lunedì 10 febbraio 2020

Sotto gli ulivi (Abbas Kiarostami, 1994)



Chiude la trilogia di Koker, composta da "Dov'è la casa del mio amico" e "E la vita continua", quello che è il primo film prodotto direttamente da Abbas Kiarosami (che cura anche sceneggiatura e montaggio), dopo il divorzio dall'istituto pedagogico Kanun.
Inventando una nuova storia, nata nel corso della lavorazione del film precedente, "Sotto gli ulivi" (Zire darakhatan zeyton) offre al regista l'occasione per una riflessione metacinematografica (approccio assente nella prima bozza della sceneggiatura) e, volendo, costituisce anche un dittico con un film esterno alla trilogia come "Close-Up".
Ma è anche il film di Kiarostami che più si avvicina a una storia d'amore, per quanto atipica, nata sulle macerie del terremoto che ha sconvolto la zona, e durante le riprese di un film. Hossein e Tahareh, marito e moglie nella 'finzione', nella 'realtà' diventano un tenero corteggiatore e una corteggiata che respinge, silente, la sua proposta di matrimonio, anche per la contrarietà della nonna - unica superstite del sisma nella famiglia della ragazza - che gli contesta l'analfabetismo e la povertà.

"Sotto gli ulivi" inizia autodenunciandosi come finzione, con il celebre (in patria) attore Mohamad Ali Keshavarz* che, guardando direttamente la macchina da presa, si presenta con nome, cognome e ruolo all'interno del film: interpreta il regista di "E la vita continua" e sta svolgendo il casting delle attrici. La prima sequenza doveva chiarire ogni equivoco: il film è una ricostruzione del set, non il set stesso. Per questa ragione nelle lavagne del ciak c'era sempre scritto "Sotto gli ulivi" e non "E la vita continua". Per lo stesso motivo la voce radiofonica che sentiamo nell'auto parla di 1993, il periodo in cui abbiamo girato "Sotto gli ulivi". Dopotutto, il bello di questa pellicola è che ogni riferimento temporale perde la sua definizione.**






La continuità della prolusione di Keshavarz è interrotta da un'aspirante attrice, ed è un primo disturbo brechtiano alla linearità del racconto.
Comincia così un labirintico gioco di rimandi tra realtà e rappresentazione. Come nota Dario Cecchi, c'è una scena nel cimitero del paesino dove, a un certo punto, il ragazzo va a 'intruppare' nella troupe che sta girando una scena e lì compare Kiarostami vero, non l'attore che fa il regista nel film. (...) In questo modo Kiarostami ragiona sulla forma-cinema e sul modo in cui il cinema afferra il tempo dell'esperienza umana e lo trasforma in qualcosa di ricco di senso.
Come nei migliori film iraniani, il gioco intellettuale non è fine a se stesso, il corpo estraneo del cinema agisce sul microcosmo della realtà locale, interagendo con le umili esistenze di chi popola quella comunità. Rimangono impressi personaggi come il primo attore selezionato, incapace di parlare alle donne senza tartagliare. Si ripresentano riflessioni deliziose e un po' naive sul senso della settima arte e delle sue ricadute sulla vita quotidiana: il protagonista maschile recita per non fare più il manovale; la controparte femminile ha indossato il vestito buono, che però è inadatto per interpretare una contadina; perché poi recitare in un film che non passa in televisione?

Percorsa la consueta strada a zig-zag, simbolo della trilogia, il film approda al memorabile finale sulle note del Concerto per oboe di Domenico Cimarosa, in una delle sequenze più celebri dell'arte kiarostamiana. Il corteggiamento avrà avuto successo? La ripresa in campo lunghissimo, come nell'epilogo di "Close-Up", preserva l'intimità dei personaggi, osservati con uno sguardo etico e discreto, mentre lo scenario del verde uliveto sembra richiamare un biblico giardino dell'Eden abitato, dopo la distruzione, da novelli Adamo ed Eva.***




Per chi giunge alla visione di "Sotto gli ulivi" conoscendo il resto della trilogia, è una sorpresa rivedere, vivo e vegeto, Babak Ahmadpoor, cercato invano in "E la vita continua", dove invece già compariva il fratello Ahmad. Altri personaggi vengono nominati, se ne sente talvolta la voce, restano però fuori campo.
La location di Koker avrebbe dovuto essere utilizzata anche per un ulteriore spin-off, ma il progetto di un quarto film non è andato in porto.

Il futuro cineasta Jafar Panahi compare nel ruolo di se stesso: è il primo assistente alla regia.

Iscritto al concorso principale di Cannes, "Sotto gli ulivi" non ottiene premi, ma consolida la fama mondiale di Kiarostami. In Iran, invece, l'accoglienza è ancora tendenzialmente negativa, con rinnovate accuse al regista di fare sciacallaggio sul terremoto e di realizzare film ad uso dei festival occidentali. Finalmente, nel 2009 la rivista "Film" inserisce "Sotto gli ulivi" tra le migliori pellicole persiane di sempre. 
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Il film si può vedere, in edizione italiana, a questo link:
https://www.youtube.com/watch?v=KHCet8DCUKg


*Kiarostami non sarà però soddisfatto della scelta e per qualche tempo smetterà di lavorare con gli attori professionisti
**Parole del regista, contenute in "Kiarostami", a cura di Alberto Barbera e Elisa Resegotti
*** È la suggessiva interpretazione di Alberto Elena, dal suo "The Cinema of Abbas Kiarostami"