domenica 10 novembre 2019

Libro: Il cinema persiano, Natalia L. Tornesello (2003)

Pubblicato nel 2003, aggiornato all'indomani del successo post-11 settembre di "Viaggio a Kandahar" e ai film del 2001, "Il cinema persiano" di Natalia Tornesello è uno di dei testi che, per gli appassionati, vale la pena avere: si tratta infatti dell'unico compendio sistematico di storia del cinema iraniano disponibile in italiano, ma anche di uno dei pochi al mondo.




L'autrice è docente di lingua e letteratura persiana. Non è dunque una specialista di cinema ma, conoscendo l'idioma e la società iraniani, può attingere dalla bibliografia dei maggiori esperti, reperire film in edizione originale, captare riferimenti alla cultura locale. Cosa che non accade per i diversi autori italiani che hanno pubblicato studi sui principali registi.

Ne esce un catalogo esaustivo e  alquanto affidabile - pur con qualche errore nella parte finale -, in cui trova ampio spazio l'interessantissima e meno nota storia del cinema pre-rivoluzionario, dai pionieri al boom dell'industria nel dopoguerra.

Di ogni film è riportata una sinossi, si tengono sempre in conto anche i cambiamenti del paese, mentre meno spazio hanno aspetti stilistici o produttivi, specie per gli anni recenti. L'annoso tema della censura e della sua evoluzione è ben spiegato. Grandi assenti gli attori: non viene nominato neanche un divo del filmfarsi. Stessa sorte per le altre maestranze.

Interessanti le tre sezioni tematiche. Quella sull'infanzia è pressoché obbligata, è anzi strano che ne manchi una sul metacinema. Preziosa e sorprendente (non se si pensa alla biografia dell'autrice) è quella su cinema e letteratura, nel suo sviluppo dai tempi della Nouvelle vague al post-Rivoluzione islamica. Ma è forse la terza, sulle donne, la più significativa: dati alla mano, viene pesata la presenza femminile dietro la macchina da presa nel corso del tempo, smontando sia i pregiudizi di chi crede che il cinema nell'Iran contemporaneo sia un fatto maschile, sia chi sovrastima il numero di donne registe a causa della visibilità internazionale di alcune di loro.

Utili indici e bibliografia, belle le foto in appendice. "Il cinema persiano" è il miglior primo approccio per chi abbia voglia di conoscere non superficialmente la materia.

martedì 5 novembre 2019

Artisti del cinema protestano contro censura, mancanza di protezione e denaro sospetto

In uno degli attacchi più espliciti alla censura in Iran, oltre 200 attivisti iraniani dell'industria cinematografica hanno protestato contro gli ostacoli alla loro professione, incluse la severa censura e l'incapacità del governo di rispettare le sue stesse regole di licenza di fronte all'intervento di autorità non governative


Un lavoratore rimuove il poster di The Parental House, messo al bando dopo 
la proiezione del 29 ottobre 2019

.
"Deploriamo la politica di inquisizione della forma e del contenuto dei film, in qualsiasi contesto", hanno affermato gli artisti cinematografici iraniani nella loro dichiarazione in dieci punti, aggiungendo che richiedono libertà di pensiero ed espressione.

La dichiarazione, pubblicata sabato 2 novembre, afferma: "Noi, la gente del cinema, siamo un gruppo di registi, sceneggiatori, produttori, attori e attrici la cui professione è stata attaccata e danneggiata per anni".

Quasi tutte le figure di spicco del cinema iraniano, tra cui il vincitore dell'Oscar Asghar Farhadi, l’acclamato a livello internazionale Jafar Panahi , Mohammad Rasoulof e Bahman Ghobadi, così come i veterani cineasti Nasser Taghvai, Rakhshan Bani Etemad e il leggendario e acclamato dalla critica regista cinematografico e teatrale Bahram Beizai, sono tra i firmatari della dichiarazione. 
[Tra gli altri nomi, Niki Karimi, Parviz Kimiavi, Varuz Karim Massihi, Manijah Hekmat, Ahmad Talebinejad e Amir Shahab Razavian n.d.t]

La "sicurezza del lavoro" è una delle principali preoccupazioni. "Molti cineasti sono stati incarcerati e gli è proibito lasciare il paese solo per aver diretto film critici", afferma la dichiarazione, aggiungendo: "L'evidente discriminazione nell'assegnazione dei progetti, così come la censura e la soppressione della libertà di espressione hanno costretto diversi cineasti e star a un’emigrazione non desiderata".

Nel frattempo, i cineasti si sono lamentati dei numerosi centri incaricati di controllare le loro opere, mentre i “pirati” sono liberi di far circolare i loro film senza pagare i diritti d'autore.

La scorsa settimana, il film "The Paternal House", diretto dal veterano regista Kianoush Ayyari, è stato proiettato dopo un decennio di fermo da parte dell'autorità di censura. Tuttavia, nel giro di pochi giorni, il film è stato nuovamente bandito a seguito di un ordine emesso dal procuratore generale della Repubblica islamica.

Una scena di The Parental House


I cineasti hanno specificamente protestato per le "barriere omicide" che incontrano ogni volta che chiedono una licenza per proiettare le loro opere.

Nessuno dei membri del consiglio che rilascia licenze per la proiezione di film in Iran ha finora reagito alla dichiarazione.

Negli ultimi anni, i comandanti del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) hanno intrapreso una manovra strisciante per dominare l'industria cinematografica iraniana.

Tuttavia, molti critici insistono sul fatto che i film prodotti dall'IRGC e le persone ad esso collegate, sono principalmente film "banali" realizzati a fini di "propaganda" e perseguono "fini politici".

Senza nominare il potente IRGC, la dichiarazione afferma che il governo e "certi" organismi stanno supportando film "particolari" attraverso investimenti sospetti.

Inoltre, Ghafouri Azar afferma che, per la prima volta, i cineasti affiliati all'ufficio del leader supremo della Repubblica islamica, l'Ayatollah Ali Khamenei, incluso Rouhollah Hejazi, si sono uniti ai registi dissidenti come il pluripremiato Jafar Panahi e il regista auto-esiliato Bahram Beizai, per protestare contro la censura e i severi controlli sull'industria cinematografica iraniana.

Nel frattempo, per ragioni sconosciute, due registi veterani, Dariush Mehrjui e Masoud Kimai, hanno preferito non firmare la dichiarazione.

La dichiarazione è stata pubblicata in un momento in cui la House of Cinema, controllata dal governo, ha scritto una lettera al capo della magistratura della Repubblica islamica, il chierico intransigente Ebrahim Raeesi, chiedendo un’udienza.

Raeesi, sfidante senza successo del presidente in carica Hassan Rouhani nelle elezioni presidenziali del 2017, sta tra le altre cose assumendo un ruolo di arbitro di cassazione nelle controversie industriali e sindacali.


Fonte:
Traduzione: Cinema Iraniano blog

domenica 13 ottobre 2019

Sly, Kamal Tabrizi (2018)

Una commedia iraniana di qualità, ad essere onesti, non è così frequente, specie se di taglio satirico. Accade con "Sly", film che riecheggia sin dal titolo un altro bell'esempio firmato dallo stesso regista Kamal Tabrizi: "The Lizard", in persiano Marmoulak, mentre "Sly" è Marmouz.



La lucertola del film del 2004 è un evaso che si traveste da mullah, con effetti comici destabilizzanti, che portano la pellicola alla censura ma anche a una vastissima popolarità: Tabrizi realizza l'anno seguente un video a sostegno della campagna presidenziale dell'ayatollah Rasfanjani con esiti controproducenti, poiché il pubblico associa il filmato alla precedente satira del clero.

Il camaleonte del film del 2018, interpretato da un attore in rampa di lancio come Hamed Behdad, è Ghodratollah Samadi, uno scalcagnato politico reazionario che sogna di approdare al Majles, il parlamento iraniano, e che acquisisce celebrità per caso grazie a un episodio controverso. In comune con l'opera precedente c'è il risultato trionfale al botteghino ma non la censura, visti il mutato clima politico e il bersaglio: il protagonista è chiaramente ispirato all'ex presidente Ahmadinejad, ormai caduto in disgrazia, i cui tentativi di ritornare in auge sono stati fallimentari. Anche il citare i monarchici in esilio, che Samadi incontra in Turchia, non sembra più un tabù, e la ministeriale Farabi Film Foundation sta facendo circolare "Sly" anche all'estero, per il momento in rassegne. In Italia si è visto a Roma.

Alla berlina c'è soprattutto la cultura ultraconservatrice, la retorica e i metodi di chi sbraita contro i prezzolati dal grande satana americano e contro i liberali, di chi si fregia dell'appellativo di haji (colui che ha assolto il dovere del pellegrinaggio alla Mecca), ma si arroga il diritto di usare violenza sostituendosi ai basij (la polizia morale). Ma Tabrizi non risparmia frecciate neanche al trasformismo dei politici di altro colore, né a tanti tic della società civile nel suo complesso (dalla chirurgia estetica, alla barba lunga) e alla volatilità dell'opinione pubblica. Ne esce uno spaccato intelligente e spassoso, sebbene non troppo profondo. Chissà che non trovi una distribuzione regolare anche nelle nostre sale.






giovedì 3 ottobre 2019

Libro: Conversations With Kiarostami, di Godfrey Cheshire (2019). Intervista all'autore

Nella vasta bibliografia dedicata al più studiato dei registi iraniani, una delle migliori uscite di sempre, che speriamo venga tradotta in italiano. Una lunga conversazione che ripercorre, film dopo film, compresi i più rari e invisibili, tutta la filmografia di Abbas Kiarostami fino a "Il vento ci porterà via" (1999). Il regista getta nuova luce sulla propria opera, svelando una miriade di aneddoti e segreti di lavorazione, incalzato dalle argute domande di un critico competente e attento. 

Veterano della critica cinematografica americana, autore per New York Times, Variety, Film Comment, The Village Voice, Interview, Cineaste, Godfrey Cheshire ha gentilmente concesso questa intervista al blog.




Lei è un critico molto importante, ed è uno dei principali divulgatori del cinema iraniano negli USA. Qual è stato il suo primo impatto con il cinema di Abbas Kiarostami?

Ho incontrato per la prima volta il cinema iraniano quando la rivista "Film Comment" mi ha chiesto di coprire il primo festival di film iraniani post-rivoluzionari che si è svolto a New York, nell'autunno del 1992. Anche se cerco sempre di tenermi informato sul cinema internazionale, non ero al corrente di una qualche attività significativa in Iran, quindi sono rimasto completamente stupito dalla qualità dei lavori che ho visto in quel festival: il numero di registi affermati e di film eccellenti. A quel tempo Kiarostami non era considerato dagli iraniani il loro regista più grande, ma sono rimasto particolarmente colpito dalla sua opera. Ho considerato il suo "Close-Up" uno dei film più incredibili che avessi mai visto, e mi sono piaciuti molto anche "Dov'è la casa del mio amico" e "E la vita continua"..


Lei suddivide, con molto acume, la carriera di Kiarostami in tre periodi di circa 15 anni l'uno. Ce li può riassumere?

Chiamo il primo periodo "Kanun". Il Kanun è l'istituto in cui Kiarostami ha lavorato, il Centro per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti. È il periodo di prima che diventasse noto fuori dall'Iran. Corre tra il 1970 e il 1985 e comprende numerosi cortometraggi e mediometraggi oltre a due lungometraggi drammatici, "Il viaggiatore" e "The report" e al documentario "Gli alunni della prima classe".

Il secondo periodo, il periodo "Capolavori", va dal 1986 al 1999 e comprende i sette film che hanno reso Kiarostami famoso nel mondo: "Dov'è la casa del mio amico", "Compiti a casa", "Close-Up", "E la vita continua", "Sotto gli ulivi", "Il sapore della ciliegia" , "Il vento ci porterà via".

Il terzo periodo, che va dal 2000 fino alla sua morte nel 2016, lo definisco il periodo "Sperimentale". Include film drammatici digitali a basso budget, cortometraggi e documentari; film come "Five", "Shirin" e "24 Frames" che meritano di essere classificati come sperimentali; e due lungometraggi di sceneggiatura realizzati fuori dall'Iran, "Copia conforme" e "Qualcuno da amare".


Tra i suoi film preferiti c'è "L'abito di nozze", che non è uno dei più famosi. Ci spiega l'importanza e la bellezza di questo film?



"L'abito di nozze", un film di un'ora che Kiarostami ha realizzato a metà degli anni '70, è una commedia su due adolescenti che vogliono prendere in prestito un abito da un ragazzo che lavora da un sarto. Ha un sacco di umorismo, astuta osservazione sociale, psicologia interessante, persino un po' di suspense. Rappresenta i punti di forza del lavoro di Kiarostami nel periodo "Kanun" che porterà alla svolta internazionale di "Dov'è la casa del mio amico".


4) Ha avuto modo di chiacchierare con Kiarostami anche in merito ai film del terzo periodo? Ci sarà un 'Convesrations Vol. 2'?

Sfortunatamente no. Sono rimasto in contatto con Kiarostami ma non ho più interviste dopo il 1999. Tuttavia, molti dei pezzi che ho scritto sul suo lavoro, incluso il periodo "Sperimentale", saranno nel mio prossimo libro, "In the Time of Kiarostami: Writings on Iranian Cinema", che spero uscirà il prossimo anno.






martedì 1 ottobre 2019

Nel museo del cinema di Teheran

Caro diario, 
finalmente sono riuscito a coronare il sogno di visitare innanzi tutto l'Iran, e con esso il Museo del cinema di Teheran, una tappa per me assolutamente obbligata. 

Si tratta di un museo vecchia maniera, diverso dai moderni e interattivi musei del cinema italiani. 
Tralascio il bel palazzo qagiaro con annesso giardino in cui è collocato e comincio subito a parlare di settima arte.

Sul cancello d'ingresso vedo affisse le locandine dei nuovi film di Nima Javidi e Alireza Raisian, oltre che di "Just 6.5". Forse non proiettano più classici, ma solo prime visioni? Non saprei; non parlando persiano, reperire alcune informazioni è per me complicato; in ogni caso preferisco godermi la visita senza pormi troppi quesiti.

Addentrandomi nel cortile mi accoglie il faccione di Ezatollah Entezami, il grande attore scomparso l'anno scorso. Scopro essere stato tra i fondatori del museo. E infatti lo si ritrova ovunque, è la vera superstar del luogo, celebrata anche con una statua di cera. Sarà anche perché ha interpretato lo scià qagiaro innamorato del cinematografo in "Once Upon a Time, Cinema" di Mohsen Makhmalbaf?





All'interno del palazzo, leggo le schede informative e mi accorgo subito di una cantonata, talmente colossale che mi sorge il dubbio di aver sempre avuto informazioni sbagliate sulla nascita del cinema in Persia: il primo film "Abi and Rabi" viene datato 1900 anziché 1930. In realtà si tratta di un refuso, tanto che poco più avanti si trova la locandina del film, con la targa questa volta corretta.




Le due sale principali ospitano le bacheche dedicate ai singoli artisti. La prima sala ha appese locandine di grandi classici non esportati (diciamo così). Chiedo a un'addetta quale sia il titolo internazionale di un film che non riconosco, lei telefona a qualcuno, poi su un pc me lo mostra: "Tranquillity in the Presence of Others". Annuisco e le dico il nome del regista: Naser Taghvai. Lei spalanca gli occhi stupefatta, ma in realtà ha chiesto il titolo di un'altra locandina, che io avevo scambiato per "The Pear Tree" di Dariush Mehrjui:






Ora pertanto rimango con il mistero: di che film è questa locandina che ho fotografato, che pur mi dice qualcosa? Potrei scoprirlo abbastanza facilmente, ma i misteri mi piacciono, per cui non indagherò. Tu lo sai, caro diario?



Tornando alle bacheche, lo spazio si basa fondamentalmente sulla generosità degli artisti, che hanno donato i premi ricevuti (davvero tanti in festival italiani!) e altro materiale. Questo crea la sovraesposizione di nomi poco rilevanti e l'esclusione da questa sezione principale di maestri come Bahram Beizai. Scelta probabilmente obbligata, nondimeno discutibile.

Caso vuole che l'artista più generoso abbia creato una bella contraddizione: è normale, diario, che un cineasta a cui è proibito girare film venga celebrato nel museo nazionale del paese che glielo impedisce? Ebbene sì, Jafar Panahi ha donato tutti i premi più importanti della prima parte della carriera, compreso il Leone d'oro per "Il cerchio", ha uno degli spazi più ampi e, addirittura, la sua scheda cita tra i film più importanti "Taxi Teheran", girato illegalmente, in violazione della sentenza che lo ha condannato!



Già ai tempi del processo, il cineasta nell'arringa aveva evidenziato il paradosso: lo spazio concesso ai premi di Jafar Panahi al Museo del Cinema di Teheran è molto più grande della cella della sua prigione.


C'è poi chi ha donato nientemeno che la Palma d'oro, invero l'unico iraniano ad averla vinta:



L'esposizione non è invece aggiornata ai trionfi di Asghar Farhadi.

Caro diario, se ti interessa una panoramica completa di questa sezione, ho fatto un filmino per te:





Le altre sezioni, al piano di sotto, sono molto più modeste e riguardano il cinema di guerra, i bambini attori, e le sagome cartonate di tanti protagonisti della nostra cinematografia preferita.
Nel complesso, il museo si visita in un quarto d'ora... io ci sto più di un'ora e mezza!

Uscendo, vado alla ricerca del 'famoso', segnalatomi sia da amici che dalla Lonely Planet, rivenditore di film rari e di gadget. Chissà che non trovi "Tangna" di Amir Naderi o "The Beehive" di  Fereydun Gole con sottotitoli in inglese, o i primi cortometraggi di Panahi, anche senza sottotitoli. L'unico negozio che vedo, però, vende libri. Chiedo se hanno qualche locandina. Risposta... sì, di "Harry Potter"!

Rinuncio a proseguire la ricerca e, dolorante alla schiena, mi concedo un paio degli ottimi cocktail alla frutta del bar del museo. È stata una visita giunta al termine di una giornata stancante. Però ne è valsa la pena.






















mercoledì 4 settembre 2019

Just 6.5, Saeed Roustayi (2019)

Samad (Peyman Moaadi), sergente della squadra narcotici della polizia, è sulle tracce di un boss della droga, Nasser Khakzad (Navid Mohammadzadeh). Dopo varie operazioni, riesce a rintracciarlo nel suo attico, dove l’uomo ha tentato il suicidio. Sopravvissuto, Nasser attraversa tutte le fasi del procedimento legale. Per il suo reato è prevista la pena di morte. 



Il giovane regista riprende un tema del precedente "Life+1Day", schierando nuovamente la collaudata coppia di attori protagonisti, per altro avvezzi a ruoli simili, ma spostando nella prima parte il punto di vista dai criminali alle più edificanti forze dell'ordine. Tuttavia i poliziotti impiegano metodi scorretti e celano un passato controverso. Nel prosieguo del film, l'attenzione si sposta invece sul trafficante.

Metà poliziesco metà dramma carcerario, "Just 6.5" (Metri Shesh Va Nim) si interroga sul motivo per cui i tossicodipendenti in Iran siano giunti alla cifra esorbitante dei milioni indicati nel titolo, nonostante i metodi ferocemente repressivi, dei quali l'impiccagione è solo la tappa finale: impressionano gli ammassamenti di decine di uomini in un'unica, soffocante stanza di reclusione, in attesa del processo. L'autore solletica però il gusto per lo spettacolo del fruitore e gli consegna un film concitato, urlato, recitato sopra le righe anche da un talento come Mohammadzadeh, che questa volta offre un'interpretazione accademica di maniera. E se gli elementi narrativi spiazzanti che intervengono per tentare di aggiungere complessità, come nelle opere Asghar Farhadi, creano più che altro confusione, il finale con la famiglia del condannato riunita ha un che di conservatore.

Non è un caso che l'attrice e cineasta Mania Akbari si sia schierata contro la scelta di presentare "Just 6.5", un film in patria campione di incassi, pluripremiato e rappresentativo di certo cinema popolare, alla mostra di Venezia - sezione Orizzonti.
La sua motivazione ne rigetta in apparenza il taglio sociale, in realtà lo smaschera come moralistico. Questa è la traduzione del suo post di Facebook: 




Addio Mostra del Cinema di Venezia! Non andare in Iran a mangiare kebab e scegliere film davvero commerciali, sponsorizzati da enormi quantità di soldi del petrolio. Onestamente negli ultimi 5 anni il Festival del Cinema di Venezia ha scelto il brutto cinema iraniano, esoticizzante, che giudica la società e la cultura e i poveri nelle città o in prigione, che combattono senza sosta, picchiano, uccidono e imprecano. Film ambientati nelle carceri o nelle abitazioni della classe operaia, con soggetti superficiali e overacting! Alberto Barbera [direttore della Mostra] crede di conoscere il cinema iraniano. Devo dirgli che mi dispiace che stia distruggendo l'approccio riflessivo con un'attenzione di tipo diverso sull'Iran...  e per favore non mangiare Kebab e cipolla in Iran per poi sostenere il cattivo cinema.


lunedì 2 settembre 2019

Beautiful City, Asghar Farhadi (2004)


Scontata la pena in riformatorio, il ladro A'la ha una missione: salvare dall'impiccagione l'amico Akbar, che due anni prima ha ucciso la sua ragazza e che, appena compiuti diciott'anni, è stato trasferito nel braccio della morte. Per riuscirci, deve ottenere il consenso del padre della vittima, un medico fortemente devoto quanto intransigente. Prova a aiutarlo nell'impresa la sorella di Akbar,  Firouzeh, giovane donna con un figlio piccolo avuto da un tossicodipendente. Tra i due forse nasce un amore, che rischia di essere sacrificato sull'altare della salvezza di Akbar.

Il secondo film di Asghar Farhadi è, oltre che tra i più memorabili, il suo lavoro più toccante, anche perché mai il regista si è calato nei bassifondi della società come in questo caso. 

A ben vedere, anche se la linea narrativa principale è focalizzata su altro, la crisi di coppia, tema cardine del suo cinema, trova in "Beautiful City" (Shah-re ziba) molteplici declinazioni drammatiche: dal femminicidio compiuto da Akbar, alla morte della madre della vittima, che ha segnato la durezza del carattere del padre quanto l'aver perso una figlia, alla situazione di Firouzeh, divorziata da un anno e mezzo ma costretta a indossare la fede per mantenere un'immagine decorosa agli occhi del vicinato.
Sempre attento a non cadere in sequenze passibili di censura, nonostante una straordinaria facilità drammaturgica, il film rivolge suo sguardo critico alla morale islamica, che in Iran si è fatta legge dello stato, con le sue discriminazioni di genere e di censo, le sue contraddizioni, le sue pene spietate.



Farhadi, che scrittura per la prima di tante volte l'attrice Taraneh Alidoosti, comincia a strabiliare come sceneggiatore grazie a uno script che, dopo la prima sequenza, non mostra più Akbar, il diretto interessato all'esecuzione della condanna o alla grazia, mentre la sua situazione evolve costantemente, con quelle articolazioni e ramificazioni che diverranno più fitte nei film successivi.

La bella città del titolo è in realtà il quartiere in cui è situato il riformatorio.

Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando qui