venerdì 22 settembre 2023

Quattro registi iraniani in corsa per l'Oscar


Sono quattro i registi iraniani candidati all'Oscar per il miglior film internazionale.

Mentre l'Iran ha designato "The Night Watchman" di Reza Mirkarimi, altri registi persiani si contenderanno il premio.

L'Australia ha infatti candidato "Shayda" Noora Niasari,  con Zar Amir Ebrahimi, l'attrice di "Holy Spider".

Notizia recente è la scelta della Svezia: "Opponent" di Milad Alami, con Peyman Mooadi (nella foto), già protagonista di "Una separazione", primo film iraniano premiato con la prestigiosa statuetta.

Infine, A distanza di 25 anni dalla sua ultima presentazione il Tagikistan ritorna in corsa inviando come proprio rappresentante  "Melody" del regista iraniano Behrouz Sebt Rasoul.

martedì 5 settembre 2023

Tatami (Guy Nattiv, Zar Amir Ebrahimi, 2023)

In Orizzonti arriva il film co-diretto dall’iraniana Zar Amir Ebrahimi (l’attrice di Holy Spider) e l’israelinao Guy Nattiv. Diciamo subito che è uno dei film più apprezzati dal pubblico veneziano.

È la storia della judoka iraniana Leila (una pazzesca Arienne Mandi) e la sua allenatrice Maryam (la stessa Zar Amir Ebrahimi) che partecipano al campionato mondiale di judo a Tbilisi, intente a portare a casa la prima medaglia d’oro dell’Iran. A metà dei campionati le due donne ricevono però un ultimatum da parte della Repubblica Islamica, che ordina a Leila di fingere un infortunio e ritirarsi, per evitare di incontrare un'atleta israeliana, sarebbe un'onta per l'Iran e lei sarebbe bollata come traditrice dello Stato. Con la propria libertà e quella della sua famiglia in gioco, Leila si trova di fronte a una scelta impossibile: obbedire al regime iraniano, come la sua allenatrice Maryam le implora di fare, o continuare a combattere per l’oro? 

Sport e politica da sempre sono legati e spesso gli eventi sportivi vengono usati per dare lustro a un paese, il caso recente del calcio in Arabia Saudita è fin troppo evidente, ma ci sono stati centinaia di altri episodi, dai famosi boicottaggi americani e sovietici delle Olimpiadi fino a episodi più piccoli che hanno toccato diversi paesi. 
Tatami è il primo lungometraggio codiretto da una regista iraniana e da uno israeliano e ha il pregio di avere un valore politico chiaro, è una dichiarazione rivolta al mondo sulla libertà di un essere umano, ovviamente guarda alle migliaia di iraniani innocenti che stanno lottando per la propria libertà. Anche se basato su una storia vera il film ha il pregio di essere universale perché, come Leila, ci sono tantissimi altri atleti che hanno perso la opportunità sportiva della vita e sono stati talvolta costretti a lasciare il proprio Paese e i propri cari a causa del conflitto tra sistemi e governi. 

Tatami è un film commovente e angoscioso, dal punto di visto della messa in scena è girato in bianco/nero e 4:3 per rendere evidente la claustrofobia fisica e psicologica che subisce la giovane protagonista. I due registi realizzano una sorta di thriller emozionante e riescono benissimo a rappresentare l’angoscia di Leila e trasmetterla così a noi spettatori con una regia avvolgente che vuole farci entrare nel tatami con la giovane ragazza ma che allo stesso tempo ci allontana e allarga lo sguardo universalmente.

Tatami è sicuramente grido alla libertà molto apprezzato dal pubblico veneziano, ha ricevuto forse il più grande applauso della Mostra e si candida a premi importanti. È un film che auspica una pace evidentemente, vuole andare oltre le frenesie dell’odio cieco e della distruzione reciproca. Il film è stato acquistato per l’Italia da Bim e ci auguriamo venga presto visto anche dal pubblico italiano.

Claudio Casazza 



venerdì 1 settembre 2023

Anche Ali Asgari messo al bando

 

Ennesimo caso di restrizioni a un regista iraniano. Questa volta è toccato ad Ali Asgari, cineasta legato all'Italia, poiché ha studiato al DAMS di Roma Tre. Il prossimo ottobre uscirà nelle nostre sale per la prima volta un suo film, distribuito con il titolo di "Kafka a Teheran", che è proprio la pietra dello scandalo. L'opera è co-diretta da Alireza Khatami, che su Facebook ha commentato: "Non ci faremo silenziare".

Di seguito il dettaglio del provvedimento, come riportato da "Variety"



Al regista iraniano Ali Asgari , il cui ultimo film “ Versetti terrestri ” (co-diretto da Alireza Khatami) è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes, le autorità iraniane hanno vietato di lasciare il paese e di dirigere film fino a nuovo avviso.

Unico film iraniano presente nella selezione ufficiale di Cannes quest'anno, “Terrestrial Verses” ha ottenuto un caloroso riscontro di critica al festival, dove è stato proiettato nella sezione Un certain Regard, ed è stato venduto da Films Boutique in tutto il mondo. Ma quando Asgari è tornato in Iran dopo la prima, gli è stato confiscato il passaporto dalle autorità locali per impedirgli di partecipare ad altri festival internazionali. Nel tentativo di metterlo a tacere, il regime iraniano ha anche minacciato di mandarlo in prigione, come è successo ad altri registi iraniani schietti. Solo un paio di settimane fa, Saeed Roustae e il suo produttore sono stati condannati a sei mesi di prigione per aver proiettato il loro film “ Leila's Brothers ” allo scorso  Cannes e gli è stato anche vietato di fare film.




Aftab mishavad -The Sun Will Rise (Ayat Najafi, 2023)



Il film di apertura delle Giornate degli autori, sezione autonoma della Mostra del Cinema di Venezia, è l’iraniano "Aftab Mishavad," un film sicuramente interessante che merita un discorso approfondito. Siamo a Teheran nell’ottobre 2022, un gruppo teatrale sta provando la commedia greca "Lisistrata" di Aristofane. Durante una scena nella quale i vecchi stanno assaltando l'Acropoli conquistata dalle donne di Atene il gruppo di teatranti apprende di essere circondato dalle forze anti-sommossa che stanno marciando intorno all'edificio per sedare una grande manifestazione. Sono le proteste, quasi una rivolta, iniziate dopo la tragica morte di Mahsa Jina Amini avvenuta sotto la custodia della cosiddetta polizia morale.
È bene ricordare che "Lisistrata" è il primo testo oggi noto che tratti il tema dell'emancipazione femminile, non solo tramite il lamento patetico - a questo avevano già pensato le tragedie, una per tutte la "Medea" di Euripide - ma attraverso una collaborazione tra donne che appaiono consapevoli delle loro possibilità nell'imporre la propria volontà agli uomini. L'intento di Aristofane era rappresentare un 'mondo alla rovescia' dove il comando viene preso da chi di solito è sottomesso, con lo scopo di ottenere non la parità dei sessi (argomento ancora impensabile a quei tempi e in effetti non trattato nellìopera) ma la pace.

La scelta di questa commedia si lega al discorso che il regista iraniano vuole fare per tratteggiare l’Iran attuale. Infatti vediamo che nel film mentre il gruppo teatrale prova lo spettacolo la realtà irrompe prepotente. Il rumore della strada diventa quasi subito assordante e entra nelle prove dello spettacolo. Nella sala prove crescono paura e rabbia, e i giovani iniziano a interrogarsi. Alcuni preferiscono nascondersi, altri, guidati dall'attrice protagonista, vogliono scendere in strada e combattere a fianco delle persone che protestano. Nonostante i disaccordi, una cosa è chiara per tutti: il gruppo non vuole continuare a mettere in scena lo spettacolo durante questo tentativo di rivoluzione. Sono le attrici a prendere le decisioni, si ribaltano i ruoli e il regista viene messo in minoranza. Iniziano tutti a porsi interrogativi importanti: che senso ha fare teatro quando succede tutto ciò in strada? Protestare è più importante di un stupido spettacolo? Perché fare arte quando fuori tutto brucia?

L'ingresso improvviso di quattro sconosciuti dalla strada cambia ancora di più il discorso, trasporta la spaventosa realtà dell'esterno in questo ambiente chiuso e isolato. Il gruppo rimane nella sala prove per tutta la notte, tentando delle improvvisazioni sulla base delle storie che accadono fuori, usando i corpi e le abilità recitative come forme di disobbedienza civile.

Come dicevano inizialmente il film è molto interessante per questo dialogo che viene rappresentato e costruito, "Aftab Mishavad" è strutturato su quattro linee narrative: la commedia "Lisistrata", il documentario sulla creazione dello spettacolo, il dialogo tra attori e il regista, e la strada che prende il sopravvento su tutto il resto.
È bene ricordare che il film è stato girato in totale segretezza, per questa ragione i volti dei protagonisti non ci sono, ovviamente per tutelare l’identità delle persone ma anche per simboleggiare la censura sempre presente nel cinema iraniano. Il film è perciò un susseguirsi di piedi, corpi, nuche, ombre, quasi dei fantasmi che recitano e ragionano dentro questo momento storico così importante nella storia dell'Iran. Non tutto funziona perfettamente, a tratti si percepisce una costruzione eccessiva, ma "Aftab Mishavad" è film che fa pensare moltissimo e ha il merito di raccontare come l’Iran odierno e la sua giovane generazione sono davvero a un punto di non ritorno.


Claudio Casazza

domenica 27 agosto 2023

Panahi sul set di Five di Kiarostami

 Dal 'making of' di Five, film sperimentale realizzato da Abbas Kiarostami nel 2003 e dedicato al regista giapponese Ozu.

Fotogramma 1. Jafar Panahi, Kiarostami e l'operatore Seyfolah Samadian nella casa di Panahi sul Mar Caspio, dove quest'ultimo girerà Closed Curtain (2013). Riconoscibile la locandina italiana de Lo specchio.

Fotogramma 2. Panahi sul set del collega.







Intervista a Naderi sul manifesto

Di Donatello Fumarola

Di seguito un estratto

Nel programma di Venezia Classici di quest’anno, verrà presentato il restauro digitale di Saaz dahani (Harmonica, 1973)


Che effetto ti fa ritrovarti con un tuo vecchio film in un concorso dove i tuoi ‘rivali’ sono Allan Dwan, Ozu, Visconti, Tarkovskij…

Mi piace l’idea di essere nello stesso luogo di coloro che mi hanno ispirato sin da quando ero giovane. Mi piace che il mio piccolo film passi sullo stesso schermo in cui magari poche ore prima sono passate le immagini di Ozu. Sono anche curioso di rivedere dopo tanto tempo Harmonica, che è il primo film della trilogia della mia infanzia (Waiting è il secondo, poi c’è Il corridore). Dopo i miei primi tre film girati nei teatri di posa, con grossi budget e grandi attori, decisi di fare qualcosa di diverso, perché non era quello il cinema che volevo continuare a fare. Sono contento di aver avuto la possibilità di lavorare nell’industria cinematografica, però a un certo punto ho cercato la possibilità di fare un film sulle mie esperienze, sull’ambiente in cui sono cresciuto (la strada, il sud dell’Iran), e mi sono messo in discussione come film-maker.

In Harmonica ho avuto la possibilità di lavorare con bambini che non avevano mai visto una camera prima! Sono andato nei luoghi in cui sono cresciuto (Abadan), trovando i bambini nella strada, portandoli al cinema; e mi hanno sorpreso! Dopo questo film mi sono detto di continuare in questa direzione: Waiting e Il corridore hanno approfondito quella necessità che è emersa per la prima volta in questo film. Sono grato a Kanun (l’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti) di avermi offerto la possibilità di fare questi film, dandomi una straordinaria libertà nel fare quello che volevo, e grazie a loro il film esiste ancora ora. Un’altra delle ragioni per cui ho fatto Harmonica sono i pittori impressionisti, Manet, Monet ma anche Cezanne, Gauguin e Van Gogh. Mi sono detto «come posso fare un film sul mio passato con i colori?». Il colore nel film è fondamentale, ci ho lavorato in modo maniacale, mi ricordo che sulla spiaggia avevamo pulito tutto da segnali moderni, nessuna macchina o moto, volevo il contrasto tra il mio passato e la memoria. Ho ancora il libro sugli impressionisti che usavo come ispirazione per la combinazione dei colori naturali.


Intervista completa

https://ilmanifesto.it/amir-naderi-leta-classica-del-cinema?fbclid=IwAR0vqkdrt60EH8KzNVbYiFL2hd1hkEXGJuFfS7LVYovfW5cgeAYOcoXO8Kw



Addio Golestan

Addio a Ebrahim Golestan. Il padre del cinema iraniano d'autore, regista di Mattone e specchio, è morto il 23 agosto all'età di 100 anni

Roustayi condannato

Il regista di "Leila e i suoi fratelli" Saeed Roustayi e il produttore Javad Noruzbegi sono stati condannati a sei mesi di carcere per propaganda anti-governativa per aver presentato il film al festival di Cannes senza autorizzazione.

Per ora il cineasta e il produttore potranno scontare un ventesimo della pena, circa nove giorni, ma dovranno astenersi dal compiere qualsiasi attività correlata al cinema. 

Durante il periodo di cinque anni di sospensione della pena dovranno inoltre superare il corso "Fare cinema preservando gli interessi nazionali ed etici" all'Università della TV statale nella città santa di Qom.

La noritia è stata pubblicata dal giornale Etemad il 14 agosto

sabato 12 agosto 2023

Pardo d'oro a un film iraniano

Festival di Locarno. Pardo d'Oro all'iraniano Ali Ahmadzadeh
Ha vinto con "Mantagheye bohrani" (Critical Zone), una storia di droga girata in segreto per le strade di Teheran

Il regista e il cast non hanno potuto essere presenti alla manifestazione, poiché bloccati in Iran dal Governo. Il premio è quindi stato ritirato dal produttore.




venerdì 21 luglio 2023

Conversazione con Makhmalbaf su Alias

Sull'inserto de il manifesto, un'intervista di Andrea Inzerillo


Mohsen Makhmalbaf, in mezzo scorre il fiume


[...] Invitato da Italo Spinelli e accompagnato dalla moglie, la regista Marziyeh Meshkini, Makhmalbaf ha presentato in anteprima mondiale alla diciottesima edizione del Sole Luna Doc Film Festival di Palermo Talking With Rivers, il suo ultimo lavoro.


Si potrebbe dire che l’origine di questo nuovo film risieda in un’immagine, l’unica non di finzione: alla notizia del ritorno dei talebani, nell’agosto 2021, le persone accalcate all’aeroporto di Kabul che si aggrappano agli aerei militari americani per provare a scappare dall’Afghanistan.


[...] Bisogna comprendere storicamente questa tragedia per non dimenticare cosa è successo. Come riassumerla in un documentario? Ho deciso di usare le immagini dei film che ho fatto insieme alla mia famiglia negli ultimi vent’anni – dieci film su vari aspetti dell’Afghanistan – per punteggiare il racconto di due uomini che si parlano davanti a un fiume. Perché quando si parla dell’Afghanistan spesso si dimentica cosa è successo prima e cosa dopo, o si attribuisce la responsabilità della tragedia al suo popolo. Non è così: gli afghani facevano una vita normale, ma il colpo di stato sovietico ha cambiato il loro destino. E le potenze occidentali, per vendicare il Vietnam, hanno armato i contadini e li hanno trasformati in combattenti; e quando sovietici e americani hanno lasciato il paese è rimasta la guerra civile, con le armi che gli uni e gli altri avevano fornito. La guerra fredda è responsabile di quel che è successo, sulla pelle degli afghani. Volevo far riferimento a tutto questo raccontando delle storie. Per me era un modo nuovo di raccontare una storia in modo poetico, con due uomini che parlano a un fiume, come se fosse il fiume Helmand che collega Afghanistan e Iran.


Iran e Afghanistan erano un unico paese fino al 1746, e la conversazione tra i due uomini che impersonano i due Stati è quasi una conversazione allo specchio. Parlare dell’Afghanistan è un modo per parlare dell’Iran?


Assolutamente, il destino dei due paesi non è poi così diverso e il mio film parla di riconoscimento, del conoscere le radici. La vita è come un fiume, devi conoscere la mappa dei fiumi per capire perché siamo qui, altrimenti fai degli errori. Naturalmente c’è anche il fatto che milioni di rifugiati afghani sono arrivati in Iran senza visto, in fuga dalla fame, e accettavano di lavorare per pochi spicci, come si vede ne Il ciclista (1989), che è una metafora ma racconta anche alcune verità. E i loro bambini non potevano andare a scuola, come si vede in Alfabeto afghano (2002). E avevano perso ogni speranza, come si vede in Viaggio a Kandahar (2001): molte persone si sono suicidate, altre hanno perso le gambe a causa delle mine. Superato il primo approccio, chiedersi le ragioni di questa tragedia significa ragionare sul fatto che per gli afghani, popolo di pastori e agricoltori, la guerra è diventata un lavoro. La vendetta e l’ignoranza sono alla base di tutto. Per ottenere la pace occorre educare e offrire l’opportunità di attività economiche; bisogna aprire università, non mandare soldati. Il risultato di tutti questi anni è stato il disastro, hanno creato l’inferno per gli afghani. Riesci a immaginare che una persona sia disposta ad appendersi a un aereo pur di fuggire dal paese? Morire cadendo dal cielo sembra una prospettiva persino migliore che restare lì.


Mia figlia Hana ha fatto un documentario che si chiama The List, ancora inedito: due mesi prima del ritorno dei talebani al potere ci siamo resi conto che in Afghanistan c’erano molti artisti a rischio di morte, perché avevano scritto libri o fatto film contro i talebani. Abbiamo scritto una lettera a trecento festival cinematografici in tutto il mondo chiedendo di invitare uno o due di questi artisti per salvargli la vita. Il 90% non ha risposto, il 10% ha scritto che purtroppo non c’erano ambasciate o fondi sufficienti. Allora abbiamo bussato a diversi governi e Macron ha accettato di farli uscire, anche se era tardi, perché i talebani avevano accerchiato Kabul e il presidente era scappato. Io e altri amici abbiamo chiamato uno per uno questi artisti e li abbiamo portati da diverse città fino all’aeroporto di Kabul, ma c’era così tanta folla che era impossibile raggiungere l’aereo. Non ho dormito per cinque settimane per gestire questa evacuazione. Dopo un anno siamo riusciti a far uscire 365 di loro ma alcune centinaia sono rimasti lì. Mia figlia intanto riprendeva di nascosto con il suo telefono e ha montato questo film che vogliamo far vedere ai responsabili dei diversi governi. Ci siamo noi nel nostro appartamento che parliamo, telefoniamo, camminiamo e gli artisti afghani ci mandano video di quel che succede in Afghanistan, si vedono i soldati americani uccidere persone nell’aeroporto pur di respingerle, una cosa assurda! Il festival di Busan vuole proiettarlo, non so quale altro festival in Europa. Il film mostra come in Afghanistan si conosca solo la lingua delle armi per controllare la folla, le famiglie, le donne, i bambini.


Negli scorsi mesi il movimento «Donna Vita Libertà» ha rimesso l’Iran al centro dell’attenzione internazionale. Cosa può fare il cinema iraniano per questo movimento?


Credo che la nuova onda del cinema iraniano sia stata una finestra per vedere cosa stava succedendo dopo la rivoluzione del 1979, quando tutto era proibito e il paese era come una prigione. Il primo movimento politico in Iran è stato quindi quello cinematografico, molti film a partire dagli anni Ottanta (si pensi al mio Salaam Cinema del 1995, o ai film di Kiarostami) hanno permesso alle persone di comprendere sé stesse e la loro situazione e per questo sono stati proibiti – tutti i miei libri e film sono ancora proibiti in Iran. Qualche anno fa abbiamo rubato e proiettato a Venezia Nights of Zayandeh Rood (1990), che ha subìto decine di minuti di tagli dalla censura: nel film criticavo la società iraniana e provavo a dire al popolo iraniano che era una parte del problema, perché si era abituato alla violenza. Dopo il movimento cinematografico c’è stato quello degli studenti, con molteplici arresti e uccisioni; poi c’è stato il movimento dei giornalisti durante la presidenza di Khatami; in seguito, il movimento verde contro Ahmadinejad e adesso il movimento delle donne, che è la conseguenza ultima di tutti i movimenti che sono cominciati con quello cinematografico.


Negli ultimi quarantaquattro anni l’Occidente ha voluto controllare l’Oriente e lo Shah non ci ha consentito di avere un partito politico; le prigioni erano piene di persone che leggevano libri, ma hanno lasciato i mullah liberi di criticare il comunismo e usato la religione in funzione anticomunista, per fare una sorta di cintura verde attorno all’Unione sovietica. Quando i sovietici sono arrivati in Afghanistan l’Occidente ha creduto che i mullah potessero controllare l’Iran meglio di chiunque altro: il risultato è stato sfavorevole anche agli occidentali.


Adesso gli iraniani sono stanchi di questo potere ignorante e ideologico che ha isolato l’Iran. Le donne subiscono doppiamente la pressione di questo regime: dentro casa e nella società, quindi hanno reagito energicamente. La nostra cultura attraversa una fase di autentico cambiamento, lo si percepisce. Gli iraniani hanno sperimentato l’inferno, ma adesso siamo ottimisti: in questi anni la cultura ha cambiato le persone, la maggior parte delle persone in Iran ha oggi bisogno di libertà e democrazia, di una buona economia. Questo regime finirà.


Cosa anima oggi il tuo cinema?


Da diciotto anni vivo fuori dal mio paese, e mi sono reso conto che le persone sono le stesse ovunque. Un tempo ero concentrato sull’Iran e volevo cambiarne il destino attraverso la cultura. Adesso che ho visitato più di cinquanta paesi e fatto film in più di dieci non sono più iraniano come prima, mi sento cittadino del mondo e sono più preoccupato dal riscaldamento globale, dal tema dei rifugiati, dal potere maschile nel mondo, dalla crisi economica. Penso che oggi il pensiero di Marx sia ancora più significativo, l’uso del computer e del digitale farà perdere il lavoro a 500 milioni di persone nei prossimi dieci anni e questo creerà ulteriori differenze e molte rivoluzioni nel mondo, ci sarà una nuova lotta di classe e nascerà un nuovo comunismo per bilanciare queste differenze. Guardo all’Iran come a una parte dell’umanità, non come alla mia madrepatria. Gli interessi del mio cinema rimangono sempre gli stessi: la politica, la poesia, il racconto, la realtà, la mia immaginazione. Non c’è una grande differenza di approccio tra Pane e fiore (1996) e il mio ultimo film, mi muovo sempre tra la finzione e il documentario, partendo da cose naturalissime fino a giungere al surrealismo.


Esattamente sette anni fa (4 luglio 2016) moriva Abbas Kiarostami, che in «Close Up» ti ha reso omaggio facendo conoscere il tuo cinema agli spettatori di tutto il mondo. Quali sono i registi del cinema iraniano che oggi ti interessano di più?


Quando mi hanno detto che era morto Kiarostami è stato come ricevere una pugnalata al cuore. Non eravamo amici, lui aveva diciotto anni più di me, ma eravamo in pochi a fare film subito dopo la rivoluzione, c’era Amir Naderi, Kiarostami, io e pochi altri. Facevamo parte di una stessa onda, ma con sguardi diversi. I nostri genitori cinematografici sono stati Sohrab Shahid Saless – Kiarostami in particolare ne è stato molto ispirato – che con A Simple Event (1974) ha dato inizio al neorealismo iraniano molti anni prima di noi e Forugh Farrokhzad, una poetessa iraniana che ha fatto un solo documentario, The House is Black (1962): da lei abbiamo imparato come guardare alla sporcizia dal punto di vista della bellezza. The Runner (1984) di Amir Naderi è stato un film importantissimo per i giovani registi iraniani, ma penso anche al suo Acqua, vento, sabbia (1989) che sembra un film di Flaherty. Adesso ci sono molti bravissimi giovani registi, che magari fanno un buon film e poi scompaiono. Il cinema iranian è stato un’ondata: l’onda continua, ma i singoli registi appaiono e scompaiono. In parte questo è dovuto alla crisi economica, in parte alla censura. Per fare cinema hai bisogno di molte cose, ma non basta il desiderio; imparare a fare cinema oggi è facile, ma se hai una passione contenuta rischi di fare un buon film e poi scomparire.


https://ilmanifesto.it/mohsen-makhmalbaf-in-mezzo-scorre-il-fiume/r/D8GhI-0eIM9VpkS0nhBMk?fbclid=IwAR2QupC7ohNNp0Nsw4ETLkC8CzzAj-XhuMO3Uc1srDv5Ndl9xhOsi0LQTfk





giovedì 13 luglio 2023

Close-Up per le nuove generazioni




Due giovani registi iraniani, Panah Panahi e Shahram Mokri, hanno inserito Close-Up tra i loro dieci film preferiti di tutti i tempi nel sondaggione della rivista Sight & Sound, in cui il film di Abbas Kiarostami si è piazzato al diciassettesimo posto nella classifica generale, al nono in quella dei dei film scelti dai soli registi. 


Per Panahi jr., "Questo film è lo scopo stesso del cinema. Tutto è così meravigliosamente credibile e allo stesso tempo così apparentemente semplice. Alla fine sono rimasto stupito e meravigliato dall'impressione che ha fatto sugli spettatori. Essere credibili senza dover usare tutti i tipi di trucchi cinematografici è qualcosa che solo un grande maestro può fare."


Secondo Mokri, "Close-Up è molto accurato nel ritrarre l'Iran di oggi.

Volti nascosti dietro le mascherine. Kiarostami (un regista del movimento intellettuale iraniano) realizza un film su Makhmalbaf (che all'epoca era un fanatico religioso).

Egli realizza questo film dal punto di vista di Sabzian (uno a cui piace essere Makhmalbaf) in un ri-documentario.

Vaghi così tra documentario e finzione e anche tra Kiarostami e Makhmalbaf, tra realtà e realtà ricostruita."


Panahi e Mokri sono gli unici due iraniani ad aver votato per Close-Up.

sabato 1 luglio 2023

Forse non tutti sanno che...

CURIOSITA'

Sui titoli di testa di "Una separazione" (2012) compaiono di sfuggita i documenti d'identità di due personaggi di un film precedente di Asghar Farhadi, inedito in Italia: "Fireworks Wednesday" (2006). Si tratta di Mozhdeh e Morteza, la coppia litigiosa in cui si imbatte la protagonista del film, Rohui. Essendo la prima scena di "Una separazione" ambientata in tribunale, essa suggerisce che i due alla fine hanno divorziato

.







venerdì 5 maggio 2023

Niente giuria a Cannes per Rasoulof

Il regista non può ancora lasciare l'Iran.

https://www.sentieriselvaggi.it/mohammad-rasoulof-non-sara-in-giuria-a-cannes/

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2023/05/05/news/mohammad_rasoulof_festival_di_cannes-398752700/

sabato 29 aprile 2023

Panahi è emigrato? L'avvocato smentisce

"Non date retta alle voci, non so chi le abbia messe in giro e con quale scopo. Viaggiare è un diritto per tutti. Come risulta dalle sue opere, il signor Panahi ama il suo popolo e la sua terra natia. L'unica cosa che posso dire è che ho un appuntamento con il sig. Panahi mercoledì prossimo nel mio ufficio."

Così Saleh Nikbakht, legale del regista.

La notizia in persiano:

https://www.instagram.com/p/CrjGh3gtnsr/?igshid=YmMyMTA2M2Y=




venerdì 28 aprile 2023

Un comitato segreto per punire Alidoosti, Farhadi e altre celebrità?

Secondo la BBC l'anno scorso l'Iran ha formato un comitato segreto per punire le celebrità che hanno sostenuto le proteste antigovernative. Tra queste le attrici Taraneh Alidoosti e  Fatemeh Motamed-Arya e i registi Asghar Farhadi e Manijeh Hekmat.

Qui l'articolo in inglese:

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-65373847?fbclid=IwAR0TIn145iYr5v0edmsTjZ-h16wVo1qUtg-H72ckh2ewDOCWVeax3Nd28n0

Panahi può uscire dall'Iran

Annullato il divieto di uscire dal paese per Jafar Panahi. 

Il regista ha potuto recarsi all'estero per un breve viaggio. Lo ha annunciato la moglie Tahereh Saeedi su Insagram il 25 aprile. "Dopo 14 anni". La condanna è del 2010, ma probabilmente il divieto era anche precedente; gli era stato requisito il passaporto mentre cercava di recarsi a Parigi.

https://www.instagram.com/p/CreFHNVtIhZ/?utm_source=ig_web_copy_link







sabato 22 aprile 2023

Farhadi sul suo futuro in Iran

"Ho sentito ufficiosamente che mi è vietato lavorare in Iran e lasciare il paese".
Lo ha rivelato Asghar Farhadi in un'intervista a Variety. Il regista, che alcuni giorni fa ha tenuto una masterclass a Torino, sta lavorando a un film negli Stati Uniti, al termine del quale vorrebbe tornare in Iran.

Qui l'intervista completa:
https://variety.com/2023/film/global/asghar-farhadi-iran-protests-1235588546/



giovedì 13 aprile 2023

Leggere Lolita da Teheran a Roma (passando per Tel Aviv)

Italia e Israele uniti nel co-produrre l'adattamento del più celebre best sellers critico verso la Repubblica Islamica, "Leggere Lolita a Teheran", di Azar Nafisi.

Il film è in lavorazione e sarà diretto da un regista di valore come l'israeliano Eran Riklis ("La sposa siriana", "Il giardino di limoni").

Qui tutte le informazioni al momento disponibili:

https://filmitalia.org/it/film/156607/




"Per favore vedetelo al cinema"

 


"Per favore vedetelo al cinema"


È l'appello di Navid Nosrati, uno degli attori di World War III. Come accaduto per Leila e i suoi fratelli, anche questo film è stato diffuso illegalmente in rete prima di completare l'iter autorizzativo per la distribuzione nelle sale iraniane. Ma se per il film di Saeed Roustaee l'ok non è mai arrivato, invece l'ultimo, splendido film di Houman Seyedi - uno dei registi più popolari in patria - uscirà tra un paio di giorni (in Iran, s'intende).


Il pubblico andrà lo stesso nei cinema, nonostante si possa vedere in rete in ottima qualità?


World Word III è stato premiato a Venezia Orizzonti e in diversi altri festival internazionali.


È il primo film iraniano importante a essere stato co-prodotto da una piattaforma di streaming, Namava.


Il leaking della versione pirata pare sia interno, mentre probabilmente Leila ecc. era stato estratto dal DVD francese

giovedì 6 aprile 2023

Leila e i suoi fratelli (Saeed Roustaee, 2022)

 Video recensione con Kasra Ghazi Asgari.



ERRATA CORRIGE Segnala Kasra che gli euro per moneta d'oro sono circa 500, non 100

mercoledì 5 aprile 2023

E' morto Kiumars Pourahmad

Il mondo del cinema iraniano piange Kiumars Pourahmad, morto suicida oggi all'età di 73 anni. Regista, sceneggiatore, montatore e produttore, è ricordato da amici e colleghi in particolare per la mini-serie The Tales of Majid (1990) e per il film Yalda Night (2001). La sua opera è inedita in Italia. Pourahmad è stato anche assistente di Kiarostami per Dov'è la casa del mio amico, scrivendo poi un libro sul dietro le quinte del film.




giovedì 30 marzo 2023

"Leila..." fa discutere in Iran

Da noi esce il 6 aprile. In Iran, invece, l'autorizzazione al rilascio tardava, e qualcuno ha pensato bene di piratare "Leila e i suoi fratelli" e di caricarlo su Youtube, probabilmente in una versione incompleta.
Come sempre in questi casi, ci si interroga se siano stati i realizzatori del film, o qualcuno che ha voluto danneggiarli. Fatto sta che la copia è circolata a tal punto che si stima che il film sia già stato visto da oltre 30 milioni di iraniani.

Intanto l'accoglienza critica in patria è per lo più negativa (esempi: 1, 2, 3)  e il canale Telegram dei Guardiani ha accusato il regista di mostrare una realtà di miseria, tossicodipendenza e criminalità chiedendosi se fosse cresciuto realmente in Iran. 

Dal canto suo, il regista Saeed Roustaee ha ironizzato sull'organo Ershad di supervisione e censura, che lo ha fatto girovagare per innumerevoli uffici in cerca delle autorizzazioni, concludendo che non gli resta che la prigione.




lunedì 27 marzo 2023

Intervista a Saeed Roustaee

Dal pressbook del film, pubblicato sul sito del distributore I Wonder Pictures.






La storia riguarda la stessa famiglia del tuo primo lungometraggio, Life and a Day.
Questo nuovo film è un aggiornamento su quella situazione familiare?

La famiglia è un tema centrale nella mia opera fin dai miei primi cortometraggi. Quindi, an mio avviso, Leila e i suoi fratelli, più che un aggiornamento, è un seguito. Credo anche che, nonostante le premesse siano più o meno simili a quelle di Life and a Day, ci siano tante differenze in termini di narrazione, forma e personaggi. Specie per quanto riguarda la figura del padre, che è assente in tutti i miei altri film.

Perché hai scelto una famiglia così numerosa: padre, madre, Leila e quattro fratelli? Ognuno rappresenta qualcosa di particolare?

Mi sono ispirato alla realtà, alla storia vera di una famiglia numerosa. Ma al di là della singola dimensione che ogni fratello rappresenta, sono tutti elementi di un sistema - la dinamica familiare - in cui ognuno ricopre un ruolo essenziale.

Tramite questa dinamica tratti il tema delle disuguaglianze sociali e delle classi sociali in Iran e non solo, anche a livello universale, e predomina un certo senso di determinismo.

Leila e i suoi fratelli ha indubbiamente una portata universale. Ma riguarda anche la società iraniana nello specifico, poiché qui la classe media si è sviluppata solamente negli ultimi decenni. E intendo anche nelle piccole città in cui le famiglie hanno iniziato a potersi permettere un certo livello di comfort: possedere un’auto e ostentare la propria ricchezza.

Questo sviluppo ha creato la calotta interna della società. Tuttavia, il governo di Ahmadinejad ha completamente distrutto questa struttura - la classe media è scomparsa gradualmente spaccando ancora di più la società e acuendo la povertà.

A Teheran, chi viveva nelle periferie di classe media ha dovuto trasferirsi in delle simil-baraccopoli. Solo una piccola porzione di popolazione è riuscita ad accumulare capitale.


Questa situazione si riflette tra i fratelli di Leila: Alireza viene sempre fatto sentire in colpa perché vuole scappare da quel contesto sociale, mentre Manoucher cerca di sfruttarlo.

Più che scappare, Alireza vuole calma e serenità. Ha capito che per farlo, deve distanziarsi dalla sua famiglia. Leila se ne rende conto quando gli dice che, a differenza di come agiscono gli altri, lui prende decisioni ponderate.

Anche Manouchehr vuole andarsene, ma per ragioni diverse: crede che l’unico modo per migliorare la propria condizione di vita sia lasciare il Paese, anche a costo di farlo con escamotage vari che portano solo a dei vicoli ciechi.

L’idea del vicolo cieco trasforma i vari membri della famiglia in personaggi di una tragedia greca o di Shakespeare. Questa potrebbe benissimo essere la storia di un re e di dei principi caduti in disgrazia. Quando hai scritto il film, hai fatto riferimento a questi modelli?

Mi sono sempre ispirato alle tragedie greche e di Shakespeare. Sono i libri e i film che preferisco. Inconsciamente, hanno influenzato la mia scrittura, in particolare per quanto riguarda i personaggi.

Ed è proprio per questo che i tuoi film sono sempre molto commoventi e Leila e i suoi fratelli lo è particolarmente per via della densità e della dimensione romanzesche. E il tuo passato da documentarista traspare in qualche modo?

I miei film si sono sempre sviluppati all’incrocio tra queste due assi: una storia mi commuove solo se somiglia a una tragedia. Se non è profondamente drammatica, non mi interessa – e per “profondamente drammatica” intendo tragica al punto da farmi provare in prima persona le sofferenze dei personaggi. E cerco di ricreare questa dinamica nelle mie sceneggiature.

Detto ciò, queste sofferenze si ispirano, molto spesso, a fatti a cui ho realmente assistito e che mi hanno disgustato. La realtà pianta il seme di un albero che cresce sviluppando rami romanzeschi. Ad esempio, la storia di Life and a Day si ispira a una scena a cui ho assistito per caso in un vicolo: un giovane tossicodipendente che diceva addio alla sorella. La semplicità di quell’istante profondamente tragico mi ha spinto a iniziare a scrivere.

Parliamo di sguardi. Le scene più intense di Leila e i suoi fratelli sono quelle costruite sugli sguardi, sui momenti di silenzio che spezzano il caos che pervade il film.

Non è fatto apposta, non amo gli esercizi di stile. Posso benissimo passare da un’inquadratura di quinta a una carrellata. Non c’è nulla di forzato. Lo stesso vale per i silenzi e i dialoghi. È la scena stessa a dettarne lo stile. Ci sono certi elementi che vanno esplicitati e sono sempre pronto a scrivere dei dialoghi per i personaggi, potrei farlo all'infinito. Lo stesso vale per le scene in cui penso che basti una carrellata silenziosa dei visi dei personaggi. Inoltre, secondo me, gli sguardi sono ancora più potenti della musica, nonostante si pensi che il ruolo di quest’ultima sia quello di esprimere ciò che le parole non riescono a fare.

Tuttavia, i dialoghi tra i familiari sono spesso caratterizzati da grande violenza, specie quando riguardano il risentimento tra due generazioni - quella dei genitori e quella dei figli.

So benissimo che i dialoghi possono risultare duri e violenti, ma non è sempre così. Questa aggressività è dovuta alle loro condizioni di vita, più che a ciò che provano l’uno per l'altro.

Ho insistito con lo scenografo affinché si capisse che la famiglia vive in una casa minuscola e siamo riusciti nel nostro intento.

In un ambiente così piccolo, non esistono la privacy e gli spazi personali, non si è mai lontani dagli sguardi altrui. Si è sempre insieme. Per forza, poi, la vita è caratterizzata da tensioni e aggressività - quando non si possono avere segreti e non ci si può allontanare dai propri cari, non ci si fanno più scrupoli nelle interazioni con loro. E proprio per questo motivo nell'appartamento non ci sono stanze - così si rinforza l’idea di prossimità che si sfoga in violenza visibile.


In queste interazioni viene a galla l’idea di sofferenza di cui parlavi: ogni generazione incolpa l’altra delle sue sfortune. Ma, secondo te, chi sono le vere vittime? 

Credo sia importantissimo potersi allontanare dalla propria famiglia, dai propri genitori, e vivere la propria vita. Ma bisogna avere i mezzi per farlo. Questi ragazzi - ormai adulti - non li hanno. Si vede chiaramente che stanno soffocando. Nel film questo aspetto viene esplicitato.

Parlaci degli attori che formano questa famiglia. Hai già lavorato un paio di volte con Navid Mohammadzadeh e Payman Maadi, ma questa era la prima volta con Taraneh Alidoosti. 

È un'attrice straordinaria. È stata mia sorella a farmi il suo nome, quando ho iniziato a scrivere il personaggio. E, pura coincidenza, mia sorella si chiama Leila.

Intervista di Alex Masson, maggio 2022.




Sinossi. Iran, oggi. Leila, 40 anni, ha passato la vita a prendersi cura dei suoi genitori e dei suoi quattro fratelli, una famiglia irrequieta e schiacciata dai debiti. Quando il suo progetto di avviare un’impresa che li aiuti a uscire dalla povertà è ostacolato dal padre, Esmail, per motivi egoistici, i già fragilissimi equilibri familiari si spezzano, forse irrimediabilmente. Presentato in concorso al festival di Cannes, Leila e i suoi fratelli è il ritratto emozionante e delicato di una famiglia imperfetta, uno sguardo profondo sull’Iran di oggi, sorretto dalla straordinaria interpretazione di Taraneh Alidoosti, musa di Asghar Farhadi.


Scheda tecnica

Scritto e diretto da Saeed ROUSTAEE

Produzione Saeed ROUSTAEE

Javad NORUZBEIGI

Direttore della fotografia Hooman BEHMANESH

Montaggio Bahram DEHGHAN

Scenografia Mohsen NASROLLAHI

Costumi Ghazale MOTAMED

Trucco Iman OMIDVARI

Suoni Rashid DANESHMAND

Iraj SHAHZADI

Ingegnere del suono Amirhosein GHASEMI

Effetti visivi Javad MATURI

Distribuzione in Francia WILD BUNCH

Distribuzione internazionale ELLE DRIVER


Cast artistico

Taraneh ALIDOOSTI Leila

Navid MOHAMMADZADEH Alireza

Payman MAADI Manouchehr

Farhad ASLANI Parviz

Mohammad ALIMOHAMMADI Farhad

Saeed POURSAMIMI Padre

Nayereh FARAHANI Madre

Mehdi HOSEININIA Bayram


Saeed ROUSTAEE

Saeed ROUSTAEE è nato in Iran nel 1989. Dopo essersi laureato in Cinema alla Soore

University, ha iniziato la sua carriera dirigendo tre cortometraggi e un documentario che ha

vinto oltre 100 premi a livello globale.

Il suo primo lungometraggio, Life and a Day (2016), ha vinto il Premio per la miglior regia e

la miglior sceneggiatura al Fajr International Film Festival, il principale festival

cinematografico iraniano, nonché altri premi internazionali.

Il suo secondo lungometraggio, Metri Shesho Nim (Sei milioni e mezzo) (2019), è stato

presentato a Venezia Orizzonti, è stato nominato al Premio César per il miglior film straniero

e ha vinto il Premio alla miglior regia al Tokyo International Film Festival.

Lungometraggi:

Leila e i suoi fratelli (2002)

Metri Shesho Nim (Sei milioni e mezzo) (2019)

Life and a Day (2016)

Cortometraggi:

Saturday (2011)

Ceremony (2012)

Empty street (2014)


Taraneh Alidoosti, nata il 12 gennaio 1984, è un'attrice iraniana. È conosciuta a livello

internazionale per il suo ruolo ne Il cliente (2016), premio Oscar come miglior film straniero.

Alidoosti ha vinto il Premio come miglior attrice protagonista al 20° Fajr International Film

Festival e il Pardo d’argento al 55° Locarno Film Festival per I'm Taraneh, 15 (2002), il suo

primo film. È anche conosciuta per Beautiful City (2003) e Fireworks Wednesday (2006).

Navid Mohammadzadeh è nato nel 1986 in Iran. Attore iraniano acclamato, ha vinto il

premio Orizzonti al miglior attore al festival di Venezia per Il dubbio - Un caso di coscienza

(2017) di Vahid Jalilvand. Ha anche ricevuto il Premio al miglior attore al Tokyo International

Film Festival per Metri Shesho Nim (Sei milioni e mezzo) (2019) di Saeed Roustaee.

Payman Maadi è nato nel 1970 a New York City da genitori iraniani. La sua famiglia è

ritornata in Iran quando aveva 5 anni. Si è laureato in Ingegneria metallurgica alla Karaj

Azad University e ha cominciato la sua carriera cinematografica alla fine degli anni 2000

come sceneggiatore. Il suo primo film in veste di attore è stato About Elly (2009) di Asghar

Farhadi. Due anni più tardi ha ricevuto l’Orso d’argento come miglior attore alla Berlinale

grazie alla sua interpretazione di Nader in Una separazione (2011) di Farhadi.


Farhad Aslani, nato l’8 giugno 1966, è un attore iraniano. Il suo primo film è stato The Blue-

Veiled di Rakhshan Bani Etemad nel 1995. Ha vinto il Simorgh di cristallo al FIFF (Fajr


International Film Festival) per Private Life (2012). Ha ricevuto il Premio come miglior attore

al 47° International Film Festival of India per Daughter (2016). È anche conosciuto per aver

interpretato Ibn Ziyad nella nota serie-TV iraniana Mokhtarnameh (2011).

Mohammad Ali Mohammadi è un attore iraniano. Attivo sia al cinema che a teatro, è

conosciuto per Metri Shesho Nim (Sei milioni e mezzo) (2019), Life and a Day (2016) e Leila

e i suoi fratelli (2022).

Saeed Poursamimi, nato il 29 febbraio 1944, è un attore iraniano. Dopo la laurea in

Recitazione all’Accademia di Belle Arti di Rasht, ha cominciato la sua carriera sul

palcoscenico negli anni ‘60. Ha debuttato al cinema nel 1987 con Captain Khorshid, diretto

da Naser Taghvai. È l’unico attore ad aver vinto tre volte il Simorgh di cristallo come miglior

attore non protagonista. È altresì conosciuto per le sue interpretazioni in A cube of sugar

(2011) e Bride of Fire (2000).


Contatti:

I Wonder Pictures

Via della Zecca, 2 - 40121 Bologna

Tel: +39 051 4070 166

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domenica 5 marzo 2023

Adam McKay su Una separazione

 "I modi in cui le increspature della disfunzione di una società autoritaria si riversano nella famiglia in questo film sono così ben tratteggiati e dolorosi che mi sono quasi sentito come se stessi lentamente soffocando.


È un film iraniano sì, ma come americano non ho avuto problemi a relazionarmi con esso."


Dal sondaggio 2022 di Sight & Sound 

giovedì 23 febbraio 2023

La Sirène (Sepideh Farsi, 2023)



Presentato alla Berlinale come film di apertura di “Panorama”, la sezione normalmente più attenta alle tematiche sui diritti umani, La Sirene è una coproduzione franco-tedesca-lussemburghese-belga che racconta un episodio del passato della storia dell’Iran, la guerra con l’Iraq, guardando evidentemente anche ai fatti odierni. La regista di origine iraniana Sepideh Farsi raccontandoci il crollo di una città si concentra sui suoi cittadini spesso repressi: le donne, i cristiani e gli stranieri.

Siamo in Iran nel 1980, il presidente iracheno Saddam Hussein effettua un attacco a sorpresa e invade il territorio iraniano con una divisione corazzata composta da 600 carri armati e 20.000 soldati. La storia del film si svolge nella metropoli petrolifera di Abadan, la più grande città portuale dell'Iran, che dopo il primo attacco missilistico precipita nel caos. Il nostro protagonista è quattordicenne Omid che lavora come fattorino, sta cercando il fratello scomparso e una via di fuga dalla città accerchiata. Troppo giovane per imbracciare lui stesso le armi diventa il fornitore di un gruppo di resistenti. È deciso però a non rinunciare alla ricerca del fratello che è partito per il fronte.

La Sirene è realizzato interamente attraverso l'animazione 2D con uno stile minimalista. La regista mette in scena la lotta di Omid che, facendo avanti e indietro nella città assediata, incontra un variopinto gruppo di personaggi: un vecchio meccanico, due preti armeni, un fotografo greco e un ex capitano di una nave. Sono tutte persone ad un punto di svolta della loro vita a causa della guerra e che devono riprogettare il loro futuro. Tra loro c’è anche un’ex cantante di nome Elaheh che è ammirata sia dagli uomini di Abadan che dalle forze irachene, per lei non c'è più niente che il suo paese possa darle. Un tempo era una star ma ora, dopo la Rivoluzione, le è stato vietato di lavorare e trascorre tutto il suo tempo a casa, circondata da cimeli. Eppure i legami con questo luogo, i suoi ricordi e le sue radici non le permettono di fuggire.

La Sirene mette in mostra questi complessi sentimenti di disperazione e identità, l'aggrapparsi al passato per parlarci anche dell'oggi. La Farsi sembra dirci che non esiste un modo giusto o sbagliato di pensare all'Iran, ad Abadan o persino agli iracheni. A questi ultimi, la regista concede la loro parte di tempo sullo schermo ed esplora il loro punto di vista sull'attacco ai civili. Una delle parti più commoventi è quando sia le guardie iraniane in servizio di vedetta sia i loro omologhi iracheni cessano il fuoco per guardare lo stesso programma televisivo: una puntata di Goldrake.

Omid nel corso del film diventa un custode della vita in questa zona piena di morte, riesce persino a dare da mangiare del gelato agli squali affamati della baia, che non hanno più niente da mangiare da quando è in corso la guerra. Ovviamente la cosa più interessante è proprio la riflessione sulla guerra: “Non tutti dobbiamo combattere questa guerra. In effetti, nessuno dovrebbe”, dice un generale iraniano a Omid. Non ci sono mai vincitori: solo sopravvissuti, la loro angoscia e il loro trauma. Ieri e oggi ovviamente.


Claudio Casazza





lunedì 13 febbraio 2023

Anche Rasoulof fuori

Oggi è stato scarcerato anche Mohammad Rasoulof. Queste le parole che ha scritto su Instagram dopo la liberazione (traduzione di Sara Fallah)




Ero ancora in congedo per malattia e un'ora fa sono stato informato del mio rilascio.

Dopo due settimane di isolamento nella cella 240 e continui interrogatori per quasi tre settimane nella cella 209 e il trasferimento nella cella della prigione di Evin per scontare le due pene reclusive pendenti dal 2010 e 2020, ho avuto l'opportunità di frequentare una vasta gamma di uomini di scienza, politica ambientalisti, avvocati, traduttori, scrittori, giornalisti, insegnanti, attivisti per i diritti umani, prigionieri politici e oppositori religiosi. Ho scoperto di aver imparato dalla sapienza e dall'esperienza di queste persone.

Con l'insorgenza di #زن_زندگی_آزادی (donna vita libertà), con gli altri prigionieri abbiamo seguito notizie e informazioni in tutti i modi possibili. L'esperienza dell'osservare questa grandiosità da dietro le alte mura del carcere è un'altra storia, ma tutto sommato abbiamo pianto per ogni sofferenza dei nostri connazionali e ad ogni vittoria la fiammella della speranza si riaccendeva in noi.

Ora il pensiero della libertà è con me. Le mura si sono allontanate e forse non si riesce a vedere che la fine del carcere non è l'inizio della libertà, che questa è una strada lunga e tortuosa.

P. s.: chi esce di galera sa che lascia una parte di sé accanto a chi resta prigioniero in carcere. 
Desideriamo la loro libertà.

venerdì 3 febbraio 2023

Scarcerato

 


Finalmente Jafar Panahi è stato scarcerato, seppur temporaneamente e su cauzione. L'inizio della detenzione risaliva allo scorso11 luglio, quasi sette mesi fa. L'altro ieri aveva iniziato uno sciopero della fame. 

Fuori dal carcere ha rilasciato alcune dichiarazioni, in parte finite in un video pubblicato dal collega Majid Barzegar: 




...Tutto quello che dite è giusto, però se guardo dietro di me vedo la scritta 'Prigione Evin', Mi viene in mente l'immagine di Farhad Meisami, autore di un libro sulla non-violenza, diventato come Gandhi. Sembrano scene di Auschwitz. Non posso dire veramente di essere contento. A questo punto bisogna guardare dietro di noi, o non guardare? C'è tantissima gente lì dentro, da professori universitari a studenti molto bravi, insegnanti, operai... non lo so, non lo so,... avvocati, tutte le persone che lottano per i diritti umani..."

Traduzione di Sara Fallah

mercoledì 1 febbraio 2023

Panahi in sciopero della fame


Ieri, 1 febbraio, Jafar Panahi ha iniziato uno sciopero della fame, della sete e delle medicine. Lo ha annunciato di Instagram la moglie Tahereh Saidii, che ha pubblicato la seguente dichiarazione del regista.


“L'11 luglio dell'anno scorso, in segno di protesta contro l'arresto di due dei nostri amati colleghi, il signor Mohammad Rasulof e Mostafa Al-Ahmad, insieme a un gruppo di cineasti ci siamo riuniti davanti alla prigione di Evin, e alcuni di noi e gli avvocati dei colleghi detenuti sono entrati nel tribunale di Evin. Pacificamente stavamo parlando con le autorità e con l'investigatore competente quando è entrato un agente e mi ha portato dal giudice della sezione 1 dell'esecuzione della pena di Evin. Il giovane giudice ha detto senza presentazioni: "Ti cercavamo nei cieli, ti abbiamo trovato qui".

Sei in arresto!" In questo modo sono stato arrestato e trasferito nel carcere di Evin per l'esecuzione di una condanna che era stata emessa da undici anni. Secondo la legge per la quale sono stato arrestato nel 2010, dopo più di dieci anni di mancata esecuzione la sentenza va in prescrizione e diventa inapplicabile. Pertanto, questo arresto è stato più simile al banditismo e alla presa di ostaggi che all'esecuzione di una sentenza giudiziaria.

Nonostante il mio arresto sia stato illegittimo, gli stimati avvocati sono riusciti a impugnare la sentenza emessa nel 2011 rinviando il procedimento presso la Corte Suprema, che è la massima autorità per le cause giudiziarie, il 15 ottobre 2022, in modo che possano tornare allo stesso ramo per un nuovo processo. Durata da definire. In tal modo, a norma di legge, con l'accoglimento della richiesta di nuovo processo e l'impugnazione del verdetto, la causa veniva deferita alla filiale ed io avrei dovuto essere immediatamente scarcerato dietro cauzione. Mentre abbiamo visto che ci vogliono meno di trenta giorni dal momento dell'arresto all'impiccagione della gioventù innocente del nostro paese, ci sono voluti più di cento giorni per trasferire il mio caso in aula con l'intervento delle forze di sicurezza.

A norma di legge, per il rinvio della sentenza in Cassazione, il giudice della stessa sezione era obbligato a liberarmi con l'emissione di un'ordinanza di cauzione non appena la causa è stata deferita a quella sezione; tuttavia, con il pagamento di una grossa cauzione, in pratica dopo mesi di detenzione illegale, sono ancora trattenuto in carcere con scuse ripetute ogni giorno dagli agenti di sicurezza.

Quel che è certo è che il comportamento prepotente ed extragiudiziale dell'istituto di sicurezza e la resa indiscussa dell'autorità giudiziaria dimostrano ancora una volta l'attuazione delle leggi in maniera selettiva e discrezionale.

È solo una scusa per la repressione. Anche se sapevo che il sistema giudiziario e le istituzioni di sicurezza non hanno la volontà di applicare la legge (a cui si appellano con insistenza), per rispetto dei miei avvocati e amici ho seguito tutte le vie legali per ottenere ciò che è in mio diritto. Oggi, come molte persone intrappolate in Iran, non ho altra scelta che protestare contro questi comportamenti disumani con il mio bene più caro, cioè la mia vita.

Pertanto, dichiaro fermamente che per protestare contro il comportamento illegale e disumano dell'apparato giudiziario e di sicurezza e questa presa di ostaggi, ho iniziato uno sciopero della fame dalla mattina del 12 di Bahman, e rifiuterò di mangiare e bere qualsiasi cibo e medicina fino al momento del mio rilascio. Rimarrò in questo stato finché forse il mio corpo senza vita non sarà liberato dalla prigione.

Con amore per l'Iran e per la gente della mia terra, Jafar Panahi”



Foto scattata dal regista Majid Barzegar 

sabato 28 gennaio 2023

Libro: In the Time of Kiarostami (Godfrey Cheshire, 2022)

 


Ecco un nuovo volume sul cinema iraniano, scritto da uno dei critici che più a lungo e con più attenzione si sono dedicati alla nostra cinematografia di riferimento. Autore per New York Times, Variety, Film Comment, The Village Voice, Interview, Cineaste, Godfrey Cheshire ha già pubblicato nel 2019 un eccezionale libro-intervista in cui Abbas Kiarostami descrive minuziosamente i suoi film, cortometraggi compresi, fino a "Il vento ci porterà via", fornendo valutazioni e informazioni preziose e impossibili da trovare altrove. 

Con "In the Time of Kiarostami", Cheshire raccoglie ciò che negli anni ha scritto sul cinema iraniano, non solo relativamente al cineasta più prestigioso. L'argomento è introdotto dall'autore con un affascinante excursus sulla storia di quella cinematografia, intrecciata alla sua vicenda biografica personale, che diventa una finestra aperta sulla ricezione dei film persiani in occidente. Non solo: per molti di noi (per me di sicuro), incontrare il cinema iraniano ha significato interessarsi all'Iran e al suo popolo. Così è stato anche per il critico americano, a partire dal 1992.

Seguono tre reportage da Teheran, in occasione del festival Fajr nel 1997, 2002 e 2017, in cui l'autore, oltre a scrivere di cinema, coglie l'occasione per svelare ai lettori statunitensi alcuni aspetti della vita quotidiana, della storia e della circolazione della cultura nella Repubblica Islamica. E' interessante vedere i cambiamenti intercorsi in vent'annì - dall'anno della Palma d'oro di Kiarostami a quello successivo alla sua morte - anche in tema di relazioni Usa-Iran. Spiccano in questa sezione un commento di Mani Haghighi sui suoi rapporti complicati con Asghar Farhadi e il breve aneddoto dell'incontro a casa di Jafar Panahi.

Segue un'intera sezione dedicata al cinemaster Abbas Kiarostami - definito il più importante filmmaker comparso sul palcoscenico mondiale negli anni 90 - aperta da un commosso ricordo in occasione della sua scomparsa, cui seguono il resoconto della filmografia, inquadrata anche all'interno della storia del cinema internazionale, e articoli d'epoca, redatti dal 1998 in poi, fino alla recensione del postumo "24 Frames" pubblicata su Film Comment.

Una parte intitolata "Iranian Filmmakers" allarga lo sguardo agli altri grandi cineasti giunti alla ribalta occidentale in questo trentennio, compresi tra gli altri il veterano Dariush Mehrjui, che compare più volte nel corso del libro, e ovviamente la famiglia Makhmalbaf. C'è anche un'intervista al direttore della fotografia Mahmoud Kalari.

Insomma, un volume molto interessante e corposo (oltre 300 pagine), oltre che di lunga gestazione, visto che ci era stato preannunciato già tre anni fa. Come abbiamo scritto per "Conversations with Kiarostami" , sarebbe bello se un editore italiano si decidesse a tradurre questi importanti testi, specie in un momento di rinnovata attenzione internazionale verso uno stato come l'Iran, la cui cinematografia ha molto da dire sul paese.

mercoledì 4 gennaio 2023

Libera!

Taraneh Alidoosti è stata rilasciata oggi dietro pagamento di una cauzione di 1 miliardo di toman (dovrebbero essere circa 225.000 euro).

Nel giorni scorsi oltre 600 artisti internazionali avevano firmato un appello per la sua liberazione.