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venerdì 5 aprile 2019

Tangsir, Amir Naderi (1973)



Da una storia realmente accaduta. Una donna ha come unica fonte di ricchezza un bue, che però impazzisce e viene involontariamente abbattuto da Zaer Muhammad (Behrouz Vossoughi), umile scavatore di pozzi. Per risarcirla, l'uomo insegue gli investitori disonesti - un consorzio di notabili - a cui, secondo usanza, aveva affidato i risparmi di una vita. 

Film ambientato nell'arido sud-ovest iraniano, da cui proviene lo stesso Amir Naderi che, al terzo lungometraggio, con "Tangisr" sceneggia e dirige l'opera che gli dà la grande notorietà in patria, grazie anche ai lauti finanziamenti di una produzione che gli consente di impiegare il colore e il Cinemascope. Base di partenza è il romanzo omonimo di Sadegh Choubak (oltre a un racconto di Rasoul Parvizi), secondo il connubio caratteristico della Nouvelle Vague iraniana tra un giovane regista e un affermato scrittore non allineato col regime dello scià. Ma è l'unica volta in tutta la carriera che Naderi adatta un soggetto non suo. I tangsirs, verso cui il protagonista rivendica appartenenza e gli antagonisti riversano sprezzo, sono gli abitanti di Bushehr, città sul Golfo Persico che ha dato i natali a Choubak.

Il divo Vossoughi, la cui fama al culmine gli consente di indirizzare il progetto contando più del produttore e del regista, interpreta il suo classico personaggio orgoglioso, che brama la giustizia e la raggiunge tramite la vendetta violenta.
Tuttavia l'individuo, maschio, provinciale, che insegue in solitudine e con tenacia il miraggio del denaro, prenderà le sembianze di tanti protagonisti, spesso adolescenti, dei film di Naderi. Lo stile del cineasta non è però ancora quello dei lavori più celebri a livello internazionale, caratterizzato da pochi dialoghi e un'espressività affidata alle immagini e al sonoro.
Resta vossoughiano l'approdo della vicenda, con i residenti del quartiere che, ribellandosi alle massime autorità locali, si uniscono a un eroe costretto a praticare il male per far trionfare le ragioni dell'uomo onesto, retto da principi incarnati nella tradizione.
Fatto sta che nella filmografia del regista si inscrive un'opera per lui atipica, nonché grossolana e manichea, che assume connotati rivoluzionari preludendo ai rivolgimenti che si apprestano ad investire il paese.




La locandina di "Tangsir" è mostrata dall'uomo anziano, nostalgico dei personaggi di Vossoughi, in "Tre volti" di Jafar Panahi.


Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando QUI.

giovedì 4 aprile 2019

Desiderium - Sooteh-Delan, Ali Hatami (1977)



Habib (Jamshid Mashayekhi), uomo devoto e virtuoso, gestisce un negozio che affitta posate per cerimonie. Vive con il fratellastro Majid (Behrouz Vossoughi), malato di mente. Dietro consiglio medico, per calmarlo Habid assolda la prostituta Aghdas (Shohreh Aghdashloo), di cui Majid si innamora fino a volerla sposare.

Dramma dolceamaro di contrasti, tra semplicità e complessità, purezza e corruzione, che sfocia in una storia d'amore impossibile tra due emarginati, pur indagando anche i sentimenti inappagati degli altri personaggi. Siamo sempre in ritardo, chiosa laconicamente Habib nell'ultima battuta delle straordinarie sequenze finali.

Molto efficace l'interpretazione di Vossoughi, in un personaggio puro e fragile, bulimico di film americani di cui scimmiotta gli eroi, lontanissimo dal suo ruolo abituale del 'duro'. Non comuni nemmeno le scene di seduzione con Aghdas, che colpiscono per la delicatezza con cui trasmettono sensualità.

Per la rivista "Film" è il terzo miglior film iraniano di sempre.

Shohreh Aghdashloo farà carriera negli Stati Uniti, ottenendo un Emmy e una nomination agli Oscar.


Recensione in memoria di Jamshid Mashayekhi, scomparso il 2 aprile 2019.




sabato 2 marzo 2019

Gheisar, Masoud Kimiai (1969)

Il 1969 segna di inizio della Nouvelle Vague iraniana, anticipata dai lavori pioneristici della casa di produzione di Ebrahim Golestan. Nel '69 escono da un lato "The Cow" di Dariush Mehrjui, che guarda più alle scuole europee, dall'altro "Gheisar" di Masoud Kimiai, che modernizza il tradizionale persiano tough-guy movie (film con protagonista il 'duro' del quartiere), sottogenere del commerciale filmfarsi.






La pellicola di Kimiai, tra le più importanti del cinema prerivoluzionario e tra i più grandi successi di sempre in Iran, ha la trama di un revenge movie fortemente intriso di connotazioni morali, intorno al tema dell'onore leso.

La giovane Fati si suicida dopo essere stata violentata e messa incinta da un uomo che si rifiuta di mantenere la promessa di sposarla. Suo fratello Faarman (Naser Malek Motiee), che dopo il pellegrinaggio alla Mecca non è più la testa calda di un tempo, si propone di vendicarla, ma viene ucciso dai parenti dello stupratore. Di ritorno da un viaggio di lavoro, l'altro fratello Gheisar (Behrouz Vossughi), nonostante la contrarietà della sua onesta e rispettabile famiglia, decide di eliminare, uno per uno, i tre responsabili degli eventi accaduti, anche a costo di rompere il fidanzamento con A'azam, la ragazza di cui è profondamente innamorato, in questo modo disonorandola.

L'ottima regia di Kimiai migliora una storia piuttosto convenzionale, soprattutto grazie ad alcune sequenze fortemente scenografiche, che corrispondono principalmente ai fatti di sangue. La prima vendetta di Gheisar si consuma sotto una doccia dei bagni termali pubblici; una chiara citazione di "Psyco", ma priva di commento musicale. La seconda è in una macelleria, con una similitudine esplicita. La terza è anticipata da un sottofinale significativo e altrettanto suggestivo e riuscito: dato l'addio ad A'azam, Gheisar rintraccerà la sua preda (in un deposito ferroviario in cui sarà braccato dalla polizia) grazie alla conturbante ballerina Soheyla (Shahrzad), che la notte prima dello scontro lo ospita a casa, dopo essersi esibita in un provocante numero di canto e danza, tipico del filmfarsi. La sequenza si conclude con il protagonista che pare non cedere alla seduzione, essendo concentrato su quanto lo attende il giorno dopo.




La chiave della popolarità del film sta senz'altro nella commistione tra la spettacolare drammaticità della vicenda e i valori conservatori incarnati dall'antieroe (il cui eloquente nome significa 'Cesare'), evoluzione della figura-tipo del luti, generoso coi poveri, i deboli e le donne, ma qui deciso a compiere atti criminali per amore e rispetto verso la propria famiglia; il 'duro', morso da dolore e rabbia, piange solo per sua madre, morta di crepacuore per le tragedie occorse.

Con "Gheisar" si afferma la stella di Behrouz Vossoughi, il divo più popolare della storia del cinema iraniano. Gli episodi di fanatismo nei suoi confronti sono quasi inimmaginabili per il pubblico occidentale. Ad esempio, a Tabriz la folla lo solleva e lo trasporta sulle braccia dall'hotel al cinema dove è proiettato il film.




I titoli di testa, che inquadrano i tatuaggi di un corpo muscoloso, raffiguranti personaggi ed episodi de "Il libro dei re" di  Ferdousi, sono a cura di Abbas Kiarostami, all'epoca grafico e non ancora regista.

All'uscita, il film divide la critica, comunque in prevalenza favorevole. Secondo i detrattori, lo stile di ripresa occidentaleggiante non si sposa con un contesto così esageratamente tradizionale. Nel 2009 la rivista "Film" inserisce "Gheisar" tra i migliori lungometraggi iraniani di sempre.
Infine, nel 2018 Vossoughi e Shahrzad vengono omaggiati da Jafar Panahi in "Tre Volti".  L'attrice è il terzo volto, quello nascosto; colei che oggi vive in Iran ma nei film non può nemmeno comparire.


I sottotitoli in italiano di "Gheisar" si possono scaricare cliccando qui.
















 







 


giovedì 29 novembre 2018

Tre volti, Jafar Panahi (2018)



Il primo volto è quello di una ragazza, Marzieh, a cui la famiglia ha proibito di frequentare l'accademia di recitazione a Teheran. Ha filmato il proprio suicidio col telefonino ed è misteriosamente riuscita a inoltrare il video messaggio via Telegram. Destinataria, l'attrice Behnaz Jafari, il secondo volto, conosciuto in tutto il paese grazie alle serie tv (in Italia si è vista in "Lavagne" di Samira Makhmalbaf). Sconvolta dalla visione, è già partita con Jafar Panahi, di notte, in automobile, verso la remota provincia dell'Azerbaijan Orientale, di cui Panahi è originario anche se, essendo 'solo' un regista cinematografico, in zona nessuno lo conosce. Il messaggio sarà autentico? O una messinscena, magari architettata dallo stesso regista?
Panahi fa l'ennesimo film sul cinema, ma il discrimine tra realtà e finzione lo interessa relativamente; l'enigma del video messaggio è risolto neanche a metà film. Il discorso è ben più articolato e si muove in direzioni inedite.


A differenza di "Taxi Teheran", che era alquanto autocelebrativo, "Tre volti" (Se rokh) è innanzi tutto un grande omaggio al mentore Abbas Kiarostami e al cinema che faceva negli anni 90; a quello sguardo, dal finestrino di un auto, capace di riflettere sulla morte. E sulla vita. Riaffiora "Il sapore della ciliegia" quando il film parla di suicidio, anche assistito (che Panahi, vedendo un toro agonizzante, ammette per gli anziani in difficoltà); o quando si vede una donna prepararsi all'aldilà adagiandosi in una fossa; o nel colore della terra che domina il paesaggio collinare. 

Ma si ritrova anche "Il vento ci porterà via", nel viaggio di un regista verso una zona remota del paese, con difficoltà a trovare campo per il cellulare, a indagare su questioni funebri e alla scoperta di usanze locali bizzarre, qui anche 'basse' (si parla, con un certo effetto imbarazzante, di cadaveri che defecano, di prepuzi sacri e propiziatori, dei genitali del suddetto toro). Per Panahi, è inoltre l'occasione di abbandonare l'amata Teheran (era capitato solo in "Closed Curtain") alla ricerca delle proprie radici nell'area di Mianeh, suo luogo natio secondo l'anagrafe, ma in realtà, come rivelato a Jean-Michel Frodon, luogo di provenienza della famiglia in cui suo padre ha voluto registrarlo.

(In una sequenza Jafar farfuglia qualcosa in azero, subito stoppato da un abitante del luogo, che gli chiede di procedere in persiano. Purtroppo questo dialogo è sparito nell'edizione italiana, a cura di Babak Karimi. Tuttavia la versione doppiata è preferibile, poiché il film fa largo uso di voce off - fuori campo - e diventa complicato leggere i sottotitoli senza perdere qualche dettaglio visivo).

Ma l'omaggio più toccante arriva dall'ultima sequenza, con Mazieh che insegue/'corteggia' Behnaz procedendo verso valle, ripresa in campo lunghissimo da una camera fissa posta a monte. La scena ricalca il finale di "Sotto gli ulivi", film in cui un giovane Panahi compariva nella parte di se stesso, assistente alla regia del maestro. 'Signor Panahi!', lo chiamavano nella pellicola del 1994. Nello stesso modo deferente si rivolge a lui Behnaz Jafari in "Tre volti".

Va detto che lo stile non è felice come quello di Kiarostami, il senso di costruito è maggiore, manca quella straordinaria abilità nel far recitare gli attori con naturalezza, nello scrivere dialoghi profondi nella loro quotidiana semplicità - cosa che all'allievo riesce solo a tratti - e nel comporre l'inquadratura. Però Panahi persegue anche altri obiettivi, coerenti con la propria poetica. La riflessione si allarga infatti alla difficoltà di fare cinema in Iran, e a un interessante excursus storico, che culmina con due evocazioni del cinema prerivoluzionario, a confronto con il presente.* E il discorso si intreccia con la questione femminile, da sempre cara all'autore, che qui evidenzia maggiormente le dinamiche patriarcali.



Il passato ritorna, da un lato, nel personaggio di Shahrzad, il terzo volto, che non ci è dato vedere. La donna recitava e ballava nei film commerciali del genere cosiddetto filmfarsi, messo poi al bando in epoca khomeinista. L'ostracismo verso gli attori dell'epoca, specie di quei film 'peccaminosi', le impedisce di lavorare e l'ha portata a isolarsi nella propria abitazione modesta, consolandosi solo, di nascosto, con la pittura e con la poesia. Ma lo stigma della comunità è subito anche dalla giovane Marzieh, il mestiere dell'attore è ancora percepito, nelle piccole località rurali, come una devianza da scongiurare. Le tre donne giungono anche a un momento di confronto nella casa di Sharzad, ma la macchina da presa non le disturba e rimane all'esterno, nell'abitacolo dell'auto di Panahi.

Dall'altro lato, un anziano signore ha ancora un modello di riferimento: l'attore Behrouz Vossoughi, celeberrimo in patria, con i suoi personaggi virili che, dalla fine degli anni 60, hanno guidato il cinema iraniano nel passaggio dal filmfarsi (e dal sottogenere del 'tough guy', 'il duro') alla Nuovelle Vague, dal cinema di genere a quello d'autore. L'uomo conserva ancora la locandina di "Tangsir", opera giovanile di Amir Naderi (che ha diretto anche Shahrzad in "Tangna", mentre la coppia Vossoughi-Shahrzad compare in "Gheisar" di Masoud Kimiai, uno dei più grandi successi della storia in Persia). Vuole che Panahi consegni al divo un particolare messaggio con dono... Ma Vossoughi non può tornare in Iran, mentre Panahi non può uscire dal paese!



Quanto agli ostacoli di oggi, e ai cambiamenti intercorsi, non deve sfuggire l'accenno al ruolo della tecnologia e dei nuovi media, che non solo consentono agli aspiranti artisti di trovare espedienti per diffondere la propria voce, e realizzare video di qualità professionale, ma anche allo stesso Panahi di continuare a fare film in clandestinità; in questo caso, utilizzando una videocamera molto flessibile inviatagli da sua figlia, che risiede in Francia. Alla Jafari che si dispera per aver abbandonato il set ('della signora Hekhmat': verosimilmente questo film) per inseguire Marzieh, il nostro risponde che dalle difficolà può nascere qualcosa di positivo.
Certo, in queste condizioni, i film di Panahi denotano spesso una presenza ingombrante del loro artefice; ma non è detto che non sia una precisa scelta espressiva e che verrebbe abbandonata una volta ottenuto il nulla osta delle autorità. In ogni caso, la sua riflessione acquisisce di volta in volta maggiore complessità, e merita di essere seguita.

"Tre volti" ha vinto il Premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 71. Contrariamente  a quanto era  avvenuto  per "Taxi Teheran", in  cui  il  nome  dei collaboratori  non  appariva  nei  titoli  di  coda,  questa  volta  c'è  il  cast  tecnico  al  completo. Forse il clima in Iran sta cambiando, e la questione Panahi è in via di risoluzione.


*Continua dunque la rinnovata attenzione verso il cinema iraniano degli anni 60 e 70, che avevamo già rilevato in film come "Il cliente" e "A Dragon Arrives!"

mercoledì 28 giugno 2017

Tehran Noir: intervista a Ehsan Khoshbakht

Il curatore della rassegna su Samuel Khachikian, nonché uno dei più importanti programmatori di film iraniani, noti o sconosciuti che siano, nei festival mondiali. Abbiamo incontrato Ehsan Khoshbakht al Cinema Ritrovato di Bologna e gli abbiamo fatto alcune domande in aggiunta a quanto emerso nell'incontro sul regista. 


Ehsan Khoshbakht

Chi è Samuel Khachikian, in poche parole?

È un regista estremamente popolare in Iran negli anni 50, 60, 70 che reinventa i generi di Hollywood, in particolare noir, thriller, horror, crime. Non fa cinema d'autore, ma il pubblico va a vedere i film per il suo nome, non per quello degli attori.
La cosa strana è che i suoi film spariscono negli anni dopo la Rivoluzione, perché il canone imposto dalla censura cambia, ad esempio per quanto concerne il modo di filmare le donne.

Khachikian lavora già dagli anni 50. Si può dire che il suo lavoro influenzi i film di genere realizzati dagli alfieri della Nouvelle Vague iraniana nei due decenni successivi: i film con Behrouz Vossougui, quelli diretti da Masoud Kimiai, o i primi di Amir Naderi...?

Assolutamente sì, sono tutte personalità che hanno collaborato alla realizzazione dei suoi film, da lui hanno imparato molto. Li ha scoperti, gli ha dato la possibilità di diventare qualcuno. Vossoughi recita in due delle pellicole più celebri, una di queste ha anche una specie di distribuzione italiana con il titolo "Arrivederci Teheran".  Naderi lavora con lui come fotografo di scena. Un altro collaboratore è Khosrow Haritash, suo assistente. Tutto questo un paio di anni prima che diano vita alla Nouvelle Vague iraniana.





Immaginiamo che invece i registi iraniani più noti in Occidente non ne subiscano l'influsso

Direi proprio di no. Per le influenze su questi autori dobbiamo tornare i film del Cinema Ritrovato 2016. Come dicevo, i film di Khachikian a un certo punto spariscono. Fortunati sono gli spettatori di Bologna che ora possono vederli.

Crede che si possano individuare degli omologhi occidentali di Khachikian? Forse Jesus Franco o Roger Corman?

No, quella di Khachikian è un'esperienza diversa. Franco fa pura exploitation. Khachikian è interessato a raccontare storie, non mostra tette e culi, è molto riservato in questo. Stiamo parlando di un cristiano che fa film per musulmani e sta molto attento a raggiungere le masse, riuscendoci. Riusciva a parlare alle masse di un paese a grande maggioranza musulmana! Franco e Corman sono due artigiani di talento, ma quella di Khachikian è una storia diversa dalle loro. Forse quella di Corman si può in parte accostare, ma solo nel senso che il suo laboratorio diventa un'università per registi come Scorsese o Bogdanovich. È anche vero che noi ci siamo concentrati sull'età del loro del cinema di Khachikian. Con il declino farà anche lui exploitation: film di lotta e altri generi di serie z. Tuttavia i registi occidentali a cui possiamo accostarlo sono soprattutto Robert Siodmak e Fritz Lang.



mercoledì 21 giugno 2017

I migliori film iraniani... per la critica iraniana

La rivista iraniana "Film" ha interrogato una serie di esperti, chiedendo quale fosse per loro il miglior film iraniano di sempre. O meglio il loro 'film della vita'. Non sappiamo esattamente a quando risalga il sondaggio, ma annovera una pellicola del 2009, per cui è abbastanza recente. Secondo Wikipedia, è proprio del 2009. Il risultato spiazza chiunque non sia conscio del fatto che i film acclamati a livello internazionale non sempre sono gli stessi amati in patria. Dominano, tra le opere antecedenti la Rivoluzione, quelle interpretate dalla super star locale Behrouz Vossoughi. Per la cronaca, lo stesso quesito è stato posto per i film stranieri. Il più votato? "La donna che visse due volte".


La locandina del vincitore

Ecco la classifica:

1 The Deer (Masoud Kimiai, 1974)
2 Bashù il piccolo straniero (Bahran Beizai, 1989) 
3 Desiderium - Sooteh-Delan (Ali Hatami, 1978)
4 About Elly (Asghar Farhadi, 2009) 
5 Hamoun (Dariush Mehrjui, 1990) 
6 Tangna (Amir Naderi, 1973) 
7 The Cow (Dariush Mehrjoui, 1969)
8 Captain Khorshid (Naser Taghvai, 1987)
9 Once Upon a Time, Cinema (Mohsen Makhmalbaf, 1992)
10 Tranquility in the Presence of Others (Naser Taghvai, 1973)
11 The Beehive (Fereydun Gole, 1975)
12 Gheisar (Masoud Kimiai, 1969)
13 Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1965)
14 Il corridore (Amir Naderi, 1984)
15 The Tenants (Dariush Mehrjui, 1986)
16 To Be or not to Be (Kianoush Ayari, 1998)
17 Sotto gli ulivi (Abbas Kiarostami, 1994)
18 Ragbar (Bahram Beizai, 1972)
19 Dov'è la casa del mio amico (Abbas Kiarostami, 1987)
20 Il sapore della ciliegia (Abbas Kiarostami, 1997)


Consiglio: per una classifica che ci faccia sembrare meno ignoranti, possiamo tornare in Occidente e affidarci alla top 15 del sito Taste of Cinema:
http://www.tasteofcinema.com/2014/15-essential-iranian-films/






giovedì 1 dicembre 2016

Acqua, vento e sabbia, Amir Naderi (1989)

Nel 1989, all'ultimo film nella terra natia – ultimo per ora e per sempre, visto che sostiene non si debba mai tornare indietro, nella vita – il quarantatreenne Amir Naderi prosegue il percorso cominciato quattro anni prima con il film 'gemello' "Il corridore" (1985) verso un cinema fortemente improntato su rumori e luoghi e pochissimo sui dialoghi, che mette l'uomo, più spesso l'adolescente, di fronte agli elementi della natura e alle proprie necessità primarie, collocandolo in realtà estreme per esasperarne gli sforzi di adattamento. Con evidenti echi autobiografici. Un linguaggio avanzatissimo (ancora oggi), che sarà proprio di tutto il suo cinema a venire, compreso il recente "Monte", girato in Italia e uscito da poco nelle nostre sale.





La personale nouvelle vague di un autore già affermato


Prima di addentrarci in "Acqua, vento e sabbia" facciamo un passo indietro. Amir Naderi cresce, orfano, con la zia nella città industriale di Abadan, nel sud dell'Iran. Abbandona prestissimo gli studi ed è costretto in tenera età a lavorare. La sua formazione intellettuale è costituita quasi esclusivamente dalla visione famelica di una miriade di film.

Quando debutta come regista, ottiene presto un vasto successo con film di genere e di taglio politico ambientati nella capitale Teheran. Con "Tangsir" scrittura Behrouz Vossoughi, massima celebrità a queste latitudini. Sono gli anni 70 e il giovane Naderi è già, con Masoud Kimiai, il più importante regista del paese, almeno in questa fase. Gli sconvolgimenti portati dalla fine del decennio e dall'incedere di quello nuovo (rivoluzione teocratica, "guerra imposta" con l'Iraq), sono raccontati da Naderi in due documentari (“Search I”, 1980 e “Search II”, 1981) preceduti da un primo tentativo di emigrazione negli Usa (“Made in Iran, Made in America”, 1978).


(Tutto ciò, e tutto il resto della sua produzione giovanile è pressoché introvabile, anche con sottotitoli in inglese. Care cineteche e case di distribuzione, non vogliamo porre rimedio, data l'importanza dell'autore?)





La svolta del 1985 è radicale: "Il corridore" segna l'approdo al nuovo linguaggio. "Acqua, vento e sabbia" ne prosegue il discorso stilistico e tematico. Il giovane attore protagonista  è lo stesso impiegato nel film precedente (non ne farà altri): Majid Nirumand. Il personaggio non ha nome. La sua voice over ci dice che, lasciato il lavoro, sta tornando al paese natale, in mezzo al deserto, per aiutare la famiglia, che però si è spostata a causa del prosciugamento del lago, mentre il borgo è pressoché sparito. Affidata ad abitanti locali la capra che aveva portato come omaggio, il Nostro parte alla ricerca dei suoi cari.

Il vento non smette di spirare neanche per un istante, la sabbia del deserto ostacola incessantemente il protagonista. Lo spettatore è immerso in un costante sottofondo sensoriale, per cui la visione e l'ascolto sono disturbati senza soluzione di continuità, dall'inizio alla fine. All'interno di una apparente compattezza stilistica, Naderi sfoggia un ampio repertorio tecnico: scala dei piani sfruttata in tutte le potenzialità, raccordi sull'asse e falsi raccordi, movimenti di macchina, ralenti, addirittura replay, per cui un film apparentemente statico cela innumerevoli modalità differenti di racconto; allo stesso modo l'esile trama principale nasconde capitoli autoconclusivi.

Ciò che emerge è un'umanità provata. Che però spesso solidarizza, come chi offre indicazioni, cibo, rifugio sotto le tende al nostro eroe; come quest'ultimo che, approdato a una delle rare fonti, condivide l'acqua con un motociclista. Ma c'è anche chi spreca la risorsa più preziosa lavando l'automobile, c'è il momento in cui il Nostro spera che di un bebè abbandonato si occupi qualcun altro (mentre al contrario dà da mangiare alle vacche, o corre disperato per portare alla sorgente due pesci fuoriusciti da una boccia rotta: gesto enfatizzarto da ralenti e commento musicale). Niente manicheismi né banalizzazioni, solo la complessa realtà di un mondo sfaccettato, in cui uomini e animali condividono la stessa sorte.


Agonia e miracoli in un mondo allo stremo


Alla ricerca di aiuto per un uomo quasi sepolto dalla sabbia, il protagonista si perde in una regione impervia e totalmente arida. Comincia a scavare con foga - immortalato da memorabili contre-plongée - ma con sempre meno forze, alla disperata ricerca di acqua. È l'ultima parte, magistrale e definitiva; l'archetipo dell'uomo solitario innanzi allo spettro della morte; alternato, in un montaggio alla Ejzenstejn, a sequenze in cui cani si contendono una carogna, e a immagini di teschi, ossi e carcasse. Finché il protagonista, sfinito, trova chissà dove le energie per scavare con violenza: segnale che anticipa il miracolo vero e proprio: un'inondazione, accompagnata dalla Quinta Sinfonia di Beethoven.



Quanto c'è di allegorico, in un racconto che ha un qualcosa di biblico? Di sicuro non possiamo parlare di realismo tout-court, visto il finale. La riflessione sulle sorti del pianeta pare evidente, tra scarsità di risorse, lotta per accaparrarsele, sprechi, cooperazione, ma in ultima istanza fiducia in Dio.

Tuttavia l'aspetto autobiografico è senz'altro preponderante, dato che stiamo parlando di un cineasta che sceglie di chiudere con questo film l'attività in patria, e di proseguire in giro per il mondo (con base negli Stati Uniti) l'indagine sui limiti dell'uomo. Sappiamo dalle sue dichiarazioni che non è una scelta causata da fattori politici, per cui possiamo scartare l'ipotesi di lettura di questo film come di una metafora dell'Iran, ridotto allo stremo dalla guerra e dagli ayatollah.

“Acqua, vento e sabbia” rappresenta invece, senza ombra di dubbio, la ricerca dell'essere umano, ma soprattutto dell'uomo Amir Naderi, di un senso della propria esistenza; un percorso che parte dalla necessità materiale di sopravvivere (tema ricorrente in altri suoi film è il bisogno di denaro). In un mondo arido, la fatica dell'emigrante che, lontano dagli affetti, può contare quasi soltanto sulle proprie forze. Miracoli a parte.