martedì 2 giugno 2020

Videointervista: I Makhmalbaf

I Makhmalbaf: l'avventurosa storia di una famiglia di cineasti

Una videointervista di Antonello Sacchetti.



domenica 10 maggio 2020

Intervista a Elisabetta Colla - Taxidrivers.it

La rivista Taxidrivers ha da poco pubblicato un dossier di ben venti pagine sul cinema iraniano, disponibile gratuitamente a questo indirizzo: 

Qui invece l'editoriale:


Abbiamo intervistato Elisabetta Colla, che ha curato la direzione artistica dello speciale insieme al direttore di Taxidrivers Vincenzo Patanè. Ringraziamo Elisabetta per le risposte, molto approfondite!



Cos’è Taxidrivers? Ci puoi descrivere la rivista?

Taxidrivers.it è una rivista indipendente di cinema dal 2006. Da sempre specializzata in cinema d’autore, Taxidrivers.it promuove  il meglio del cinema italiano e internazionale, attraverso la copertura  giornalistica e le recensioni dei film in uscita e la partecipazione dei suoi collaboratori a kermesse cinematografiche e importanti Festival internazionali come  Cannes,  Berlino, la Mostra del Cinema di Venezia, il Festival di Locarno,  il Torino Film Festival, la Festa del Cinema di Roma e altre importanti manifestazioni di cinema,  rispetto alle quali svolge una copertura giornalistica quanto più possibile attenta e completa, con recensioni, dossier ed interviste ai più interessanti registi del momento. Fra le altre attività, Taxidrivers.it realizza periodicamente alcuni dossier monografici su temi di attualità cinematografica e sociale.  


Perché un dossier sul cinema iraniano e in che senso “Pulsante e resistente”?

I motivi per i quali abbiamo deciso di incentrare questo dossier sul cinema iraniano sono vari: innanzitutto perché, come abbiamo scritto nel titolo dell’editoriale, si tratta di un ‘cinema pulsante e resistente’, vitalissimo, che ha resistito a regimi conservatori e retrivi, laici e religiosi, che hanno cercato in tutti i modi di censurarlo, prima e dopo la rivoluzione e, purtroppo, anche oggi. Infatti, e questa è l’altra forte motivazione del nostro focus su cinema e Iran, il regista Mohammad Rasoulof, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 2020, con il film “There is no evil”, è stato condannato dalla corte rivoluzionaria iraniana a un anno di prigione, al divieto di lavorare come regista per due anni per ‘propaganda contro il governo’ ed all’impossibilità per due anni di uscire dal paese o partecipare a qualsiasi attività sociale o politica. Proprio al regista Rasoulof, Taxidrivers.it ha voluto dedicare la copertina del dossier e, con lui, a tutti coloro che lottano contro le censure in nome dell’arte e della libertà di espressione.


In poche parole, come cambia il cinema iraniano dagli anni 70 a oggi, passando per il periodo di Kiarostami e Makhmalbaf?


Difficile rispondere in poche parole a una domanda così importante, senza rischiare la banalizzazione, poiché il cinema iraniano autoriale ha vissuto molte vite, epoche e stagioni, attraversando diversi stili narrativi ed estetici e trasmettendo messaggi sociali e politici con strumenti e voci differenti, in costante evoluzione. Si potrebbe dire che dopo la ricerca di proprie vie espressive iniziata già prima degli anni 70, nel decennio tra il 1969 e il 1979 (la cosiddetta prima nouvelle vague), il cinema iraniano dà avvio a sperimentazioni autoriali, con la ricerca di elementi visivi e descrittivi che definiscano uno stile indipendente e non conformista, poi declinato in modi diversi dai vari cineasti, con ‘oggetti’ socialmente più vicini al sentire popolare. Alcuni autori - fra questi Amir Naderi - precorrono modalità stilistiche definite ‘neo-realiste’, quasi documentaristiche, con l’uso della camera fissa in ambito formale ed un simbolismo nascosto in storie apparentemente semplici, elementi che influenzeranno in seguito la poetica di Abbas Kiarostami, uno dei primi registi le cui opere verranno conosciute all’estero. Questa fase già evidenzia l’interesse della critica per un cinema originale e dalle caratteristiche inusuali - che rappresenta la minoranza dei film prodotti in Iran – volto a definire sempre meglio la propria identità nella seconda nouvelle vague, nata in epoca post rivoluzione islamica (in cui s’iniziano a restringere sempre più le libertà di espressione, a perseguitare i registi indipendenti e a censurarne le opere), quando già alcuni registi fuggono all’estero o rimangono fuori dal Paese. Pienamente rappresentative del periodo sono le opere di registi cult come Abbas Kiarostami - fra le altre “Dov’è la casa del mio amico?” (1987) e “Il palloncino bianco” (1995), da lui sceneggiato e primo film da regista di Jafar Panahi - segnate da un approccio sperimentale, neorealista e fortemente simbolico, anche a causa della censura già esercitata dal governo e dalle autorità religiose, che i registi utilizzano per parlare al mondo dei temi sociali e politici del Paese. Immagini simboliche veicolano problematiche sociali con la naïveté e l'immediatezza mutuate dall'infanzia: il cinema iraniano utilizza spesso come protagonisti i bambini, per superare le censure. In quest’epoca Rakhshan Banietemad è la prima regista iraniana a realizzare un film, con donne protagoniste e affrontando temi cari ai movimenti femministi: come altri cineasti, negli anni in cui la censura è stata più severa, la regista si dedica al documentario sociale. Altri registi, come Mohsen Makhmalbaf, da sempre in aperto contrasto con i vari regimi del Paese e varie volte condannato, produce film di aperta denuncia, che lo costringeranno all’esilio in Europa con la sua famiglia: la figlia Samira, classe  1980, già giovanissima diventa regista e porta i suoi film a Cannes. Dopo la caduta di Khomeini, ai regimi più rigidi si alternano quelli cosiddetti ‘riformisti’, che propongono alcune aperture, in alcuni casi funzionali o frutto di ambivalenze politiche; inoltre l’avvento di Internet rende possibile e velocizza la diffusione di film che prima riuscivano comunque ad uscire dal paese ma con maggiori rischi e difficoltà. Basti pensare alle geniali soluzioni trovate da autori come Jafar Panahi, nell’esportare clandestinamente dall’Iran con un hard disk nascosto all’interno di una torta “This is not a film”, per presentarlo al Festival di Cannes nel 2011, o nel realizzare “Taxi Teheran” o “Tre volti”, opere significative e bellissime, girate comunque di nascosto e con il solo utilizzo di una macchina, un cellulare e una videocamera. Ma ancor oggi è sempre molto difficile e frustrante per i cineasti iraniani girare, avere fondi, trovare distribuzioni, farsi conoscere internazionalmente, aggirare le censure e le pastoie della burocrazia, sostenere pressioni, minacce e boicottaggi sempre possibili, per non parlare degli arresti, multe e divieti comminati. Nuove generazioni di cineasti incarnano quella che parte della letteratura chiama la terza nouvelle vague, legata a nomi come Asghar Farhadi (“Una separazione”, “Il cliente”) con opere di tipo nuovo, su temi relativi alla famiglia, ai rapporti uomo donna, anche di grande attualità (separazione, divorzio, affidamento dei figli, tradizionalismo versus modernità), Bahman Ghobadi (“I gatti persiani”), che porta sullo schermo la ribellione e le difficoltà dei giovani artisti che vogliono esprimersi, viaggiare, cogliere al volo opportunità e non ottengono permessi né documenti se non eludendo le vie legali, o Marjane Satrapi (nata come illustratrice) che realizza la graphic novel autobiografica “Persepolis” divenuta famosa nel mondo: a causa del grande successo ottenuto in patria e all’estero, del contenuto in certi casi meno esplicito o per motivi di opportunismo politico, queste opere e i loro autori sono ammessi a viaggiare, vincono premi (anche l’Oscar come Farhadi) e partecipano ai Festival. Naturalmente c’è poi tutta la questione delle sanzioni USA e del ‘travel ban’ di Trump, che rendono la vita impossibile all’industria cinematografica iraniana (e non solo) e alla sua distribuzione, ma questa è una storia che meriterebbe più tempo. Il cinema iraniano, comunque, nonostante quanto detto sopra e benché autori indipendenti stiano boicottando il Fajr, Festival Cinematografico Internazionale di Teheran, perché ormai manovrato ed asservito, benché lavorare nella settima arte sia quasi uno ‘schivare colpi’, non si è mai fermato di fronte alle continue, enormi difficoltà, e i tantissimi giovani e talentuosi autori, donne e uomini, che scrivono e dirigono film per raccontare l’Iran, lo dimostra.


Il palloncino bianco


Nello speciale trattate sia degli autori rimasti in Iran, sia di coloro che realizzano film sull’Iran all’estero, a volte in esilio ma non sempre.  Pensate che facciano parte della stessa comunità?

Credo che solo gli iraniani rimasti in Iran possano a buon diritto rispondere a questa domanda ma azzarderei che, secondo noi, tutti gli autori che non hanno mai abbandonato ‘affettivamente’ il Paese, nel senso profondo legato al concetto tedesco di heimat, pur vivendo altrove per motivi diversi, e ne continuano a promuovere la parte più originale e indipendente della cultura e dell’arte, lottando attraverso le proprie opere contro il bieco conservatorismo e l’omologazione sociale e politica, realizzando incontri ed esponendosi a manifestazioni pubbliche e Festival in favore della libertà di espressione, anche a sostegno degli artisti rimasti in patria e perseguitati, possono essere considerati in un certo senso parte di una stessa comunità ‘ideale’, pur vivendo, di fatto, in dimensioni politiche, geografiche e storico-sociali talvolta completamente diverse.


Ampio spazio è dedicato alle autrici, al cinema al femminile. Perché questa scelta?

Le donne in Iran, nonostante gli stereotipi e le reali difficoltà incontrate, sono da sempre state volano di cambiamento e rivestono un ruolo importante nella società e nella cultura del Paese. Spesso i regimi al potere, in particolare quelli teocratici, hanno cercato di umiliarne la dignità e negarne i diritti, impedendo loro di muoversi liberamente, di svolgere lavori intellettuali (e non solo), di scegliere quando e con chi sposarsi, e volendole sottomesse a padri e mariti, ma la loro capacità di resistenza ed il desiderio di emancipazione hanno dato vita a molti movimenti di attiviste ed artiste, fra cui numerose cineaste, che hanno raccontato la condizione e le aspirazioni delle donne iraniane, contribuendo ai piccoli grandi passi fatti in Iran a favore della emancipazione. Per questo, nel dossier, abbiamo voluto dare ampio spazio alle registe e cineaste donne, che sono molte e decisamente interessanti, pur appartenendo a generazioni diverse, valorizzandole e parlando dei loro film, dei temi affrontati e dei differenti stili estetici e narrativi. Con grande lentezza il Paese ha aperto spazi alle donne (più formali che effettivi), ad esempio con l’elezione in Parlamento nel 2017 di 17 donne o con la possibilità di partecipare ad eventi sportivi (pur separate dagli uomini, pensiamo al film “Offside”, di Jafar Panahi, dove alcune giovani tifose si travestono da uomini per entrare allo stadio, come estrema istanza di libertà) e si moltiplicano le registe iraniane che esportano ai Festival Internazionali film raffinati e indipendenti, che esprimono aspirazioni femminili moderne e raccontano spaccati sociali in evoluzione. Fra le cineaste ‘senior’ che hanno girato veri e propri capolavori, si annoverano, com’è noto, Rakhshan Banietemad, nata negli anni Cinquanta, cantastorie dei miseri, che in “Nargess” affronta il tema dei rapporti uomo-donna e Shirin Neshat, fotografa, videoartista e regista iraniana, formatasi negli Stati Uniti, vincitrice, nel 2009, del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia con il film “Donne senza uomini”, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile.  Seguono, per citare le più note, Marjane Satrapi, giunta al successo con la graphic novel autobiografica “Persepolis”, poi divenuta film; Samira Makhmalbaf, figlia del noto regista Mohsen Makhmalbaf, regista di “Lavagne”; Ana Lily Amirpour che realizza un originale film di genere horror western, “A Girl Walks Home Alone at Night”; Ida Panahandeh, la giovane e coraggiosa regista selezionata a Cannes 2015 con il film “Nahid”, la cui protagonista vive un dramma moderno, fra amore materno, passione per un uomo e leggi ingiuste. Se ne potrebbero citare molte altre: buona parte del dossier è dedicata a tutte loro.



domenica 12 aprile 2020

Ricerca 1 (Amir Naderi, 1980)




Il concetto di "attesa" (in persiano: entezar), centrale nell'Islam sciita in relazione al ritorno dell'Imam scomparso, ricorre nella prima parte della filmografia di Amir Naderi, che realizza anche un mediomedraggio con lo stesso titolo. 
In corrispondenza di due eventi traumatici ed epocali per l'Iran, come la Rivoluzione e la guerra "imposta" dall'aggressione irachena, per il regista l'attesa si declina nella ricerca delle persone che mancano all'appello e di cui si teme un destino tragico o, in altri termini, il martirio. Nascono così i documentari gemelli "Ricerca 1" (Jostoju 1) e "Ricerca 2".

Per "Ricerca 1" Naderi intervista - senza commentare - i parenti delle persone, per lo più ragazzini, che si sono unite ai rivoluzionari e non sono mai tornate indietro. Ma anche addetti del cimitero Behesht-e Zahra di Teheran, personale dell'obitorio, autisti delle ambulanze e dei camion dei rifiuti, e testimoni oculari dell'occorso.
Con un montaggio che spesso spezza il ritmo, influenzato dal cinema sovietico, inquadrature dei manifesti che annunciano le sparizioni sono alternate ai volti traumatizzati e alle voci dolorose dei parenti, e a lunghe sequenze senza parole,  che includono filmati di repertorio delle manifestazioni oceaniche del 1978.

Nell'ultima parte, mentre i testimoni raccontano in maniera sempre più incontrovertibile l'orrore, in un crescendo drammatico le immagini si fanno mute, rarefatte, e il paesaggio spoglio, in corrispondenza dei luoghi in cui le guardie dello scià, dopo il massacro del "venerdì nero" dell'8 settembre '78, hanno ammassato migliaia di cadaveri, gettati in un lago salato o sepolti in una discarica insieme ai feriti agonizzanti. Senza indugi morbosi sulle salme, immagini di rara potenza - di un vecchio solitario che si appoggia a un bastone, di un ragazzo lungo i binari del treno, o di animali in un paesaggio desertico - e il sonoro in primo piano, anticipano lo stile generale e persino determinate sequenze de "Il corridore" e di "Acqua, vento e sabbia".




Prodotto da un canale televisivo, "Ricerca 1" viene bloccato dalla censura per più di dieci anni, poiché immortala unicamente la repressione e non celebra l'epopea rivoluzionaria. Viene trasmesso nel 1991, dopo che i fatti mostrati sono deliberatamente retrodatati a prima della Rivoluzione.

Invece, dal canto nostro siamo ancora alla ricerca di "Ricerca 2", attualmente introvabile.




















Videointervista di Antonello Sacchetti

Ho avuto il piacere e l'onore di essere intervistato da Antonello Sacchetti, giornalista esperto di Iran, direttore di Diruz.
Ecco il video dell'intervista.



martedì 17 marzo 2020

Videointervista: Abbas Gharib, autore di "Caro Abbas Kiarostami, perché il cinema?"



Tante cose che non sapevamo su Kiarostami. Ce le ha raccontate Abbas Gharib, architetto, suo amico di vecchia data, autore del libro "Caro Abbas Kiarostami, perché il cinema?".

Il volume ripercorre dettagliatamente il workshop organizzato a Verona nel marzo 2015 dalla Tenstar Communiy, movimento culturale che negli anni ha dato voce a importanti artisti di diversa estrazione. Questa la pagina Facebook cui è possibile seguire l'attività della community:

Il resoconto è corredato da un ampio apparato fotografico e da utilissime notazioni, che aiutano a inquadrare i tanti aspetti socio-culturali e multidisciplinari toccati da Kiarostami e dagli altri ospiti, tra cui William Shimell, il protagonista di "Copia conforme"

Per acquistare il libro, occorre scrivere a s.gharib@studiogharib.net 
Prezzo 25 € spese di spedizione incluse per il territorio nazionale. 

Il maestro Abbas Gharib ci ha gentilmente concesso questa videointervista.












mercoledì 4 marzo 2020

Rasoulof convocato in carcere, si appella al coronavirus


Brutte notizie per Mohammad Rasoulof. Il regista che ha appena vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino è stato convocato per scontare una pena detentiva di un anno, secondo quanto riportato oggi dal suo avvocato ad Associates Press.
La condanna è per tre film accusati di essere "propaganda contro il sistema". La sentenza includeva anche l'ordine di interrompere l'attività di regista per due anni.
Rasoulof farà ricorso, appellandosi al focolaio di coronavirus in corso in Iran. Le autorità hanno già rilasciato 54.000 prigionieri in via temporanea per preoccupazioni riguardo alla diffusione del virus nel sistema carcerario del Paese.
Non vi sono state notizie immediate da parte dei media statali sulla convocazione di Rasoulof, né commenti da parte di funzionari giudiziari

sabato 29 febbraio 2020

There Is No Evil (Mohammad Rasoulof, 2020)

“In quanto esseri umani, in che misura dobbiamo essere ritenuti responsabili del nostro adempimento agli ordini? Qual è la nostra responsabilità morale?” 
Mohammad Rasoulof



Appare improvviso all'ultimo giorno di Concorso il film che potrebbe vincere la Berlinale. A dirigerlo è Mohammad Rasoulof, uno dei registi più perseguitati dal governo iraniano, infatti tutti i suoi sette film sono stati vittima della censura. Nel 2010 è stato arrestato sul set mentre lavorava al fianco di Jafar Panahi e condannato a un anno di prigione. Non è agli arresti, come molta stampa ha scritto, ma dal 2017 gli è stato ritirato il passaporto e ufficialmente gli è vietato lasciare l'Iran, proprio per questo non è qui a Berlino a presentare il suo film. I suoi produttori, presenti in terra tedesca, sostengono che stia bene e sia sereno, sicuro della scelta di non piegarsi alla censura governativa.

Come ha raccontato Rasoulof in un'intervista, il film non è stato girato in segreto ma le autorità gli hanno reso la vita più difficile, non dando permessi e creando difficoltà ogni volta. Quella del film, ha sostenuto il regista, è stata una lavorazione estremamente complessa e angosciante, ma fortunatamente portata a termine. In Iran, come tutti sappiamo, è un periodo di revanche conservatrice e il suo impatto sul cinema è  evidente: da Panahi allo stesso Rasoulof il cinema indipendente non finanziato dal governo sta diventando sempre più ridotto. La pressione governativa ha spostato molti registi ai margini, ed è quasi impossibile che Rasoulof dopo un film così politico possa tornare nel panorama ufficiale del cinema iraniano.

Passiamo a "There Is No Evil" (Sheytan vojud nadarad) che lungo l'arco di due ore e mezza ci presenta quattro racconti morali apparentemente separati ma che dialogano tra loro, non vi diciamo come perché è molto interessante scoprirlo da soli. Nelle quattro storie i personaggi, tutti legati a doppio filo, vivono interrogandosi sulla loro posizione all'interno di un regime, se opporsi o esserne in qualche modo complici. Il primo racconto ha per protagonista Heshmat, un marito e un padre esemplare, che vediamo durante la sua vita famigliare con qualcosa nel volto di molto preoccupante; la seconda storia invece riguarda Pouya, un soldato di leva a cui viene chiesto di eseguire un'esecuzione, ma non lui può neanche immaginare di uccidere un altro uomo; Javad, anche lui un militare, è il protagonista del terzo racconto, lo vediamo che torna dalla fidanzata Nana il giorno del compleanno, ma ci saranno delle sorprese in quei giorni; il quarto episodio vede Bahram, un medico che non è in grado di esercitare la professione e vive da emarginato sulle montagne, ora riceve la visita della nipote a cui deve confidare un segreto.



Le quattro storie affrontano tutte il tema della pena di morte ma vanno anche molto oltre, Rasoulof si interroga su come le regole autocratiche modificano le persone fino a farne ingranaggi della macchina autoritaria e incentra il film su come cittadini responsabili abbiano una possibilità di scelta quando gli viene chiesto di eseguire ordini disumani. Il film tocca temi fortissimi come la responsabilità individuale e le scelte di disobbedienza/resistenza e ragiona sul prezzo da pagare per questo. Il regista iraniano ci racconta queste vicende dure con un cinema che ricorda più Yilmaz Güney (il grande regista curdo di “La rivolta” e “Yol”, imprigionato in Turchia per anni per le sue posizioni contro il regime) che i grandi autori iraniani. 
Rasoulof fa un film dove il conflitto con lo Stato è evidente ma lavora molto sui personaggi, sulle scelte e sui loro tormenti interiori, e qui colpisce davvero nel segno. I quattro protagonisti sono personaggi che nascondono qualcosa agli altri, che possono entrare in crisi proprio perché entra in gioco il contrasto tra la propria morale e il proprio dovere. I personaggi appaiono veri e sembrano soffocare negli interni di un auto, in un carcere, o in una casa di montagna. C’è sempre un macigno del passato che contamina i luoghi dove vivono le loro vite incerte. Questi scheletri del passato e la costruzione narrativa con colpi di scena improvvisi e molto personali ricorda un po' il cinema di Asghar Farhadi, come anche gli epiloghi spesso devastanti ma aperti. Infatti le storie sono lineari e semplici ma proprio coi loro finali bruscamente interrotti invita noi spettatori a collegarle agli episodi successivi, a cercarne legami anche nel tempo e a immaginare così come i protagonisti possano affermare la propria libertà anche in situazioni così difficili.

“There Is No Evil” è un gran film politico sulle scelte e sulle conseguenze delle proprie decisioni, ovviamente ci porta a pensare alla situazione dell'Iran attuale ma sono ragionamenti validi per tutti gli esseri umani, sia in regimi autoritari che in democrazia. Ogni giorno abbiamo la facoltà di dire no anche se le conseguenze da sostenere sono faticose. Proprio per queste ragioni crediamo che il film possa meritare premi in questa Berlinale. Lo crediamo anche perché Rasoulof è un regista che ha spesso ottenuto consensi per i suoi film politicamente impegnati, in particolare “Goodbye”, “Manuscripts Don’t Burn” e “A Man Of Integrity” che hanno ottenuto premi a Un Certain Regard di Cannes nel 2011, 2013 e 2017.

Notizia positiva per chiudere, il film è stato acquistato da Satine, un distributore italiano, perciò speriamo di vederlo prestissimo nelle sale del nostro paese.


Recensione da Berlino di Claudio Casazza, che ringraziamo immensamente.

martedì 25 febbraio 2020

Mohammad Rasoulof sul nuovo film “There Is No Evil”

La rivista Variety ha interepellato il regista. Qui l'intervista completa in inglese:




L'autore iraniano Mohammad Rasoulof, il cui sesto lungometraggio “There Is No Evil” è in competizione alla Berlinale, è uno dei registi più importanti del suo paese, anche se nessuno dei suoi film è stato proiettato in Iran, dove sono stati banditi. Nel 2011, l'anno in cui ha vinto due premi a Cannes con "Goodbye", Rasoulof è stato condannato con il collega regista Jafar Panahi a sei anni di prigione e a un divieto di 20 anni di fare il regista, per presunta propaganda anti-regime. La sua pena è stata successivamente sospesa ed è stato rilasciato su cauzione. Nel 2017 le autorità iraniane hanno confiscato il passaporto di Rasoulof al suo ritorno dal Telluride Film Festival dove era stato proiettato il suo "A Man of Integrity", sulla corruzione e l'ingiustizia in Iran. Rasoulof non sarà in grado di presenziare a Berlino.


"There Is no Evil" è costituito da quattro episodi collegati e, per dirla in modo semplicistico, si occupa della pena di morte in Iran. Sei d'accordo?

I quattro episodi del film affrontano la pena di morte, ma vanno oltre. Riguardano più in generale la disobbedienza, e la domanda: quando resisti a un sistema - quando resisti a un potere - qual è la responsabilità che ti assumi? Ti prendi la responsabilità della tua stessa resistenza, per aver detto di no? E qual è il prezzo che devi pagare per questo? Se prendo il mio esempio, posso dire che resistendo ... mi sono privato di molti aspetti della vita, ma sono contento di resistere all'assurdo ed eccessivo sistema di censura con cui conviviamo.


Quanto è stato difficile realizzare il film?

Non mi è vietato lavorare. Il problema è che loro [le autorità] sono troppo perverse per dirlo in modo così semplice. Non è che ti vietino; è che ti rendono la vita più dura ogni volta, non dando permessi e così non lasciandoti lavorare. È un sistema molto complesso. 
In termini di effettiva difficoltà, non ho modo di illustrare o spiegare la lotta che abbiamo dovuto affrontare per realizzarlo. Prima di iniziare le riprese ho ricevuto la mia [ultima] sentenza detentiva. E così, durante tutta la lavorazione, stavo aspettando le ultime informazioni dalla corte d'appello, perché speravo di vederla cambiare. Ogni mattina controllavo il telefono per vedere se sarei stato in grado di terminare le riprese di questo progetto... È stato estremamente difficile, estremamente angosciante, ma fortunatamente sono stato in grado di farcela.
Durante l'ultima settimana di riprese, mentre giravo l'ultimo dei quattro segmenti di questo film, ho ricevuto un messaggio che mi informava che l'appello confermava la sentenza, quindi ora sono condannato a un ulteriore anno di prigione. Sto ancora controllando il telefono, aspettando un altro messaggio per sapere in quale momento verrà eseguita la condanna.



Ti è ancora proibito viaggiare?

La corte ha stabilito un divieto di viaggio di due anni. Sfortunatamente, non è mai stato chiarito se il periodo di due anni inizia dalla data del verdetto nel luglio 2019 o dal momento in cui mi è stato impedito di lasciare il paese, quando sono tornato in Iran per l'ultima volta a settembre 2017. L'imposizione di tali restrizioni rivela chiaramente la natura intollerante e dispotica del governo iraniano.


Il film è stato menzionato dalla stampa iraniana quando è stato selezionato per il concorso della Berlinale?

Un paio di piccole menzioni ... Un conservatore ha esternato che Berlino non è un festival così grande, quindi non è un grosso problema. Questo è tutto. Non ho avuto alcuna reazione da parte delle autorità, ma me le aspetto.


In che modo le tensioni con Trump influenzano i registi in Iran?

C'è un contraccolpo conservatore e il suo impatto sul cinema è molto evidente. Di recente al Fajr Film Festival [a Teheran] la metà dei film presentati è stata interamente finanziata dal potere, dal governo. Più specificamente, [dall'] investimento militare che c'è dietro questo fondo... Quindi la comunità cinematografica indipendente sta diventando sempre più piccola. E la pressione che sente indica che esiste un piano specifico da parte delle forze di sicurezza e militari in Iran per usare il cinema come loro strumento.


E la tua vita da regista. L'attuale clima in Iran rende le cose più difficili per te?

Mi sta spingendo sempre più verso i margini e non mi dà altra scelta che lavorare sotto copertura e ufficiosamente. Non vedo alcuna possibilità per me di tornare nel panorama ufficiale del cinema iraniano. La perversità del sistema è che non hai via d'uscita. Qualsiasi regista indipendente, anche se si considera molto sovversivo, non ha altra scelta se non quella di lavorare su progetti finanziati da questo istituto militare e di sicurezza. Se vuoi far parte del sistema devi lavorare sui loro progetti.

lunedì 10 febbraio 2020

Sotto gli ulivi (Abbas Kiarostami, 1994)



Chiude la trilogia di Koker, composta da "Dov'è la casa del mio amico" e "E la vita continua", quello che è il primo film prodotto direttamente da Abbas Kiarosami (che cura anche sceneggiatura e montaggio), dopo il divorzio dall'istituto pedagogico Kanun.
Inventando una nuova storia, nata nel corso della lavorazione del film precedente, "Sotto gli ulivi" (Zire darakhatan zeyton) offre al regista l'occasione per una riflessione metacinematografica (approccio assente nella prima bozza della sceneggiatura) e, volendo, costituisce anche un dittico con un film esterno alla trilogia come "Close-Up".
Ma è anche il film di Kiarostami che più si avvicina a una storia d'amore, per quanto atipica, nata sulle macerie del terremoto che ha sconvolto la zona, e durante le riprese di un film. Hossein e Tahareh, marito e moglie nella 'finzione', nella 'realtà' diventano un tenero corteggiatore e una corteggiata che respinge, silente, la sua proposta di matrimonio, anche per la contrarietà della nonna - unica superstite del sisma nella famiglia della ragazza - che gli contesta l'analfabetismo e la povertà.

"Sotto gli ulivi" inizia autodenunciandosi come finzione, con il celebre (in patria) attore Mohamad Ali Keshavarz* che, guardando direttamente la macchina da presa, si presenta con nome, cognome e ruolo all'interno del film: interpreta il regista di "E la vita continua" e sta svolgendo il casting delle attrici. La prima sequenza doveva chiarire ogni equivoco: il film è una ricostruzione del set, non il set stesso. Per questa ragione nelle lavagne del ciak c'era sempre scritto "Sotto gli ulivi" e non "E la vita continua". Per lo stesso motivo la voce radiofonica che sentiamo nell'auto parla di 1993, il periodo in cui abbiamo girato "Sotto gli ulivi". Dopotutto, il bello di questa pellicola è che ogni riferimento temporale perde la sua definizione.**






La continuità della prolusione di Keshavarz è interrotta da un'aspirante attrice, ed è un primo disturbo brechtiano alla linearità del racconto.
Comincia così un labirintico gioco di rimandi tra realtà e rappresentazione. Come nota Dario Cecchi, c'è una scena nel cimitero del paesino dove, a un certo punto, il ragazzo va a 'intruppare' nella troupe che sta girando una scena e lì compare Kiarostami vero, non l'attore che fa il regista nel film. (...) In questo modo Kiarostami ragiona sulla forma-cinema e sul modo in cui il cinema afferra il tempo dell'esperienza umana e lo trasforma in qualcosa di ricco di senso.
Come nei migliori film iraniani, il gioco intellettuale non è fine a se stesso, il corpo estraneo del cinema agisce sul microcosmo della realtà locale, interagendo con le umili esistenze di chi popola quella comunità. Rimangono impressi personaggi come il primo attore selezionato, incapace di parlare alle donne senza tartagliare. Si ripresentano riflessioni deliziose e un po' naive sul senso della settima arte e delle sue ricadute sulla vita quotidiana: il protagonista maschile recita per non fare più il manovale; la controparte femminile ha indossato il vestito buono, che però è inadatto per interpretare una contadina; perché poi recitare in un film che non passa in televisione?

Percorsa la consueta strada a zig-zag, simbolo della trilogia, il film approda al memorabile finale sulle note del Concerto per oboe di Domenico Cimarosa, in una delle sequenze più celebri dell'arte kiarostamiana. Il corteggiamento avrà avuto successo? La ripresa in campo lunghissimo, come nell'epilogo di "Close-Up", preserva l'intimità dei personaggi, osservati con uno sguardo etico e discreto, mentre lo scenario del verde uliveto sembra richiamare un biblico giardino dell'Eden abitato, dopo la distruzione, da novelli Adamo ed Eva.***




Per chi giunge alla visione di "Sotto gli ulivi" conoscendo il resto della trilogia, è una sorpresa rivedere, vivo e vegeto, Babak Ahmadpoor, cercato invano in "E la vita continua", dove invece già compariva il fratello Ahmad. Altri personaggi vengono nominati, se ne sente talvolta la voce, restano però fuori campo.
La location di Koker avrebbe dovuto essere utilizzata anche per un ulteriore spin-off, ma il progetto di un quarto film non è andato in porto.

Il futuro cineasta Jafar Panahi compare nel ruolo di se stesso: è il primo assistente alla regia.

Iscritto al concorso principale di Cannes, "Sotto gli ulivi" non ottiene premi, ma consolida la fama mondiale di Kiarostami. In Iran, invece, l'accoglienza è ancora tendenzialmente negativa, con rinnovate accuse al regista di fare sciacallaggio sul terremoto e di realizzare film ad uso dei festival occidentali. Finalmente, nel 2009 la rivista "Film" inserisce "Sotto gli ulivi" tra le migliori pellicole persiane di sempre. 
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Il film si può vedere, in edizione italiana, a questo link:
https://www.youtube.com/watch?v=KHCet8DCUKg


*Kiarostami non sarà però soddisfatto della scelta e per qualche tempo smetterà di lavorare con gli attori professionisti
**Parole del regista, contenute in "Kiarostami", a cura di Alberto Barbera e Elisa Resegotti
*** È la suggessiva interpretazione di Alberto Elena, dal suo "The Cinema of Abbas Kiarostami"

giovedì 23 gennaio 2020

Il Fajr cancella la cerimonia d'apertura, gli artisti si dividono



A seguito di una serie di boicottaggi annunciati dagli artisti, tra cui quello del veterano regista Masud Kimiai, il Fajr International Film Festival, la più importante kermesse cinematografica del paese, che si tiene annualmente a Teheran, ha annunciato l'annullamento della cerimonia di apertura prevista per il prossimo 1° febbraio. Come riporta il sito Al Monitor, la decisione è stata presa il 15 gennaio, ufficialmente in solidarietà con le famiglie delle 176 persone uccise dai missili che l'8 gennaio hanno abbattuto un aereo di linea ucraino.

Tra gli importanti attori che hanno anche deciso di boicottare il festival figura Payman Moaadi, il protagonista di "Una separazione". Altri nomi comprendono Pegah Ahangarani, Sara Bahrami, Maryam Bobani e Parastoo Golestani .

Varie compagnie teatrali internazionali, che avrebbero dovuto partecipare agli eventi collaterali del festival, si sono unite al boicottaggio [tra queste l'Odin Teatret di Eugenio Barba], così come altri artisti hanno preso iniziative analoghe.

Alcuni ambienti però hanno criticato duramente la scelta, come il giornale Kayhan, o l'attore Shahab Hosseini, il protagonista de "Il cliente", secondo cui il boicottaggio sta alimentando le divisioni nel paese.


Link all'articolo integrale in inglese:
https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/01/ranian-artists-boycott-fajr-festival.html#ixzz6BrYnWbdb


EDIT 139 artisti del cinema si sono schierati per il boicottaggio. Tra loro Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof e Ali Mosaffa. Intanto l'attrice Taraneh Alidusti è stata convocata in tribunale.
https://en.radiofarda.com/a/iran-s-annual-film-festival-on-verge-of-collapse-after-boycott-by-movie-stars/30392945.html?fbclid=IwAR2_mQAKO3yawpXQcedupDgsuDg4GTbKJKkBP4Dkwt3Ve5ujs8MODaO1VAo

mercoledì 1 gennaio 2020

SPECIALE: I migliori film iraniani del decennio

Abbiamo chiesto a una serie di esperti italiani e internazionali di scegliere i migliori film iraniani realizzati nel periodo 2010-2019 (calendario persiano: 1388-1398). È stato davvero un piacere e un onore ottenere risposte da Iran, Francia, Gran Bretagna, Usa, Canada, Italia!






L'indicazione di massima era di elencare una top-10 (o top-5), ma i singoli estensori avevano la massima libertà. Pochi hanno stilato una classifica, quasi tutti hanno preferito compilare un elenco, talvolta in ordine cronologico. Anche il blog ha seguito quest'ultimo criterio. Molti hanno incluso film di registi iraniani, realizzati però altrove. In ogni caso, un enorme grazie va a tutti i partecipanti!

Ben 78 titoli (!) sono stati scelti, in un decennio in cui la distribuzione italiana è stata piuttosto avara, avendo portato nei nostri schermi soltanto 11 pellicole. Pertanto, abbiamo un sacco di film da recuperare, oltre a rivedere il vincitore, prevedibile ma votato, incredibilmente, quasi all'unanimità: "Una separazione", di Asghar Farhadi, primo film iraniano nella storia ad aver conquistato il Premio Oscar. Tra i meglio piazzati, ci sono però delle sorprese...




LA CLASSIFICA

Ecco i film che hanno ottenuto almeno due preferenze:



Una separazione Asghar Farhadi 2011 15
24 Frames Abbas Kiarostami 2017 6
Il cliente Asghar Farhadi 2016 6
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016 5
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010 5
Fish & Cat Shahram Mokri 2013 5
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015 4
Tre volti Jafar Panahi 2018 4
Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011 3
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019 3
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013 3
Melbourne Nima Javidi 2014 3
Monte Amir Naderi 2016 3
Paternal House Kianoush Ayyari 2012 3
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011 3
A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011 2
Border Ali Abbasi 2018 2
Dressage Pooya Badkoobeh 2018 2
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011 2
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017 2
Malaria Parviz Shahbazi 2016 2
Mourning Morteza Farshbaf 2011 2
Orange Days Arash Lahooti 2018 2
Parviz Majid Barzegar 2012 2
Reza Alireza Motamedi 2018 2
Tales Rakhshan Banietemad 2014 2



I registi presenti con più film sono, a pari merito con tre titoli a testa: Jafar Panahi ("This Is Not a Film", "Taxi Teheran", "Tre volti", Abbas Kiarostami ("Copia conforme", "Qualcuno da amare", "24 Frames"), Mani Haghighi.("A Modest Reception" "A Dragon Arrives!", "Pig"), Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il passato", "Il cliente"), Reza Mirkarimi ("A Cube of Sugar", "Dokhtar", "Castle of Dreams").


Mani Haghighi



I PREFERITI DEI PARTECIPANTI

Cinema Iraniano blog

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
Melbourne Nima Javidi 2014
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Muhammad The Messenger of God Majid Majidi 2015
Night Shift Niki Karimi 2015
Writing on the City Keywan Karimi 2015
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Disappearance Ali Asgari 2017
Filmfarsi Ehsan Khoshbakht 2019



Houshang Golmakani (Iran). Giornalista, regista, fondatore della rivista "Film", decano della critica cinematografica iraniana

There are several very good movies have been made at past decade and is very difficult to select five films.
Difficult... difficult... difficult...
Forced... One film from each director:
Una separazione Asghar Farhadi 2011
A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
The Breath Narges Abyar 2016
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
By No Reason Abdolreza Kahani 2012
And many more...



Hossein Eidizadeh (Iran). Critico cinematografico, scrittore e consulente di festival. 

There Are Things You Don't Know Fardin Saheb-Zamani 2010
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Mourning Morteza Farshbaf 2011
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
The Last Step Ali Mosaffa 2012
Parviz Majid Barzegar 2012
A Modest Reception Mani Haghighi 2012
The Snow on the Pines Peyman Moaadi 2012
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
What's the Time in Your World? Safi Yazdanian 2014
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Lantouri Reza Dormishian 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Israfil Ida Panahandeh 2017
Redhead Karim Lakzadeh 2017
Invasion Shahram Mokri 2017
Reza Alireza Motamedi 2018



Babak Karimi in Fish & Cat


Bamchade Pourvali (Francia).Studioso e critico di cinema, direttore del sito www.irancinepanorama.fr/

Here is my Top 10 of best iranian films of the decade in a chronological way. I included two movies made outside of Iran ("Baba joon" in Israel and  "Red Rose" in Greece). I hope this is not an issue.
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
I Am Not Angry Reza Dormishian 2014
Red Rose Sepideh Farsi 2014
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Baba joon Yuval Delshad 2015
Malaria Parviz Shahbazi 2016
Il dubbio - Un caso di coscienza Vahid Jalilvand 2017
Hair Mahmoud Ghaffari 2017
Dokhtar Reza Mirkarimi 2017



Elio Ugenti (Italia). Dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre; autore del volume "Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine"

This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010



Minneapolis St Paul Iranian Film Festival (Usa)

Wow that is a difficult task as there are so many great Iranian films out there! Here are some popular picks:
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Il cliente Asghar Farhadi 2016
Pig Mani Haghighi 2018
Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011
Dressage Pooya Badkoobeh 2018

Dressage



IMVbox (Gran Bretagna). Piattaforma di distribuzione online di film iraniani in streaming

Facing Mirrors Negar Azarbayjani 2011
Here Without Me Bahram Tavakoli 2011
Mourning Morteza Farshbaf 2011
Tame As a Horse Abdolreza Kahani 2011
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Fish & Cat Shahram Mokri 2013
Ice Era Mostafa Kiaiee 2015
Binam Alley Hatef Alimardani 2016
Life + 1 Day Saeed Roustayi 2016
Subdued Hamid Nematollah 2017


Dario Cecchi (Italia) Docente all'Università La Sapienza di Roma, autore del volume "Abbas Kiarostami - Immaginare la vita"

Una separazione Asghar Farhadi 2011
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
The Grand Lady of Iran Mostafa Razzagh Karimi 2017
Tre volti Jafar Panahi 2018
Orange Days Arash Lahooti 2018



Massimo Causo (Italia). Critico e docente di cinema, curatore di voci sul cinema iraniano dell'Enciclopedia Treccani, coautore del volume "Il vento e la città - Il cinema di Amir Naderi"

Fuori quota
Cut Amir Naderi 2011
Monte Amir Naderi 2016
Qualcuno da amare Abbas Kiarostami 2012
24 Frames Abbas Kiarostami 2017

E quindi
Il cliente Asghar Farhadi 2016
The Hunter Rafi Pitts 2010
Tre volti Jafar Panahi 2018
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Taxi Teheran Jafar Panahi 2015
Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
Tales Rakhshan Banietemad 2014
Fish & Cat Shahram Mokri 2013

I 4 fuori quota perché nettamente al di sopra degli altri ma soprattutto perché realizzati fuori dall'Iran

Just 6.5


Farsi Cinema Center (Canada). Piattaforma con sede a Toronto per la diffusione e la coproduzione internazionale di film in lingua persiana

Just 6.5 Saeed Roustayi 2019
Dressage Pooya Badkoobeh 2018
Sheeple Houman Seyyedi 2018
Leakage Suzan Iravanian 2018
Una separazione Asghar Farhadi 2011
Gold and Copper Homayoun Assadian 2011
Orange Days Arash Lahooti 2018
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Rhino Season Bahman Ghobadi 2012
Camion Kambuzia Partovi 2018
Bomb: Love Story Peyman Moaadi 2018
and we could not give any ranking to these.



Ali Moosavi (Iran). Critico cinematografico ("Film", "Cine-Eye", "Film International") e documentarista televisivo. Ha contribuito al volume "The Directory of World Cinema: Iran"

In no particular order.
Una separazione Asghar Farhadi 2011
A Respectable Family Massoud Bakhshi 2012
My Name Is Negahdar Jamali and I Make Westerns Kamran Heidari 2012
Parviz Majid Barzegar 2012
Paternal House Kianoush Ayyari 2012
Manuscripts Don't Burn Mohammad Rasoulof 2013
Tales Rakhshan Banietemad 2014
Reza Alireza Motamedi 2018
Song of God Aref Mohammadi 2018
Son – Mother Mahnaz Mohammadi 2019



Ali Asgari (Iran). Regista e sceneggiatore.

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Border Ali Abbasi 2018
Il cliente Asghar Farhadi 2016
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Tre volti Jafar Panahi 2018
Castel of Dreams Reza Mirkarimi 2019



Taraneh Alidousti ne Il cliente



Farnoosh Samadi (Iran). Regista e sceneggiatrice.

Una separazione Asghar Farhadi 2011
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Border Ali Abbasi 2018
Il passato Asghar Farhadi 2013
A Dragon Arrives! Mani Haghighi 2016



Marco Dalla Gassa (Italia). Ricercatore all'Università Ca' Foscari di Venezia; autore del volume "Abbas Kiarostami".

non sono in ordine di preferenza.
Copia Conforme Abbas Kiarostami 2010
Una separazione Asghar Farhadi 2011
This Is Not a Film Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb 2011
Melbourne Nima Javidi 2014
Life May Be Mania Akbari, Mark Cousins 2014
Monte Amir Naderi 2016
A Girl Walks Home Alone at Night Ana Lily Amirpour 2016
24 Frames Abbas Kiarostami 2017
A Man of Integrity Mohammad Rasoulof 2017
Joy Sudabeh Mortezai 2018



Natalia Tornesello (Italia). Docente di lingua e letteratura persiana presso l'Università Orientale di Napoli. Autrice del volume "Il cinema persiano".

A Cube of Sugar Reza Mirkarimi 2011
Someone Wants To Talk With You Manouchehr Hadi 2011
Una separazione Asghar Farhadi 2011
All Alone Ehsan Abdipur 2013
Don't Be Tired! Mohsen Gharaie, Afshin Hashemi 2013
The Painting Pool Maziar Miri 2013
Il cliente Asghar Farhadi 2016
Malaria Parviz Shahbazi 2016



Malaria



Fulvio Capezzuoli (Italia). Collaboratore della Cineteca di Milano. Autore del volume "Il sapore della bellezza. Il cinema iraniano e la sua poesia"

Compito difficile quello di scegliere anche solo 5 buoni film iraniani del periodo 2010 2019.
Come senz’altro sai, è una cinematografia che, dopo i capolavori degli anni ’90 e inizio 2000, si è rinchiusa su se stessa, un po’ perché i grandi registi o sono andati a lavorare all’estero, o sono morti, un po’ perché i giovani non hanno saputo rinnovare il loro linguaggio.
Nei festival occidentali dove fino a 10 anni orsono il cinema iraniano faceva man bassa di premi, oggi è difficile trovare una pellicola proveniente da quel paese.
Comunque ti indico qui di seguito 5 titoli che ho faticato a mettere insieme e te li elenco in ordine di anno di produzione, perché non sono mai stato capace di creare ‘classifiche’ di film (è meglio Atalante di Vigo o Citizen Kane di Welles? Ma?)

 Facing Mirrors di Negar Azarbayjani - 2012

Una giovane regista che proviene dalla scuola del Kanoon e che affronta, per il suo primo lungometraggio, il tema dei transessuali e del rifiuto della società iraniana di accettare la loro ‘diversità’. Condotto come un film di Kiarostami, ha passaggi cinematografici molto interessanti, anche se si sente il modo acerbo che questa ragazza ha, nel condurre in porto la vicenda.
L’ho visto a Roma a una rassegna di cinema iraniano ma credo non sia mai stato distribuito in sala

Melbourne di Nima Javadi – 2014

Esordio di un film-maker che si riferisce spesso a Asghar Farhadi (l’attore protagonista ha interpretato tra l’altro un film di Farhadi) un po’ meno commerciale del suo riferimento, e con richiami continui al cinema occidentale, ma il tutto salvato da una sceneggiatura solidissima.
È stato distribuito in Italia.   

Paradise di Sina Ataeian Dena - 2015

Un premio minore al festival di Venezia del 2015 (credo Il premio Ecumenico) per un’opera che parte molto bene, analizzando i rapporti fra il jihab e un’insegnante progressista, costretta ad usarlo secondo le regole. Si perde un poco nel seguito con una storia fra il poliziesco e il sentimentale.
Non è arrivato da noi   

Monte di Amir Naderi – 2016

Girato in Italia da uno dei grandi maestri del cinema iraniano, assente dal suo paese ormai da più di trent’anni, narra una storia estrema, senza tempo e senza luogo di ambientazione, dove il protagonista ha le stesse caratteristiche di Amir, il bambino de Il corridore, o dell’immigrato di Manhattan by numbers,  e cioè la volontà di superare qualsiasi difficoltà pur di continuare a vivere Qui la difficoltà è il monte del titolo e l’ombra che proietta sul villaggio dove vive il protagonista. Gli anni sono trascorsi, ma Naderi è ancora in grado di trasmettere attraverso la forza delle immagini,  il suo messaggio positivo.     
Proiettato in Cineteca e in qualche altra sala d’essai

Tre volti di Jafar Panahi – 2018

Malgrado le difficoltà legate alla sua condanna, Panahi riesce a realizzare nel suo paese film che giungono poi, più o meno clandestinamente, in occidente dove vengono presentati e dove vincono festival internazionali (Berlino, Cannes) Questo è il migliore, perché lui cerca di ricreare, attraverso inquadrature libere, una storia di disperazione e di chiusura famigliare nei confronti di una ragazza. Non raggiunge i livelli delle sue opere ‘d’antan’, ma l’omaggio finale a Kiarostami, suo mentore e amico, è commovente.
Distribuito regolarmente in sala.



Tutti i conteggi si possono vedere a questo link.

Un grazie anche a Ehsan Khoshbakht, che ha fornito alcuni contatti.

Al prossimo speciale!