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venerdì 10 luglio 2020

L’invito dell’Oscar Academy alla regista Narges Abyar scatena proteste

Cinque professionisti dell'industria cinematografica di origine iraniana sono stati invitati il 30 giugno a far parte dell'American Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l'ente che sceglie i vincitori degli Oscar: Narges Abyar, Samira Makhmalbaf, Ali Abbasi, Elhum Shakerifar e il compositore di colonne sonore Sattar Oraki.

La scelta di Narges Abyar ha scatenato la rabbia di alcuni professionisti iraniani dell'industria cinematografica, che chiedono all'Accademia di ritirare l'invito: "La selezione di Narges Abyar equivale a un avallo della censura di tutti i cineasti indipendenti e impegnati, equivalente alla convalida della repressione degli artisti iraniani, in esilio nel proprio paese in condizioni di povertà e silenzio solo perché non accetterebbero di cooperare con il regime", afferma la petizione online (in parte in inglese) di un gruppo di professionisti iraniani dell'industria cinematografica, che ha raccolto finora 1.500 firme.



Nata a Teheran nel 1970, Abyar inizia come scrittrice, pubblicando una trentina di opere per bambini e adulti, prima di intraprendere la carriera cinematografica. Il suo film del 2016 "Breath" (Nafas) è stato il candidato ufficiale dell'Iran per la categoria Miglior film straniero sia ai 75° Golden Globe Awards sia ai 90° Academy Awards. Sebbene il film non sia stato selezionato per nessuno dei due premi, Abyar è stata la prima donna in assoluto ad essere stata scelta dall'Iran per rappresentare il paese agli Academy Awards.

Un importante regista iraniano, che ha richiesto l'anonimato per motivi di sicurezza, ha riferito a Kayhan Life, un sito sulla comunità iraniana nel mondo, che Abyar avrebbe fatto una visita ufficiale alla famigerata prigione Evin di Teheran, per celebrare l'anniversario dell'apertura del suo cinema, accompagnando funzionari della magistratura e il capo delle carceri dell'Iran.  "Diversi cineasti di fama internazionale sono stati incarcerati in questa prigione in passato, tra cui Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, e documentaristi come Mohammad Nourizad stanno ancora scontando un periodo in prigione", ha osservato il regista.

Hassan Ronaghi, un blogger che era detenuto nella prigione di Evin durante la visita di Abyar, ha twittato: “Narges Abyar è tra una manciata di cineasti che poterono visitare la prigione nel 2014. I detenuti nel blocco 7, incluso me, hanno contestato la sua visita […]. In conseguenza non ho potuto ricevere visitatori per un mese. […]”

Un altro noto regista iraniano che attualmente attende una pena detentiva che lo rimetterà in prigione a Evin ha dichiarato a Kayhan Life: “In Iran non possiamo criticare apertamente gli Oscar per aver invitato Narges Abyar. La nostra è una protesta silenziosa. Nessuna persona nell'industria cinematografica [iraniana] si è congratulata con lei per essere stata invitata ad entrare all'Accademia. Il nostro silenzio mostra il nostro disprezzo per questa scelta."

"Il film di Narges Abyar "Track 143" è stato proiettato nell'ufficio della Guida Suprema Khamenei con la regista presente", ha osservato il regista. “Oltre ad Abyar, erano presenti anche suo marito, Mohammad Hossein Ghaemi, che produce i suoi film, e diverse altre persone associate alla pellicola. Alla fine del film, che parla della guerra Iran-Iraq [1980-88], Khamanei ha detto all’autrice "Hai fatto un ottimo lavoro”. Non ricordo che la Guida abbia mai elogiato nessun altro regista".

“Track 143” è un adattamento dal suo romanzo “The Third Eye”, che racconta la storia di una donna e dei suoi figli durante la guerra Iran-Iraq (1980-88). Abyar ha anche realizzato svariati documentari e cortometraggi, principalmente sulla guerra Iran-Iraq.

Nei giorni scorsi un certo numero di iraniani sui social media ha condiviso una fotografia che la immortala mentre fa visita a Khamenei in ospedale a seguito di un intervento alla prostata nel settembre 2014. Diversi hanno notato che Abyar e suo marito erano tra un piccolo gruppo di persone che potevano visitarlo in ospedale, possibilità da cui furono esclusi alcuni funzionari del governo. Sui social network si vocifera che Ghaemi abbia stretti legami con i servizi segreti.




Narges Abyar è stata ospite a Roma nel 2018 nella rassegna “Tre donne: un altro cinema iraniano”, insieme a Ida Panahandeh e a una storica sostenitrice dei diritti civili come Rakhshan Banietemad.


Altre voci ,di segno opposto, all'interno dell'Iran hanno criticato gli Academy Awards per aver invitato Samira Makhmalbaf, da anni esule (che sta incontrando problemi anche in merito al suo status di rifugiata in Gran Bretagna).

Il quotidiano oltranzista di Teheran, Kayhan, ha condannato gli Oscar per il loro "razzismo e pregiudizio politico". Il documento descriveva l'invito a unirsi agli Academy Awards come "una semplice formalità per compiacere le persone credulone".

“Samira Makhmalbaf non ha alcun lavoro credibile nella sua filmografia. Ha realizzato il suo ultimo film diciott’anni fa”, ha aggiunto Kayhan. In realtà dodici, non diciotto.


Fonti:

Il post ricalca in gran parte il seguente articolo:

Qui c’è la petizione:

Io ho appreso la notizia dalla pagina Facebook della regista Mania Akbari:


domenica 1 dicembre 2019

"Il grido soffocato della gente rimarrà impresso nella storia" I cineasti scrivono al governo

Gli artisti del cinema iraniano hanno scritto una petizione pubblicata in persiano su Change (grazie a Cristina Bianciardi per la traduzione), rivolta al Governo e alla Repubblica. Il testo, che non sfocia in una richiesta specifica, costituisce un'autentica espressione di dissenso rispetto alla repressione delle manifestazioni svoltesi nei giorni scorsi. L'adesione è massiccia e comprende molti nomi autorevoli. Colpisce soprattutto la premura con cui le star locali cercano di smarcarsi e di assolvere i manifestanti dalla accuse di essere manovrati da potenze straniere. Altro dato è che il premio Oscar Asghar Farhadi si sta esponendo sempre di più. I primi firmatari sono riportati in calce, ma al comunicato stanno aderendo, anche dai loro profili Instagram, molti altri artisti famosi. Le firme raccolte sono al momento più di 12.800.


#voce di_aban 1398

Reazione alla repressione delle proteste civili popolari del mese di novembre 2019. #mese di novembre 2019 o mese di aban 1398.
In questi amari giorni che sono trascorsi dal mese di aban 1398/ 2019, il volto dei giovani che hanno perso la vita, della gente ferita, delle madri in lutto e dei padri impazienti non abbandona i nostri occhi. 
Giovani il cui sangue puro è stato versato, e che non sono stati presi in considerazione poiché associati ad ambienti stranieri. Persone la cui esistenza e il cui nome, oggi, dopo un blackout completo senza alcuna connessione, uno per uno vengono alla luce, per quale peccato sono state uccise? Essi sono coloro che sono giunti all'esasperazione perché non hanno trovato neanche un orecchio che li ascoltasse e hanno gridato ciò che gli mancava in ogni piazza. 
Cosa fate con il popolo? Quale fessura avete aperto per ascoltare la voce del popolo? Quale raduno di protesta popolare avete tollerato? Quale partito e movimento avete permesso che dichiarasse le volontà popolari? State cercando, anche con la violenza, di negare al popolo i diritti primari e le più ovvie necessità civili. 
Sappiate che il grido della gente di questo paese, soffocato nella gola, rimarrà impresso nella storia.

Primi firmatari:
Rakhshan Banetemad, Asghar Farhadi, Farhad Tohidi, Mojtaba Mirtahmasb, Hossein Alizadeh, Kayhan Kalhor, Lili Golestan, Bahman Farmanara, Dariush Mehjui, Reza Dormishian, Jafar Panahi, (...), Manijeh Hekmat (...), Tahmineh Milani (...), Mohammad Rasoulof, (...), Fatemeh Motamed-Aria (...)









martedì 5 novembre 2019

Artisti del cinema protestano contro censura, mancanza di protezione e denaro sospetto

In uno degli attacchi più espliciti alla censura in Iran, oltre 200 attivisti iraniani dell'industria cinematografica hanno protestato contro gli ostacoli alla loro professione, incluse la severa censura e l'incapacità del governo di rispettare le sue stesse regole di licenza di fronte all'intervento di autorità non governative


Un lavoratore rimuove il poster di The Parental House, messo al bando dopo 
la proiezione del 29 ottobre 2019

.
"Deploriamo la politica di inquisizione della forma e del contenuto dei film, in qualsiasi contesto", hanno affermato gli artisti cinematografici iraniani nella loro dichiarazione in dieci punti, aggiungendo che richiedono libertà di pensiero ed espressione.

La dichiarazione, pubblicata sabato 2 novembre, afferma: "Noi, la gente del cinema, siamo un gruppo di registi, sceneggiatori, produttori, attori e attrici la cui professione è stata attaccata e danneggiata per anni".

Quasi tutte le figure di spicco del cinema iraniano, tra cui il vincitore dell'Oscar Asghar Farhadi, l’acclamato a livello internazionale Jafar Panahi , Mohammad Rasoulof e Bahman Ghobadi, così come i veterani cineasti Nasser Taghvai, Rakhshan Bani Etemad e il leggendario e acclamato dalla critica regista cinematografico e teatrale Bahram Beizai, sono tra i firmatari della dichiarazione. 
[Tra gli altri nomi, Niki Karimi, Parviz Kimiavi, Varuz Karim Massihi, Manijah Hekmat, Ahmad Talebinejad e Amir Shahab Razavian n.d.t]

La "sicurezza del lavoro" è una delle principali preoccupazioni. "Molti cineasti sono stati incarcerati e gli è proibito lasciare il paese solo per aver diretto film critici", afferma la dichiarazione, aggiungendo: "L'evidente discriminazione nell'assegnazione dei progetti, così come la censura e la soppressione della libertà di espressione hanno costretto diversi cineasti e star a un’emigrazione non desiderata".

Nel frattempo, i cineasti si sono lamentati dei numerosi centri incaricati di controllare le loro opere, mentre i “pirati” sono liberi di far circolare i loro film senza pagare i diritti d'autore.

La scorsa settimana, il film "The Paternal House", diretto dal veterano regista Kianoush Ayyari, è stato proiettato dopo un decennio di fermo da parte dell'autorità di censura. Tuttavia, nel giro di pochi giorni, il film è stato nuovamente bandito a seguito di un ordine emesso dal procuratore generale della Repubblica islamica.

Una scena di The Parental House


I cineasti hanno specificamente protestato per le "barriere omicide" che incontrano ogni volta che chiedono una licenza per proiettare le loro opere.

Nessuno dei membri del consiglio che rilascia licenze per la proiezione di film in Iran ha finora reagito alla dichiarazione.

Negli ultimi anni, i comandanti del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) hanno intrapreso una manovra strisciante per dominare l'industria cinematografica iraniana.

Tuttavia, molti critici insistono sul fatto che i film prodotti dall'IRGC e le persone ad esso collegate, sono principalmente film "banali" realizzati a fini di "propaganda" e perseguono "fini politici".

Senza nominare il potente IRGC, la dichiarazione afferma che il governo e "certi" organismi stanno supportando film "particolari" attraverso investimenti sospetti.

Inoltre, Ghafouri Azar afferma che, per la prima volta, i cineasti affiliati all'ufficio del leader supremo della Repubblica islamica, l'Ayatollah Ali Khamenei, incluso Rouhollah Hejazi, si sono uniti ai registi dissidenti come il pluripremiato Jafar Panahi e il regista auto-esiliato Bahram Beizai, per protestare contro la censura e i severi controlli sull'industria cinematografica iraniana.

Nel frattempo, per ragioni sconosciute, due registi veterani, Dariush Mehrjui e Masoud Kimai, hanno preferito non firmare la dichiarazione.

La dichiarazione è stata pubblicata in un momento in cui la House of Cinema, controllata dal governo, ha scritto una lettera al capo della magistratura della Repubblica islamica, il chierico intransigente Ebrahim Raeesi, chiedendo un’udienza.

Raeesi, sfidante senza successo del presidente in carica Hassan Rouhani nelle elezioni presidenziali del 2017, sta tra le altre cose assumendo un ruolo di arbitro di cassazione nelle controversie industriali e sindacali.


Fonte:
Traduzione: Cinema Iraniano blog

venerdì 16 novembre 2018

Two Women, Tahmineh Milani (1998)



Principale esponente della seconda generazione di cineaste iraniane - che segue quella guidata da Rakhshan Bainetemad - Tahmineh Milani, classe 1960, realizza i film più apertamente politici e attenti alla condizione della donna. Con l'ottimo "Two Women" (Do zan) firma quasi un manifesto femminista.

La protagonista del film è una sola, Fereshteh, studentessa di architettura nei giorni turbolenti della Rivoluzione (su cui il film sorvola). L'altra donna, Roya, ne è il contraltare. Compagna di studi, meno dotata di lei ma più benestante, ha un matrimonio felice e trova impiego nell'edilizia. Fereshteh, invece, è perseguitata da un uomo che vuole sposarla, e che minaccia di sfregiarla con l'acido e di accoltellarla. Per sfuggirgli provoca un incidente automobilistico e viene arrestata. Un altro uomo paga la cauzione per il rilascio, per poi rivendicare il diritto a prenderla in moglie. Cedendo alle insistenze, la donna accetta; finirà segregata in casa, senza la possibilità di avere contatti con Roya e con l'esterno, privata del diritto allo studio, madre di due figli non desiderati.

All'interno di una struttura a flashback, la Milani, grazie anche alla straordinaria attrice protagonista Niki Karimi, tratteggia con grande forza drammatica un memorabile ritratto di donna intraprendente, intelligente, passionale anche nella compessità dei sentimenti nei confronti del marito. Tante le sequenze vibranti, a partire dal ritrovo delle due amiche. Il punto di vista, funzionale a celebrare il bisogno di emancipazione, ma anche l'amicizia e la solidarietà femminili, va un po' a scapito dei personaggi maschili, monodimensionali nel loro rozzo e violento ossequio a una mentalità reazionaria.



La scelta di ambientare il racconto in due epoche diverse vuole indicare un peggioramento, con il consolidamento del regime degli ayatollah, non solo della condizione nella donna, ma anche del libero accesso alle università, che negli anni 80 vengono chiuse, a danno della generazione della regista. Il racconto ha infatti una parziale origine autobiografica: studentessa e praticante architetto prima di passare al cinema, Tahmineh Milani ha seguito un percorso simile a quello di Roya.
Tuttavia, la possessività degli uomini emerge già nel corteggiamento molesto del primo spasimante.

Nelle proteste a inizio film si intravvedono icone comuniste. La militanza comunista sarà tema del successivo "The Hidden Half" (2001), che costerà il carcere all'autrice.

domenica 11 novembre 2018

Il mondo del cinema contro le sanzioni Usa all'Iran

Una petizione, nominata "Voices against Sanctions", è stata lanciata su Change.org, per protestare contro le sanzioni degli Stati Uniti all'Iran. Il mondo del cinema è in prima fila, tra i primi firmatari infatti troviamo i registi Rakhshan Banietemad, Asghar Farhadi, Bahman Farmanara, Kianoush Ayyari, Mojtaba Mirtahmasb, Seyfollah Samadian, Khosrow Sinai e l'attrice Marziyeh Vafamehr. Parliamo di molti nomi che hanno fatto la storia del cinema iraniano, alcuni attivi già prima della Rivoluzione islamica.

La regista Rakhshan Banietemad





Il testo della petizione recita:

Mentre gli stati comunicano attraverso la politica, le persone cercano empatia, pace e amicizia. La storia delle arti e della cultura ha raccontato le gioie e le sofferenze delle persone e delle comunità.

Come artisti, come attivisti civili dell'Iran, vi parliamo al di sopra della politica:

Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro l'Iran. Tali misure non hanno mai portato al popolo iraniano ciò che i politici proclamano: diritti umani, libertà e una vita migliore. Ogni iraniano pagherà personalmente il prezzo per queste sanzioni.

I politici andranno e verranno, ma le ricadute delle loro decisioni disastrose saranno un incubo per le generazioni a venire.

Se ci uniamo alle voci di tutto il mondo per attirare l'attenzione sugli effetti devastanti di queste sanzioni sul popolo iraniano, possiamo fermare le decisioni e le politiche divisive attuate dai politici.

Uniamo le voci.

#joinvoicesagainstscantions

Si può aderire a questo link:
https://www.change.org/p/voices-against-sanctions


lunedì 13 agosto 2018

Nargess, Rakhshan Banietemad (1992)

Il giovane ladro Adel chiede e ottiene la mano di Nargess, ragazza con una storia familiare complicata, senza metterla al corrente né della sua reale attività, né del precedente e mai sciolto matrimonio con Afagh, sua partner anche nel crimine. Finché la verità non viene a galla e Nargess prova a convincere Adel a cambiare vita.



Rakhshan Banietemad è una delle prime donne registe nel cinema iraniano post rivoluzionario, nonché una buona narratrice della società più povera e marginale e della condizione femminile. Elementi che le hanno portato una fama suggellata da appellativi quali "La regina del cinema iraniano", e forse una leggera sopravvalutazione critica. Ciò se si guarda al complesso della sua opera: merita di essere celebrato, invece, un film come "Nargess", straziante melodramma che, premiato per la regia al Fajr Film Festival di Teheran (prima volta per una donna regista di film di fiction), l'ha portata all'attenzione internazionale, fino al concorso principale e al premio per la miglior sceneggiatura alla Mostra di Venezia 2014, con "Tales".

Film coraggioso e controverso, nonostante un finale eticamente corretto, "Nargess" suscita clamore non tanto per il triangolo amoroso - la poligamia è tradizionalmente praticata - quanto per la messa in mostra di una donna dedita al furto (Afagh è interpretata dall'attrice che svetta all'interno del cast: l'intensa Farimah Farjami). Ma è soprattutto una una storia di sentimenti lancinanti, raccontata con una passione amplificata dall'uso espressionista delle musiche, in uno stile diretto, dinamico e realistico nei limiti del consentito. 

Il personaggio di Nargess ritornerà in "The May Lady" (1998), secondo un'usanza cara all'autrice.

venerdì 28 ottobre 2016

I migliori film iraniani del XXI secolo (e una classifica alternativa)

Lo scorso febbraio, il sito Taste of Cinema ha pubblicato la classifica dei 10 migliori film iraniani del 21mo secolo. La lista è curata da Zara Knox, collaboratrice di Imvbox, preziosa piattaforma di film iraniani in streaming. Tenuta in conto la data di pubblicazione, non sorprende l’esclusione di un film come “Taxi Teheran”, che la stessa Knox ha altrove indicato come miglior film del paese del 2015, ma che non aveva ancora ottenuto piena visibilità internazionale. Stesso discorso per altre, eventuali, opere recenti.


Questa la top 10:
Risultati immagini per under the skin of the city

1. Under The Skin of The City – Rakhshan Bani-Etemad
3. The Willow Tree – Majid Majidi
4. Santouri – Dariush Mehrjui
7. Una separazione – Asghar Farhadi
8. Fish and Cat – Shahram Mokri
10. Tales – Rakhshan Bani-Etemad


Nel complesso la classifica è valida. Condivisibile in pieno la scelta di valorizzare con due film il (giustamente) pluripremiato, anche con l'Oscar, Asghar Farhadi: anzi, sarebbero state meritevoli anche le due pellicole precedenti. Se un paio lungometraggi della Bani-Etemad sembrerebbero troppi, va detto che si premiano uno dei suoi esiti migliori (“Under the Skin of the City”) e un’opera presentata in concorso alla Mostra di Venezia, evento non comune. Majid Majidi è un artista sottovalutato, per cui ben venga il riuscito (quanto un po' già visto) “The Willow Tree”. Chissà se “Facing Mirror” compare solo per l’inusuale (nel contesto) tematica transgender; di sicuro “L'isola di ferro”, che uscì anche in Italia, è invece un piccolo gioiello al di là delle vicissitudini giudiziarie del regista, analoghe a quelle di Jafar Panahi. Completano la graduatoria due chicche come “Melbourne”, folgorante opera prima che assimila la lezione dell’ormai maestro Farhadi, l'originalissimo “Fish and Cat”, capace di coniugare in maniera inedita cinema di genere (anzi… di generi diversi) e tipica riflessione metacinematografica, e uno dei film migliori dell’ultra veterano Dariush Mehrjui.
Poco da discutere, dunque. Tuttavia mancano opere ed autori fondamentali. Il cinema delle minoranze etniche, innanzi tutto, e il suo massimo esponente, il curdo Bahman Ghobadi. Poi Panahi, che non ha mai sbagliato un film: potrebbero essere tutti in classifica. Qualcosa della famiglia Makhmalbaf, nonostante i tanti passi falsi, e nonostante l’abitudine a produrre in Iran ma girare all’estero. E qualche autore forse minore, ma comunque degno di maggiore visibilità.
Senza voler sostituire nulla, una classifica alternativa potrebbe essere:
 

4. Fireworks Wednesday – Asghar Farhadi
5. Story Undone – Hassan Yektapanah
10. Half Moon – Bahman Ghobadi

Questa graduatoria esclude i cortometraggi. E i film realizzati nell’anno 2000, considerato ultimo anno del secolo scorso. Da soli, questi ultimi, potrebbero costituire una validissima top 10 a sé stante. Del resto, eravamo ancora nell’età dell’oro.