consiglio che rilascia licenze per la proiezione di film in Iran ha finora reagito alla dichiarazione.

Negli ultimi anni, i comandanti del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) hanno intrapreso una manovra strisciante per dominare l'industria cinematografica iraniana.

Tuttavia, molti critici insistono sul fatto che i film prodotti dall'IRGC e le persone ad esso collegate, sono principalmente film "banali" realizzati a fini di "propaganda" e perseguono "fini politici".

Senza nominare il potente IRGC, la dichiarazione afferma che il governo e "certi" organismi stanno supportando film "particolari" attraverso investimenti sospetti.

Inoltre, Ghafouri Azar afferma che, per la prima volta, i cineasti affiliati all'ufficio del leader supremo della Repubblica islamica, l'Ayatollah Ali Khamenei, incluso Rouhollah Hejazi, si sono uniti ai registi dissidenti come il pluripremiato Jafar Panahi e il regista auto-esiliato Bahram Beizai, per protestare contro la censura e i severi controlli sull'industria cinematografica iraniana.

Nel frattempo, per ragioni sconosciute, due registi veterani, Dariush Mehrjui e Masoud Kimai, hanno preferito non firmare la dichiarazione.

La dichiarazione è stata pubblicata in un momento in cui la House of Cinema, controllata dal governo, ha scritto una lettera al capo della magistratura della Repubblica islamica, il chierico intransigente Ebrahim Raeesi, chiedendo un’udienza.

Raeesi, sfidante senza successo del presidente in carica Hassan Rouhani nelle elezioni presidenziali del 2017, sta tra le altre cose assumendo un ruolo di arbitro di cassazione nelle controversie industriali e sindacali.


Fonte:
Traduzione: Cinema Iraniano blog

domenica 13 ottobre 2019

Sly, Kamal Tabrizi (2018)

Una commedia iraniana di qualità, ad essere onesti, non è così frequente, specie se di taglio satirico. Accade con "Sly", film che riecheggia sin dal titolo un altro bell'esempio firmato dallo stesso regista Kamal Tabrizi: "The Lizard", in persiano Marmoulak, mentre "Sly" è Marmouz.



La lucertola del film del 2004 è un evaso che si traveste da mullah, con effetti comici destabilizzanti, che portano la pellicola alla censura ma anche a una vastissima popolarità: Tabrizi realizza l'anno seguente un video a sostegno della campagna presidenziale dell'ayatollah Rasfanjani con esiti controproducenti, poiché il pubblico associa il filmato alla precedente satira del clero.

Il camaleonte del film del 2018, interpretato da un attore in rampa di lancio come Hamed Behdad, è Ghodratollah Samadi, uno scalcagnato politico reazionario che sogna di approdare al Majles, il parlamento iraniano, e che acquisisce celebrità per caso grazie a un episodio controverso. In comune con l'opera precedente c'è il risultato trionfale al botteghino ma non la censura, visti il mutato clima politico e il bersaglio: il protagonista è chiaramente ispirato all'ex presidente Ahmadinejad, ormai caduto in disgrazia, i cui tentativi di ritornare in auge sono stati fallimentari. Anche il citare i monarchici in esilio, che Samadi incontra in Turchia, non sembra più un tabù, e la ministeriale Farabi Film Foundation sta facendo circolare "Sly" anche all'estero, per il momento in rassegne. In Italia si è visto a Roma.

Alla berlina c'è soprattutto la cultura ultraconservatrice, la retorica e i metodi di chi sbraita contro i prezzolati dal grande satana americano e contro i liberali, di chi si fregia dell'appellativo di haji (colui che ha assolto il dovere del pellegrinaggio alla Mecca), ma si arroga il diritto di usare violenza sostituendosi ai basij (la polizia morale). Ma Tabrizi non risparmia frecciate neanche al trasformismo dei politici di altro colore, né a tanti tic della società civile nel suo complesso (dalla chirurgia estetica, alla barba lunga) e alla volatilità dell'opinione pubblica. Ne esce uno spaccato intelligente e spassoso, sebbene non troppo profondo. Chissà che non trovi una distribuzione regolare anche nelle nostre sale.






giovedì 3 ottobre 2019

Libro: Conversations With Kiarostami, di Godfrey Cheshire (2019). Intervista all'autore

Nella vasta bibliografia dedicata al più studiato dei registi iraniani, una delle migliori uscite di sempre, che speriamo venga tradotta in italiano. Una lunga conversazione che ripercorre, film dopo film, compresi i più rari e invisibili, tutta la filmografia di Abbas Kiarostami fino a "Il vento ci porterà via" (1999). Il regista getta nuova luce sulla propria opera, svelando una miriade di aneddoti e segreti di lavorazione, incalzato dalle argute domande di un critico competente e attento. 

Veterano della critica cinematografica americana, autore per New York Times, Variety, Film Comment, The Village Voice, Interview, Cineaste, Godfrey Cheshire ha gentilmente concesso questa intervista al blog.




Lei è un critico molto importante, ed è uno dei principali divulgatori del cinema iraniano negli USA. Qual è stato il suo primo impatto con il cinema di Abbas Kiarostami?

Ho incontrato per la prima volta il cinema iraniano quando la rivista "Film Comment" mi ha chiesto di coprire il primo festival di film iraniani post-rivoluzionari che si è svolto a New York, nell'autunno del 1992. Anche se cerco sempre di tenermi informato sul cinema internazionale, non ero al corrente di una qualche attività significativa in Iran, quindi sono rimasto completamente stupito dalla qualità dei lavori che ho visto in quel festival: il numero di registi affermati e di film eccellenti. A quel tempo Kiarostami non era considerato dagli iraniani il loro regista più grande, ma sono rimasto particolarmente colpito dalla sua opera. Ho considerato il suo "Close-Up" uno dei film più incredibili che avessi mai visto, e mi sono piaciuti molto anche "Dov'è la casa del mio amico" e "E la vita continua"..


Lei suddivide, con molto acume, la carriera di Kiarostami in tre periodi di circa 15 anni l'uno. Ce li può riassumere?

Chiamo il primo periodo "Kanun". Il Kanun è l'istituto in cui Kiarostami ha lavorato, il Centro per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti. È il periodo di prima che diventasse noto fuori dall'Iran. Corre tra il 1970 e il 1985 e comprende numerosi cortometraggi e mediometraggi oltre a due lungometraggi drammatici, "Il viaggiatore" e "The report" e al documentario "Gli alunni della prima classe".

Il secondo periodo, il periodo "Capolavori", va dal 1986 al 1999 e comprende i sette film che hanno reso Kiarostami famoso nel mondo: "Dov'è la casa del mio amico", "Compiti a casa", "Close-Up", "E la vita continua", "Sotto gli ulivi", "Il sapore della ciliegia" , "Il vento ci porterà via".

Il terzo periodo, che va dal 2000 fino alla sua morte nel 2016, lo definisco il periodo "Sperimentale". Include film drammatici digitali a basso budget, cortometraggi e documentari; film come "Five", "Shirin" e "24 Frames" che meritano di essere classificati come sperimentali; e due lungometraggi di sceneggiatura realizzati fuori dall'Iran, "Copia conforme" e "Qualcuno da amare".


Tra i suoi film preferiti c'è "L'abito di nozze", che non è uno dei più famosi. Ci spiega l'importanza e la bellezza di questo film?



"L'abito di nozze", un film di un'ora che Kiarostami ha realizzato a metà degli anni '70, è una commedia su due adolescenti che vogliono prendere in prestito un abito da un ragazzo che lavora da un sarto. Ha un sacco di umorismo, astuta osservazione sociale, psicologia interessante, persino un po' di suspense. Rappresenta i punti di forza del lavoro di Kiarostami nel periodo "Kanun" che porterà alla svolta internazionale di "Dov'è la casa del mio amico".


4) Ha avuto modo di chiacchierare con Kiarostami anche in merito ai film del terzo periodo? Ci sarà un 'Convesrations Vol. 2'?

Sfortunatamente no. Sono rimasto in contatto con Kiarostami ma non ho più interviste dopo il 1999. Tuttavia, molti dei pezzi che ho scritto sul suo lavoro, incluso il periodo "Sperimentale", saranno nel mio prossimo libro, "In the Time of Kiarostami: Writings on Iranian Cinema", che spero uscirà il prossimo anno.






martedì 1 ottobre 2019

Nel museo del cinema di Teheran

Caro diario, 
finalmente sono riuscito a coronare il sogno di visitare innanzi tutto l'Iran, e con esso il Museo del cinema di Teheran, una tappa per me assolutamente obbligata. 

Si tratta di un museo vecchia maniera, diverso dai moderni e interattivi musei del cinema italiani. 
Tralascio il bel palazzo qagiaro con annesso giardino in cui è collocato e comincio subito a parlare di settima arte.

Sul cancello d'ingresso vedo affisse le locandine dei nuovi film di Nima Javidi e Alireza Raisian, oltre che di "Just 6.5". Forse non proiettano più classici, ma solo prime visioni? Non saprei; non parlando persiano, reperire alcune informazioni è per me complicato; in ogni caso preferisco godermi la visita senza pormi troppi quesiti.

Addentrandomi nel cortile mi accoglie il faccione di Ezatollah Entezami, il grande attore scomparso l'anno scorso. Scopro essere stato tra i fondatori del museo. E infatti lo si ritrova ovunque, è la vera superstar del luogo, celebrata anche con una statua di cera. Sarà anche perché ha interpretato lo scià qagiaro innamorato del cinematografo in "Once Upon a Time, Cinema" di Mohsen Makhmalbaf?





All'interno del palazzo, leggo le schede informative e mi accorgo subito di una cantonata, talmente colossale che mi sorge il dubbio di aver sempre avuto informazioni sbagliate sulla nascita del cinema in Persia: il primo film "Abi and Rabi" viene datato 1900 anziché 1930. In realtà si tratta di un refuso, tanto che poco più avanti si trova la locandina del film, con la targa questa volta corretta.




Le due sale principali ospitano le bacheche dedicate ai singoli artisti. La prima sala ha appese locandine di grandi classici non esportati (diciamo così). Chiedo a un'addetta quale sia il titolo internazionale di un film che non riconosco, lei telefona a qualcuno, poi su un pc me lo mostra: "Tranquillity in the Presence of Others". Annuisco e le dico il nome del regista: Naser Taghvai. Lei spalanca gli occhi stupefatta, ma in realtà ha chiesto il titolo di un'altra locandina, che io avevo scambiato per "The Pear Tree" di Dariush Mehrjui:






Ora pertanto rimango con il mistero: di che film è questa locandina che ho fotografato, che pur mi dice qualcosa? Potrei scoprirlo abbastanza facilmente, ma i misteri mi piacciono, per cui non indagherò. Tu lo sai, caro diario?



Tornando alle bacheche, lo spazio si basa fondamentalmente sulla generosità degli artisti, che hanno donato i premi ricevuti (davvero tanti in festival italiani!) e altro materiale. Questo crea la sovraesposizione di nomi poco rilevanti e l'esclusione da questa sezione principale di maestri come Bahram Beizai. Scelta probabilmente obbligata, nondimeno discutibile.

Caso vuole che l'artista più generoso abbia creato una bella contraddizione: è normale, diario, che un cineasta a cui è proibito girare film venga celebrato nel museo nazionale del paese che glielo impedisce? Ebbene sì, Jafar Panahi ha donato tutti i premi più importanti della prima parte della carriera, compreso il Leone d'oro per "Il cerchio", ha uno degli spazi più ampi e, addirittura, la sua scheda cita tra i film più importanti "Taxi Teheran", girato illegalmente, in violazione della sentenza che lo ha condannato!



Già ai tempi del processo, il cineasta nell'arringa aveva evidenziato il paradosso: lo spazio concesso ai premi di Jafar Panahi al Museo del Cinema di Teheran è molto più grande della cella della sua prigione.


C'è poi chi ha donato nientemeno che la Palma d'oro, invero l'unico iraniano ad averla vinta:



L'esposizione non è invece aggiornata ai trionfi di Asghar Farhadi.

Caro diario, se ti interessa una panoramica completa di questa sezione, ho fatto un filmino per te:





Le altre sezioni, al piano di sotto, sono molto più modeste e riguardano il cinema di guerra, i bambini attori, e le sagome cartonate di tanti protagonisti della nostra cinematografia preferita.
Nel complesso, il museo si visita in un quarto d'ora... io ci sto più di un'ora e mezza!

Uscendo, vado alla ricerca del 'famoso', segnalatomi sia da amici che dalla Lonely Planet, rivenditore di film rari e di gadget. Chissà che non trovi "Tangna" di Amir Naderi o "The Beehive" di  Fereydun Gole con sottotitoli in inglese, o i primi cortometraggi di Panahi, anche senza sottotitoli. L'unico negozio che vedo, però, vende libri. Chiedo se hanno qualche locandina. Risposta... sì, di "Harry Potter"!

Rinuncio a proseguire la ricerca e, dolorante alla schiena, mi concedo un paio degli ottimi cocktail alla frutta del bar del museo. È stata una visita giunta al termine di una giornata stancante. Però ne è valsa la pena.






















mercoledì 4 settembre 2019

Just 6.5, Saeed Roustayi (2019)

Samad (Peyman Moaadi), sergente della squadra narcotici della polizia, è sulle tracce di un boss della droga, Nasser Khakzad (Navid Mohammadzadeh). Dopo varie operazioni, riesce a rintracciarlo nel suo attico, dove l’uomo ha tentato il suicidio. Sopravvissuto, Nasser attraversa tutte le fasi del procedimento legale. Per il suo reato è prevista la pena di morte. 



Il giovane regista riprende un tema del precedente "Life+1Day", schierando nuovamente la collaudata coppia di attori protagonisti, per altro avvezzi a ruoli simili, ma spostando nella prima parte il punto di vista dai criminali alle più edificanti forze dell'ordine. Tuttavia i poliziotti impiegano metodi scorretti e celano un passato controverso. Nel prosieguo del film, l'attenzione si sposta invece sul trafficante.

Metà poliziesco metà dramma carcerario, "Just 6.5" (Metri Shesh Va Nim) si interroga sul motivo per cui i tossicodipendenti in Iran siano giunti alla cifra esorbitante dei milioni indicati nel titolo, nonostante i metodi ferocemente repressivi, dei quali l'impiccagione è solo la tappa finale: impressionano gli ammassamenti di decine di uomini in un'unica, soffocante stanza di reclusione, in attesa del processo. L'autore solletica però il gusto per lo spettacolo del fruitore e gli consegna un film concitato, urlato, recitato sopra le righe anche da un talento come Mohammadzadeh, che questa volta offre un'interpretazione accademica di maniera. E se gli elementi narrativi spiazzanti che intervengono per tentare di aggiungere complessità, come nelle opere Asghar Farhadi, creano più che altro confusione, il finale con la famiglia del condannato riunita ha un che di conservatore.

Non è un caso che l'attrice e cineasta Mania Akbari si sia schierata contro la scelta di presentare "Just 6.5", un film in patria campione di incassi, pluripremiato e rappresentativo di certo cinema popolare, alla mostra di Venezia - sezione Orizzonti.
La sua motivazione ne rigetta in apparenza il taglio sociale, in realtà lo smaschera come moralistico. Questa è la traduzione del suo post di Facebook: 




Addio Mostra del Cinema di Venezia! Non andare in Iran a mangiare kebab e scegliere film davvero commerciali, sponsorizzati da enormi quantità di soldi del petrolio. Onestamente negli ultimi 5 anni il Festival del Cinema di Venezia ha scelto il brutto cinema iraniano, esoticizzante, che giudica la società e la cultura e i poveri nelle città o in prigione, che combattono senza sosta, picchiano, uccidono e imprecano. Film ambientati nelle carceri o nelle abitazioni della classe operaia, con soggetti superficiali e overacting! Alberto Barbera [direttore della Mostra] crede di conoscere il cinema iraniano. Devo dirgli che mi dispiace che stia distruggendo l'approccio riflessivo con un'attenzione di tipo diverso sull'Iran...  e per favore non mangiare Kebab e cipolla in Iran per poi sostenere il cattivo cinema.


lunedì 2 settembre 2019

Beautiful City, Asghar Farhadi (2004)


Scontata la pena in riformatorio, il ladro A'la ha una missione: salvare dall'impiccagione l'amico Akbar, che due anni prima ha ucciso la sua ragazza e che, appena compiuti diciott'anni, è stato trasferito nel braccio della morte. Per riuscirci, deve ottenere il consenso del padre della vittima, un medico fortemente devoto quanto intransigente. Prova a aiutarlo nell'impresa la sorella di Akbar,  Firouzeh, giovane donna con un figlio piccolo avuto da un tossicodipendente. Tra i due forse nasce un amore, che rischia di essere sacrificato sull'altare della salvezza di Akbar.

Il secondo film di Asghar Farhadi è, oltre che tra i più memorabili, il suo lavoro più toccante, anche perché mai il regista si è calato nei bassifondi della società come in questo caso. 

A ben vedere, anche se la linea narrativa principale è focalizzata su altro, la crisi di coppia, tema cardine del suo cinema, trova in "Beautiful City" (Shah-re ziba) molteplici declinazioni drammatiche: dal femminicidio compiuto da Akbar, alla morte della madre della vittima, che ha segnato la durezza del carattere del padre quanto l'aver perso una figlia, alla situazione di Firouzeh, divorziata da un anno e mezzo ma costretta a indossare la fede per mantenere un'immagine decorosa agli occhi del vicinato.
Sempre attento a non cadere in sequenze passibili di censura, nonostante una straordinaria facilità drammaturgica, il film rivolge suo sguardo critico alla morale islamica, che in Iran si è fatta legge dello stato, con le sue discriminazioni di genere e di censo, le sue contraddizioni, le sue pene spietate.



Farhadi, che scrittura per la prima di tante volte l'attrice Taraneh Alidoosti, comincia a strabiliare come sceneggiatore grazie a uno script che, dopo la prima sequenza, non mostra più Akbar, il diretto interessato all'esecuzione della condanna o alla grazia, mentre la sua situazione evolve costantemente, con quelle articolazioni e ramificazioni che diverranno più fitte nei film successivi.

La bella città del titolo è in realtà il quartiere in cui è situato il riformatorio.

Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando qui

mercoledì 21 agosto 2019

Un semplice evento, Sohrab Shahid Saless (1973)

Mohammad è un bambino che, oltre a frequentare la scuola con cattivi risultati, aiuta il padre, analfabeta e alcolizzato, nell'attività di pescatore di frodo. Nella monotonia di una realtà periferica e statica, nel nord dell'Iran (Mar Caspio), la morte della madre malata è solo un evento qualunque: Mohammad abbassa la testa, il padre singhiozza in campo lungo contro la parete. Dissolvenza. Breve visita dei due al cimitero. La vita continua tale e quale.




Lungometraggio d'esordio di Sohrab Shahid Saless, uno dei primi maestri del cinema iraniano d'autore, formatosi nelle scuole di cinema europee (a Vienna e Parigi) e già realizzatore di alcuni cortometraggi documentari sulla danza, oltre, tra l'altro, al corto sperimentale "Bianco e Nero" prodotto dall'istituto pedagogico Kanun ("si può vedere a questo link). Un regista spesso celebrato da colleghi che debuttano nello stesso periodo come Abbas Kiarostami* e Amir Naderiche nel film "Cut" ha inserito "Un semplice evento" (Yek Etefagh sadeh) tra i quaranta migliori della storia.

In effetti parliamo di un lavoro rigoroso e poetico, annoverabile tra i grandi film iraniani sull'infanzia, con un memorabile protagonista sottoposto a un'educazione scolastica rigida e alla severità paterna.
Il regista aveva ottenuto, dall'ente ministeriale per cui lavorava a contratto, finanziamenti per un opera su commissione della durata di venti minuti, ma di sua iniziativa ha portato a compimento un lungometraggio.

Vincitore di due premi a Berlino, "Un semplice evento" non è stato distribuito in Italia, ma nel 2015 è stato proiettato al Cinema Ritrovato di Bologna. La bella scheda curata dal festival include questa significativa annotazione: Il film fu girato a Bandar Shah. Saless, che era un ammiratore di Čechov, scelse il luogo per la sua atmosfera vagamente russa e perché si trattava di un capolinea ferroviario, una sorta di vicolo cieco come le esistenze dei suoi personaggi. A interpretare il ragazzo è Mohammad Zamani, che non era mai stato al cinema in vita sua e sulle cui fragili spalle si intuisce tutto il peso del mondo. 





L'incipit lungo i binari della ferrovia sembra anticipare la location di "Still Life", opera immediatamente successiva realizzata con uno stile ancora più asciutto, e ultima fatica del regista in patria prima dell'emigrazione in Germania. Realizzerà diversi altri film, ma "Un semplice evento" resterà: il film più nobile che ho mai realizzato in vita mia.

Sottotitoli in italiano, tradotti da Cristina Bianciardi, scaricabili cliccando qui.


*Per un confronto tra "Un semplice evento" e "Dov'è la casa del mio amico" cfr. C. Gow - "From Iran to Hollywood"

giovedì 18 luglio 2019

Un oscuro leitmotiv: il suicidio nel cinema iraniano

Non è solo il tema del capolavoro di Abbas Kiarostami, "Il sapore della ciliegia", unica Palma d'oro approdata in terra di Persia: vero o fittizio, minacciato o simulato, sospetto o pianificato, tentato o effettivamente commesso, il suicidio è un inquietante leimotiv che accompagna da sempre il cinema iraniano d'autore e i suoi autori più prestigiosi.

Difficile spiegarne il motivo, in un paese con un tasso di suicidi non particolarmente elevato. I film non parlano di attentati, di jihadismo terrorista; i protagonisti non vogliono commettere uno dei peccati più gravi per l'Islam.
Di certo non si tratta banalmente, o esclusivamente di una reazione politica contro gli ayatollah, se è vero che si apre con un suicidio uno dei film che segnano la nascita della Nouvelle Vague persiana: "Gheisar" di Masoud Kimiai, opera del 1969, dieci anni prima della Rivoluzione. La giovane Fati si toglie la vita poiché disonorata da un uomo, assecondando la cultura retriva della sua famiglia per cui la morte autoinflitta è meno grave del disonore.


La giovane Fati soccorsa invano, in Gheisar


Ma ancor prima, nella realtà, si era ucciso a Parigi il più celebre scrittore di prosa del '900 iraniano, Sadegh Hedayat. Il suggestivo documentario "Talking with a Shadow" di Khosrow Sinai tratteggia la sua figura.
E casualmente molti dei maggiori cineasti, di diverse generazioni, affrontano il tema all'estero, forse perché in patria il Ministero della Culura e dell'Orientamento Islamico vieta i film che illustrano attività pericolose e criminose e mostrano scene di violenza e tortura. L'emigrato Sohrab Shahid Saless ne parla in Germania, nel suo ultimo film "Roses of Africa", Asghar Farhadi nella trasferta francese de "Il passato", in cui  la moglie di uno dei protagonisti è in coma dopo aver provato a uccidersi.
Appena oltre confine, nei teatri di guerra rispettivamente afgano e iracheno, operano invece Mohsen Makhmalbaf con "Viaggio a Kandahar", in cui una giornalista giunge dal Canada in soccorso a sua sorella che ha minacciato di suicidarsi programmando anche la data, e Bahman Ghobadi con "Turtles Can Fly", che come "Gheisar" si apre con l'insano gesto.


Tre volti

Per arrivare ai giorni nostri, in "Night Shift" di Niki Karimi la storia si sviluppa intorno a una donna sospettosa che il marito voglia farla finita, mentre in "Tre volti" Jafar Panahi insegue le tracce di una ragazza che ha filmato la propria (presunta) impiccagione. Ma già "Oro rosso" iniziava e terminava con il suicidio di un rapinatore.

Quale che sia la ragione, gli esempi sono così tanti, e legati a personalità e film di tale importanza, che non può essere una pura coincidenza. Alcuni li abbiamo anche omessi, chissà quanti ci sfuggono. Peraltro, di quanto fosse ricorrente l'argomento si è a suo tempo accorto anche il vignettista Mahmoud M, che tra i suoi satirici "Nove ingredienti per un film iraniano da festival o da corsa agli Oscar" ha inserito: suicidio dovuto ad afasia e noia.

giovedì 11 luglio 2019

L'isola di ferro, Mohammad Rasoulof (2005)



Mohammad Rasoulof è un regista con sottovalutate ambizioni autoriali, che dialoga sia con i colleghi del proprio paese sia con i maestri del cinema internazionale. Non molto prolifico già prima dell'arresto e delle vicissitudini giudiziarie, ha attraversato una breve fase in cui i film palesavano un gusto per i colori e le allegorie, per poi virare verso un cinema più diretto e cupo.

Nella fase di maggior impatto cromatico rientra "L'isola di ferro" (Jazireh ahani, 2005opera seconda e unica distribuita in Italia, che ricorda nello stile il cinema persiano del decennio o ventennio precedenti, ma il cui soggetto può rimandare in qualche modo a "Underground" di Emir Kusturica, forse citato nella sequenza di un parto al buio illuminato a intermittenza da un generatore.

Un'intera, per quanto piccola, comunità vive all'interno di una petroliera ancorata nel Golfo Persico, che però lentamente affonda e dovrà essere evacuata. Nel microcosmo si riproducono i classici meccanismi sociali, alcuni universali, se è vero che i bambini studiano in una classe mista, gli operai sgobbano mentre qualcuno fa affari, altri più legati, nella similitudine, alla realtà della Repubblica Islamica, come nella storia d'amore ancora osteggiata dalle famiglie, o soprattutto nel tema ricorrente per Rasoulof, che gli dedicherà anche il delizioso documentario "Head Wind", della passione proibita per le televisioni estere, captate attraverso antenne paraboliche. 

Il mondo immaginato dal regista è governato da un capitano che ha il nome evocativo di Nemat ed è interpretato da Ali Nasirian, uno dei più grandi attori persiani di sempre. Nemat comanda con fare paternalistico, ma giunge infine a disporre della vita e della morte di un ragazzo che potrebbe abbandonare la nave, in una sequenza che sembra uscita da "Sonatine" di Takeshi Kitano, insistita oltre i limiti di sostenibilità, che tramuta in definitivo un giudizio fin lì sospeso sulla realtà descritta e sull'incapacità di reazione alle crudeltà del popolo che ne è testimone.



Scene di tortura torneranno drammaticamente nel realistico "Manuscripts Don't Burn", film clandestino sulle persecuzioni degli scrittori iraniani dissidenti.

"L'isola di ferro" rimane invece ancora entro i limiti fissati dalla censura, sprigionando metafore non didascaliche e abbagliando con immagini di grande efficacia scenografica. Il tutto al servizio della narrazione e non di un'estetica fine a se stessa.
Memorabili alcuni personaggi, come il baby pescatore.

Per Taste of  Cinema, è uno dei migliori film iraniani di questo secolo.




giovedì 27 giugno 2019

Incontro con Amir Naderi al MIC - Filmati




Il 23 giugno scorso, al MIC Museo Interattivo del Cinema di Milano, Amir Naderi ha presentato il suo ultimo film "Magic Lantern" intrattenendosi per lungo tempo col pubblico.
Ho raccolto i video di tutti i suoi interventi. Sul 'palco', il direttore della programmazione del MIC Enrico Nosei. L'interprete è Kasra Ghazi Asgari.


Nel presentare il film, Naderi parte dalla sua infanzia in Iran.




Dopo la proiezione, Naderi commenta Magic Lantern e risponde alle domande del pubblico.
Molteplici gli appunti sulla storia del cinema per come ha influenzato il regista, sull'uso delle musiche, sull'evoluzione della sua arte dal periodo iraniano a quello internazionale, su Jacqueline Bisset.

Naderi commenta anche il documentario "About Monte" rispondendo all'autore Luca Chiaudano.




Qui Naderi spiega il lato autobiografico dei suoi personaggi, come Amiru de "Il corridore"  e racconta la sua attività di uomo di cinema a 360 gradi. Elenca poi una serie (sorprendente!) di registi italiani che ama.





Infine, il regista riconosce un debito e ammette la sua (presunta) inferiorità nei confronti di altri Maestri del cinema iraniano





giovedì 20 giugno 2019

Raccolta registrazioni audio di mie introduzioni e commenti a film iraniani

Ho raccolto in un canale Youtube di recente creazione, cui ho dato lo stesso nome del blog e della pagina Facebook e in cui sto caricando anche altro materiale, tutti gli audio dei miei interventi a tema cinema iraniano che sono riuscito a trovare. Sono stati registrati nel corso di una decina d'anni al Cineforum del Circolo di Milano, grazie alla passione e alla costanza del fondatore Marcello Perucca, che li ha poi caricati sul sito web del Cineforum. Li riporto in questo post. Sono sempre in due parti: un'introduzione al film e un commento dopo la proiezione
Da quando esiste il blog ho avuto il piacere di intervenire anche altrove, ma che io sappia non esistono testimonianze registrate. 
Ecco dunque i miei interventi, in ordine cronologico.




Rassegna "Il velo sullo schermo", 2009. Qui il quaderno della rassegna.

Il tempo dei cavalli ubriachi, di Bahman Ghobadi.




Oro rosso, di Jafar Panahi





Rassegna "Un incontro di civiltà", 2010. Qui il quaderno.

Persepolis, di Majanne Satrapi e Vincent Paronnaud





Rassegna "In nome del popolo sovrano", 2016. Qui il quaderno

Alle cinque della sera, di Samira Makhmalbaf








About Elly, di Asghar Farhadi, proiezione singola, 2017





Rassegna "L'Iran che cambia", 2018. Qui il quaderno.

Pane e fiore, di Mohsen Makhmalbaf




Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami




Una separazione, di Asghar Farhadi





Taxi Teheran, di Jafar Panahi






Oro rosso, di Jafar Panahi. Con interventi di Cristina Bianciardi.