sabato 29 febbraio 2020

There Is No Evil (Mohammad Rasoulof, 2020)

“In quanto esseri umani, in che misura dobbiamo essere ritenuti responsabili del nostro adempimento agli ordini? Qual è la nostra responsabilità morale?” 
Mohammad Rasoulof



Appare improvviso all'ultimo giorno di Concorso il film che potrebbe vincere la Berlinale. A dirigerlo è Mohammad Rasoulof, uno dei registi più perseguitati dal governo iraniano, infatti tutti i suoi sette film sono stati vittima della censura. Nel 2010 è stato arrestato sul set mentre lavorava al fianco di Jafar Panahi e condannato a un anno di prigione. Non è agli arresti, come molta stampa ha scritto, ma dal 2017 gli è stato ritirato il passaporto e ufficialmente gli è vietato lasciare l'Iran, proprio per questo non è qui a Berlino a presentare il suo film. I suoi produttori, presenti in terra tedesca, sostengono che stia bene e sia sereno, sicuro della scelta di non piegarsi alla censura governativa.

Come ha raccontato Rasoulof in un'intervista, il film non è stato girato in segreto ma le autorità gli hanno reso la vita più difficile, non dando permessi e creando difficoltà ogni volta. Quella del film, ha sostenuto il regista, è stata una lavorazione estremamente complessa e angosciante, ma fortunatamente portata a termine. In Iran, come tutti sappiamo, è un periodo di revanche conservatrice e il suo impatto sul cinema è  evidente: da Panahi allo stesso Rasoulof il cinema indipendente non finanziato dal governo sta diventando sempre più ridotto. La pressione governativa ha spostato molti registi ai margini, ed è quasi impossibile che Rasoulof dopo un film così politico possa tornare nel panorama ufficiale del cinema iraniano.

Passiamo a "There Is No Evil" (Sheytan vojud nadarad) che lungo l'arco di due ore e mezza ci presenta quattro racconti morali apparentemente separati ma che dialogano tra loro, non vi diciamo come perché è molto interessante scoprirlo da soli. Nelle quattro storie i personaggi, tutti legati a doppio filo, vivono interrogandosi sulla loro posizione all'interno di un regime, se opporsi o esserne in qualche modo complici. Il primo racconto ha per protagonista Heshmat, un marito e un padre esemplare, che vediamo durante la sua vita famigliare con qualcosa nel volto di molto preoccupante; la seconda storia invece riguarda Pouya, un soldato di leva a cui viene chiesto di eseguire un'esecuzione, ma non lui può neanche immaginare di uccidere un altro uomo; Javad, anche lui un militare, è il protagonista del terzo racconto, lo vediamo che torna dalla fidanzata Nana il giorno del compleanno, ma ci saranno delle sorprese in quei giorni; il quarto episodio vede Bahram, un medico che non è in grado di esercitare la professione e vive da emarginato sulle montagne, ora riceve la visita della nipote a cui deve confidare un segreto.



Le quattro storie affrontano tutte il tema della pena di morte ma vanno anche molto oltre, Rasoulof si interroga su come le regole autocratiche modificano le persone fino a farne ingranaggi della macchina autoritaria e incentra il film su come cittadini responsabili abbiano una possibilità di scelta quando gli viene chiesto di eseguire ordini disumani. Il film tocca temi fortissimi come la responsabilità individuale e le scelte di disobbedienza/resistenza e ragiona sul prezzo da pagare per questo. Il regista iraniano ci racconta queste vicende dure con un cinema che ricorda più Yilmaz Güney (il grande regista curdo di “La rivolta” e “Yol”, imprigionato in Turchia per anni per le sue posizioni contro il regime) che i grandi autori iraniani. 
Rasoulof fa un film dove il conflitto con lo Stato è evidente ma lavora molto sui personaggi, sulle scelte e sui loro tormenti interiori, e qui colpisce davvero nel segno. I quattro protagonisti sono personaggi che nascondono qualcosa agli altri, che possono entrare in crisi proprio perché entra in gioco il contrasto tra la propria morale e il proprio dovere. I personaggi appaiono veri e sembrano soffocare negli interni di un auto, in un carcere, o in una casa di montagna. C’è sempre un macigno del passato che contamina i luoghi dove vivono le loro vite incerte. Questi scheletri del passato e la costruzione narrativa con colpi di scena improvvisi e molto personali ricorda un po' il cinema di Asghar Farhadi, come anche gli epiloghi spesso devastanti ma aperti. Infatti le storie sono lineari e semplici ma proprio coi loro finali bruscamente interrotti invita noi spettatori a collegarle agli episodi successivi, a cercarne legami anche nel tempo e a immaginare così come i protagonisti possano affermare la propria libertà anche in situazioni così difficili.

“There Is No Evil” è un gran film politico sulle scelte e sulle conseguenze delle proprie decisioni, ovviamente ci porta a pensare alla situazione dell'Iran attuale ma sono ragionamenti validi per tutti gli esseri umani, sia in regimi autoritari che in democrazia. Ogni giorno abbiamo la facoltà di dire no anche se le conseguenze da sostenere sono faticose. Proprio per queste ragioni crediamo che il film possa meritare premi in questa Berlinale. Lo crediamo anche perché Rasoulof è un regista che ha spesso ottenuto consensi per i suoi film politicamente impegnati, in particolare “Goodbye”, “Manuscripts Don’t Burn” e “A Man Of Integrity” che hanno ottenuto premi a Un Certain Regard di Cannes nel 2011, 2013 e 2017.

Notizia positiva per chiudere, il film è stato acquistato da Satine, un distributore italiano, perciò speriamo di vederlo prestissimo nelle sale del nostro paese.


Recensione da Berlino di Claudio Casazza, che ringraziamo immensamente.

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