mercoledì 26 dicembre 2018

Viaggio a Kandahar, Mohsen Makhmalbaf (2001)




Nafas, giornalista e ricercatrice afgana emigrata da tempo in Canada, dal confine dell'Iran cerca di raggiungere la natia Kandahar. Sua sorella, l'unica della famiglia a non essersi traferita, tramite una lettera ha manifestato l'intenzione di suicidarsi (oggi, ormai, una sorta di leitmotiv del cinema iraniano) in corrispondenza dell'ultima (metaforica?) eclissi di sole del secolo. La missiva è passata attraverso vari campi profughi ed è giunta a destinazione a soli tre giorni dall'ultimatum. Un uomo la accompagna, facendola passare per una delle sue mogli. Derubati della vettura su cui viaggiavano, l'uomo e i suoi famigliari tornano indietro.
Nafas prosegue nel deserto, in compagnia di un bambino che si guadagna da vivere cantando. Questi, con immenso shock della donna, raccoglie un anello da uno scheletro. Probabilmente bevendo acqua dal pozzo, la giornalista si ammala e viene portata nella tenda di un medico, che in realtà è un ex soldato afroamericano, arruolatosi volontario contro i sovietici, e restato per cercare Dio aiutando il prossimo. L'uomo si offre di guidarla nel prosieguo del viaggio. Lungo la strada, caricano un uomo e lo conducono a un presidio della Croce Rossa. Qui operatrici a capo scoperto distribuiscono protesi,  rifornite da elicotteri che le paracadutano dall'alto (è la scena madre del film) a chi ha perso le gambe.
Giunti infine alle soglie di Kandahar, l'americano torna indietro a causa di precedenti guai con la giustizia locale. Nafas si aggrega a un corteo di donne avvolte in burqa variopinti, dirette a un matrimonio in città. In realtà qualcuno ne approfitta per raggiungere altre destinazioni o perseguire altri obiettivi. A un posto di blocco, una banda di fondamentalisti fermano uomini camuffati e donne che portano libri o strumenti musicali. Nafas, che si spaccia per la cugina della sposa, può proseguire.

Una delle prime e delle principali tappe di un vasto percorso che Mohsen Makhmalbaf, la sua famiglia e la Makhmalbaf Film House intraprendono, prima di trasferirsi in esilio in Europa, intorno alla questione afgana, a cavallo della svolta epocale dal regime talebano all'occupazione americana. L'attività comprende saggi, appelli politici, avviamento di istituzioni scolastiche, film documentari e di fiction, di produzione ancora persiana, ma rivolti al mercato internazionale, se è vero che in questo film le donne occidentali non rispettano sempre il codice di abbigliamento necessario perché sia distribuito in patria. Il grande successo di "Viaggio a Kandahar" (Safar e Ghandehar), uno dei film iraniani più visti di sempre, che esce poco dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 e per questo suscita enorme interesse, consente anche di finanziare il primo film di produzione prettamente afgana del nuovo corso politico: "Osama" (2003), diretto dal regista locale Siddiq Barmak. 





Ma torniamo a "Kandahar". Il punto di vista è quello dello straniero, in qualche modo occidentalizzato, ma che ha comunque un legame con questa realtà, molto più arretrata di quella da cui proviene. Vale anche per il regista iraniano, ma soprattutto per la protagonista e i suoi accompagnatori, che si 'proteggono' passandosi, come il testimone di una staffetta, bandierine dell'Onu da esporre in evidenza, e si districano nell'ambiente elargendo dollari americani a destra e a manca; vale per la troupe presente alla partenza del viaggio di Nafas, che scatta istantanee alle famiglie autoctone; vale per l'afroamericano e per le crocerossine.
Questo sguardo si concentra in particolare su due aspetti drammatici. In primis gli effetti devastanti delle mine antiuomo disseminate durante l'occupazione sovietica e le guerre tribali e interetniche. Le protesi distribuite gratuitamente, contrabbandate, piovute dal cielo, inseguite correndo sulle stampelle, punteggiano l'intera pellicola, mentre uno degli insegnamenti rivolti alle bambine è di non raccogliere da terra le bambole, perché potrebbero esplodere.
In secundis la condizione femminile, vista attraverso il simbolo del burqa. La protagonista, sempre accompagnata da una presenza maschile nel suo percorso, afferma in apertura e in chiusura (la struttura del film è circolare) che si è sempre opposta alle limitazioni della libertà femminile, ma che accetta di indossare questo abito umiliante per aiutare la sorella, ponendosi nella stessa situazione delle donne del posto. L'ultima inquadratura è una soggettiva attraverso la grata generata dal burqa; anche il cinema si mette in quei panni.
Di contrappunto, emerge una voglia di bellezza, un'esigenza estetica da parte della popolazione locale, preoccupata non solo dalle difficoltà pratiche. Sotto il velo le donne prestano cura allo smalto per le unghie e scelgono i migliori braccialetti; un uomo pretende per la moglie protesi snelle, perché con altre più grosse e solide si metterebbe a piangere. Nel finale, al posto di blocco sono donne in nero ('teste nere' è anche il soprannome di chi indossa il velo integrale) a perquisire le donne in festa sotto i burqa multicolori.

Ingiustamente accusato di estetismo e di speculazione sui mutilati dalle mine da chi non capisce come la bellezza delle immagini possa essere un'apertura verso la speranza. Scrive così Morando Morandini a proposito di una critica pressoché unanime rivolta al film. In effetti, i limiti di "Viaggio a Kandahar" sembrano piuttosto essere altri. La necessità didattica forza a tratti la narrazione.
Da un lato è interessante il meccanismo per cui prima assistiamo a scene di vita locale, e solo successivamente la protagonista approda sul posto, come nella sequenza in cui un mullah fa inneggiare i giovanissimi scolari alla spada e al kalashnikov contro gli infedeli. Chi non studia non potrà diventare un talebano, mestiere prestigioso, e sarà costretto a fare l'operaio. Ovviamente la religione oscurantista è una delle questioni sollevate, come quando l'uomo derubato ringrazia comunque Dio dell'ingiustizia subita.
Dall'altro lato è un artificio contradditorio quello del registratore con cui Nafas raccoglie ciò che è a metà un diario/reportage e un messaggio vocale: il racconto dell'Afghanistan dei talebani non può essere d'interesse per sua sorella, che è la destinataria dell'audio, ma che vive la situazione in prima persona. Anche il finale irrisolto, espediente utilizzato pure da Samira Makhmalbaf in un film sul periodo post-talebani, "Alle cinque della sera", denuncia una certa pretestuosità di tutto il narrato.
Resta la capacità scenografica del regista. La sequenza migliore è quella nella capanna del medico, che tra l'altro ha pochi peli e indossa una barba finta per essere accettato nell'ambiente. Egli visita le pazienti dalla fessura di una tenda-separè da cui spuntano sinuosamente solo una bocca, o un orecchio, mentre le indicazioni vengono riferite da un terzo situato all'esterno. 
Non si tratterà del capolavoro di Makhmalbaf, però "Viaggio a Kandahar" non merita l'oblio cui sembra destinato, dopo il trionfo iniziale.



In originale recitato in persiano, inglese e pashtu. Il multilinguismo si perde nell'edizione italiana.

Polemiche ha suscitato la scelta dell'attore che interpreta il medico: si tratta di uno statunitense, convertito all'Islam, che nel 1980 assassinò un oppositore di Khomeini.






venerdì 21 dicembre 2018

The Shallow Yellow Sky, Bahram Tavakoli (2013)


Ghazal (Taraneh Alidoosti) e Merhad (Saber Abar), si trasferiscono in un'abitazione temporanea. La moglie ha perso tutti i componenti della sua famiglia in un incidente d'auto, in cui non è chiaro chi fosse il guidatore, ed è mentalmente disorientata, fa confusione tra immaginazione e realtà. Il marito, invece, per prendersi cura di lei ha lasciato il suo lavoro come fotografo di ambienti naturali. Malgrado lo scopo del trasferimento fosse migliorare la relazione, il rapporto viene ulteriormente minato quando l'auto che affittano a una coppia di sposini rimane coinvolta in un incidente stradale.

Stimato dalla critica in patria e poco esportato, "The Shallow Yellow Sky" (Asemane Zarde Kam Omgh) vuole essere una riflessione sulla ricerca dei significati perduti all'interno della vita di coppia, sulla scorta di tanto cinema iraniano attuale, e sulla bellezza svanita del mondo. Ma si rivela soprattutto un apprezzabile esercizio di regia di più attori in un luogo circoscritto, in cui l'unità spaziale è rispettata, mentre la struttura temporale alterna presente e passato.

Teatrale nella messa in scena, punteggiato dal rumore dei passi dei protagonisti, il racconto si appoggia su metafore non così originali: la precarietà dell'alloggio rispecchia quella esistenziale, i colori lividi si contrappongono allo splendore delle foto di Merhad. Il basso cielo giallo del titolo è il verso di una poesia ripetuta da Ghazal.


venerdì 14 dicembre 2018

Viva...!, Khosrow Sinai (1980)





Nei giorni prima della Rivoluzione, durante una manifestazione, un giovane militante si nasconde in una casa per sfuggire alle forze governative. Il padre della famiglia che vive nell'abitazione, un ingegnere benestante, inizialmente non vuole dare rifugio al ragazzo, ma presto il suo punto di vista cambia. Il giovane prende confidenza con i membri della famiglia, e quando un agente di sicurezza irrompe nella casa, i proprietari non lo consegnano, continuano a coprirlo a oltranza. Le conseguenze sono infine tragiche.

I primi film iraniani dopo i fatti del '79 si concentrano sistematicamente sulle violenze e le delazioni della Savak, la temibile polizia politica dello scià. I rivoluzionari sono rappresentati alla stregua di gangster all'interno di un nuovo cinema di genere, battezzato in vari modi (filmfarsi religioso, film Savak, film di guerriglia) e generalmente stroncato dalla critica. "Viva...!" (Zendeh bad), primo lungometraggio di fiction di Khosrow Sinai, ne condivide il tema ma si differenzia per modalità produttive e riuscita. Dopo le sequenze iniziali, incentrate sui moti di piazza e la repressione poliziesca, il  film è girato quasi esclusivamente all'interno dell'abitazione del regista, allestita all'uopo da sua moglie, la pittrice Gizella Varga, mentre le figlie figurano tra gli attori. 




In questo ambiente claustrofobico, il film sfrutta i meccanismi di suspense del cinema di genere, mentre il piano politico è al contempo esplicito e sottile: se l'uccisione dell'agente che cerca il fuggiasco è significativamente accostata, in montaggio parallelo, a scene in cui vengono fucilati manifestanti inermi, d'altra parte non è volutamente chiaro a quale fazione appartenga il militante, e a chi sia riferito il grido che dà il titolo al film e che apre e chiude la pellicola.
Molto belli e curati i titoli di testa, secondo una tradizione che si è persa negli ultimi decenni.
Il film è stato bloccato in patria, poiché le attrici non indossano il velo.

Il regista, formatosi a Vienna, è soprattutto un veterano del documentario (spesso a tema arte), attivo dagli anni 60 fino ad oggi. È anche musicista e compositore. 

















domenica 2 dicembre 2018

Genova Film Festival con Babak Karimi

Al via il 20° Genova Film Festival, 100 proiezioni, incontri con attori, registi e critici, concorsi, anteprime e lezioni di cinema

Dall’Iran arriva Babak Karimi, protagonista di due Premi Oscar, l’attrice Giorgia Würth incontra il pubblico e presenta il suo primo film da regista

Babak Karimi in Una separazione


Dal 3 al 9 dicembre 2018 si terrà la ventesima edizione del GENOVA FILM FESTIVAL, l'evento cinematografico più importante della Liguria, moltissimi gli appuntamenti in programma per un'intensa settimana di proiezioni (circa 100) ed incontri nel centro storico cittadino, a partire dalle sezioni competitive del Festival, diventate nel corso degli anni un’importante vetrina del nostro cinema. Il Festival, ad ingresso gratuito, è diretto da Cristiano Palozzi e organizzato dall’Associazione Culturale Daunbailò.

Grande ospite del Festival, l’iraniano Babak Karimi, protagonista della sezione Ingrandimenti curata dal critico e autore televisivo Oreste De Fornari.
Attore, montatore, produttore e operatore di ripresa, personaggio di culto amato dagli addetti al settore per la sua poliedricità, protagonista, tra l'altro, di ben due Premi Oscar come Miglior film straniero e vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino per "Una separazione" di Asghar Farhadi, Babak Karimi arriverà appositamente da Teheran per incontrare il pubblico giovedì 6 dicembre alle ore 21, a Palazzo della Meridiana, in una sorta di lezione di cinema in cui si ripercorrerà la sua carriera con proiezioni e racconti in un continuo dialogo con gli spettatori. Il Festival aprirà il 3 dicembre alle 21 al Cinema/Teatro Altrove proprio con Una separazione di Asghar Farhadi. Tra i film presentati in settimana anche Placido Rizzotto diretto da Pasquale Scimeca e montato da Babak Karimi e dedicato al sindacalista rapito e ucciso da Cosa Nostra nel 1948.

Iraniano, Babak Karimi nasce all’estero, più precisamente a Praga, nel 1960. È un “figlio d’arte”: suo padre, Nosrat Karimi, è attore, regista e drammaturgo; sua madre, Alam Danai, è a sua volta attrice di teatro e regista. Non sorprende dunque che Babak debutti all’età di soli dieci anni sul grande schermo, recitando in "Doroshkechi", diretto e interpretato da suo padre, un film che è considerato la pietra miliare del neorealista iraniano. Nel 1971, sebbene ancora giovanissimo, si trasferisce in Italia per ripresa e montaggio all'Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione "Roberto Rossellini". Collaborando con la pittrice Mahshid Mussavi, riesce a far distribuire per la prima volta in Italia un film iraniano ("Bashu, il piccolo straniero", di Bahram Beizai) nel 1991: da questa operazione si divide tra Iran e Italia, portando avanti un importante lavoro di connessione e promozione culturale tra questi due paesi, curando in prima persona il doppiaggio di molte pellicole di registi connazionali, tra cui Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Abolfazl Jalili e Asghar Farhadi.

Con Kiarostami

Artista poliedrico, si occupa anche di montaggio, che insegna per un periodo presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Come montatore, negli anni ’90 avvia una collaborazione con Pasquale Scimeca che andrà avanti per oltre un decennio, lavorando a film quali Placido Rizzotto e Gli indesiderabili. Nel 2011 torna in patria su invito dell'amico Asghar Farhadi per il suo film "Una separazione", Premio Oscar 2012 al Miglior film in lingua straniera (candidato anche alla Miglior sceneggiatura originale): la sua interpretazione gli vale l'Orso d'argento come miglior attore al Festival di Berlino 2011.


La collaborazione con Farhadi prosegue per i due film successivi del regista: "Il passato" (2013) e "Il cliente" (2016), vincitore del Prix du scénario al Festival di Cannes 2016 e Premio Oscar 2017 al Miglior film in lingua straniera. Per tutte e tre le pellicole, Karimi si occupa del doppiaggio, doppiando personalmente in italiano i suoi personaggi. È consulente sul cinema iraniano per la Biennale Cinema di Venezia. Recentemente il pubblico italiano ha potuto apprezzarlo anche in "Finché c’è Prosecco c’è speranza", di Antonio Padovan, e nella serie TV Rai "La linea verticale."
Come attore: "Doroshkechi" (1971) di Nosrat Karimi, "Last Minute Marocco" (2007), di Francesco Falaschi, "Caos calmo" (2008) di Antonello Grimaldi, "Ex" (2009) di Fausto Brizzi, "L'amore non basta (quasi mai...)" (2011) di Antonello Grimaldi – Miniserie TV – Canale 5, "Una separazione" (2011) di Asghar Farhadi, "Il passato" (2013) di Asghar Farhadi, "Fish & Cat" (2013) di Shahram Mokri, "Il cliente" (2016) di Asghar Farhadi, "A Wedding" (2016) di Stephan Streker, Finché c'è Prosecco c'è speranza (2017) di Antonio Padovan, "Invasion" (2017) di Shahram Mokri, "La linea verticale" (2018) di Mattia Torre – Serie TV – Rai 3.

Come montatore: "I briganti di Zabùt" (1997) di Pasquale Scimeca, "Dancing North" (1999) di Paolo Quaregna,"Placido Rizzotto" (2000) di Pasquale Scimeca, "Il voto è segreto" (2001) di Babak Payami, "Quello che cerchi " (2001) di Marco Simon Puccioni, "Gli indesiderabili" (2003) di Pasquale Scimeca, "L'isola" (2003) di Costanza Quatriglio, "Tickets" (2005) di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami e Ken Loach, "La passione di Giosué l’ebreo" (2005) di Pasquale Scimeca, "Rosso Malpelo" (2007) di Pasquale Scimeca, "Il bambino della domenica" (2008) di Maurizio Zaccaro – Miniserie TV – Rai 1, "Green Days" (2009) di Hana Makhmalbaf, "Lo smemorato di Collegno" (2009) di Maurizio Zaccaro – Miniserie TV – Rai 1, "Le ragazze dello swing" (2010) di Maurizio Zaccaro - miniserie TV – Rai 1.

Lunedì 3 dicembre, ore 21:00, Teatro Altrove
Una separazione di Asghar Farhadi (Iran, 2011, 123')

Martedì 4 dicembre, ore 15:30, Teatro Altrove
Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (Italia, 2000, 110')

Giovedì 6 dicembre, ore 21:00, Palazzo della Meridiana
Incontro con l’attore, montatore, produttore e operatore di ripresa Babak Karimi e il critico e autore TV Oreste De Fornari. Durante la serata si ripercorrerà la carriera di Babak Karimi con proiezioni ed interviste. Interviene lo sceneggiatore e regista Giovanni Robbiano. Presenta Cristiano Palozzi, direttore del Genova Film Festival