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domenica 1 dicembre 2019

I 10 migliori film iraniani diretti da donne

Di recente la BBC ha stilato una classifica dei 100 migliori film diretti da donne. Nella graduatoria compaiono due film iraniani, "The House Is Black" di Forough Farrokhzad e "La mela" di Samira Makhmalbaf, più un film di produzione Usa diretto da un'iraniana, "A Girl Walks Home Alone At Night" di Ana Lily Amirpour.

Il cinema al femminile in Iran è un fenomeno prettamente post-rivoluzionario. La società islamizzata ha (paradossalmente?) favorito il lavoro delle donne in tanti settori, tra cui quello della settima arte. Gli uomini la fanno ancora da padroni, ma in quale parte nel mondo non succede? Fatto sta che, mentre prima del 1979 si contavano, a quanto pare, soltanto due lungometraggi di fiction girati da donne, "Marjan" di Shahla Riahi (1956) e "The Sealed Soil" di Marva Nabili (1977), negli ultimi decenni diverse registe sono diventate parte integrante del sistema produttivo dell'industria cinematografica persiana. Ma, anche all'estero, autrici iraniane hanno realizzato opere celebrate, come "Persepolis" di Marjan Satrapi e "Donne senza uomini" di Shirin Neshat.

Eppure, paradosso per paradosso, il film di gran lunga più bello, nonché uno dei più importanti della storia del cinema iraniano, è un documentario realizzato negli anni 60 da una poetessa (è possibile scaricare i sottotitoli in italiano a questo link).

Aggiungiamo 9 titoli per una possibile top-10, limitatamente alle opere realizzate in patria.


1.The House Is Black (1963), Forough Farrokhzad





2. Two Women (1998), Tahmineh Milani





3. Nargess (1992), Rakhshan Banietemad

4. La mela (1998), Samira Makhmalbaf




5. The Day I Became a Woman (2000), Marziyeh Meshkini

6. 20 Fingers (2004), Mania Akbari

7. Sotto le rovine del Buddha (2007), Hana Makhmalbaf

8. Under the Skin of the City (2001), Rakhshan Banietemad

9. Facing Mirrors (2011), Negar Azarbayjani

10. Alle cinque della sera (2003), Samira Makhmalbaf









giovedì 20 giugno 2019

Raccolta registrazioni audio di mie introduzioni e commenti a film iraniani

Ho raccolto in un canale Youtube di recente creazione, cui ho dato lo stesso nome del blog e della pagina Facebook e in cui sto caricando anche altro materiale, tutti gli audio dei miei interventi a tema cinema iraniano che sono riuscito a trovare. Sono stati registrati nel corso di una decina d'anni al Cineforum del Circolo di Milano, grazie alla passione e alla costanza del fondatore Marcello Perucca, che li ha poi caricati sul sito web del Cineforum. Li riporto in questo post. Sono sempre in due parti: un'introduzione al film e un commento dopo la proiezione
Da quando esiste il blog ho avuto il piacere di intervenire anche altrove, ma che io sappia non esistono testimonianze registrate. 
Ecco dunque i miei interventi, in ordine cronologico.




Rassegna "Il velo sullo schermo", 2009. Qui il quaderno della rassegna.

Il tempo dei cavalli ubriachi, di Bahman Ghobadi.




Oro rosso, di Jafar Panahi





Rassegna "Un incontro di civiltà", 2010. Qui il quaderno.

Persepolis, di Majanne Satrapi e Vincent Paronnaud





Rassegna "In nome del popolo sovrano", 2016. Qui il quaderno

Alle cinque della sera, di Samira Makhmalbaf








About Elly, di Asghar Farhadi, proiezione singola, 2017





Rassegna "L'Iran che cambia", 2018. Qui il quaderno.

Pane e fiore, di Mohsen Makhmalbaf




Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami




Una separazione, di Asghar Farhadi





Taxi Teheran, di Jafar Panahi






Oro rosso, di Jafar Panahi. Con interventi di Cristina Bianciardi.







martedì 2 maggio 2017

Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud (2007)




All'origine c'è un'autobiografia a fumetti. O meglio - e più precisamente - all'origine c'è tutta una vita. Un vita intensa e rocambolesca, quella della ancor giovane (classe 1969) Marjane Satrapi. Non propriamente una vita di stenti; in fondo Marjane discende da una famiglia benestante, addirittura da uno scià (anche se - ed è lei stessa a sottolinearlo - i re cagiari avevano talmente tanti figli che i loro discendenti si contano a migliaia). Piuttosto, una vita drammatica, per i tanti conoscenti tragicamente scomparsi, e al contempo avventurosa, viste le continue, inevitabili peripezie che deve affrontare.



Ma quella narrata in "Persepolis" è anche, se non soprattutto, la storia di un Paese. Forse il riassunto ad uso e consumo del pubblico occidentale, a cui è rivolto questo film che ripercorre le tappe fondamentali della Storia contemporanea dell'Iran non dando nulla per scontato, raccontando anzi le cose che un persiano conosce - si presume - pressoché a menadito. Ma l'ironia, la leggerezza e la passione con cui sono narrate, fanno sì che didascalismi e didatticismi siano fugati. E che sia quasi impossibile non emozionarsi di fronte a ciò che contraddistingue questa delicata opera d'arte: i disegni stilizzati, l'elegante bianco e nero (le sequenze a colori sono quelle relative a partenze, scali e arrivi dell'itinerario perpetuo della protagonista, tra Iran, Austria e Francia), i traumi piccoli e grandi, la crescita fisica, intellettuale e morale della stessa Marjane.




Un romanzo umano intenso quanto divertente, firmato con il collega (di graphic novel) Vincent Paronnaud, ma appartenente al 100% all'autrice. Che ripercorre la sua infanzia (durante la dittatura di Mohammed Reza Pahlavi) segnata dal mito di Bruce Lee e dagli arresti dei parenti militanti comunisti, le disillusioni seguite alla rivoluzione di Khomeini, la messa al bando della cultura occidentale, la tragica "guerra imposta" con l'Iraq e il coevo fanatismo religioso più cieco in patria. L'emigrazione a Vienna, la difficile integrazione e i primi infelici amori; il ritorno in Iran, un affrettato e catastrofico matrimonio, l'approdo finale a Parigi. Tutto vissuto, più che raccontato, con grande partecipazione emotiva, ma sempre con un sorriso amaro sulle labbra.



A far da filo conduttore, il rapporto di Marjane con la religione. Anzi con Dio personificato. Con le sue origini, verso cui prova un misto d'orgoglio e vergogna. Con i parenti: i genitori, ma soprattutto la saggia nonna. E lo zio, che le rammenta uno dei significati ultimi di tutto "Persepolis": "la memoria della famiglia non deve morire mai".



Fonte: Ondacinema

giovedì 6 aprile 2017

Tehroun, Nader T. Homayoun (2009)

Pubblicato su Ondacinema il 21/09/2009







La causa è probabilmente la più prevedibile: una censura ormai soffocante. Fatto sta che ormai gran parte dei nuovi autori della sempre prolifica cinematografia persiana cresce artisticamente all'estero, contribuendo alla gigantesca fuga di cervelli che contraddistingue i settori di punta della cultura - e dell'economia - del suo Paese d'origine.

Nomi relativamente poco noti, poiché quella stessa cinematografia suscita meno interesse che in passato. Tuttavia, autori che, con le loro prime opere, ne lasciano intravvedere un futuro florido.

Babak Payami, Rafi Pitts, Babak Jalali, fresco debuttante a Locarno col più che interessante "Frontier Blues", per citarne alcuni; la videoartista Shirin Neshat e la graphic novelist Marjane Satrapi, prestate occasionalmente alla settima arte, tutta gente che ha studiato e che lavora negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia. E' quest'ultima nazione a ospitare Nader T. Homayoun, tendendone a battesimo l'esordio nel lungometraggio di fiction.




"Tehroun" è innanzi tutto un solidissimo film di genere, un potente noir claustrofobico, una coinvolgente immersione nei bassifondi della metropoli, splendidamente fotografata in notturna. Un racconto dai ritmi serrati, teso e denso dall'inizio alla fine, che non annoia un solo istante e che sorprende per la padronanza del mezzo e la disinvoltura di un linguaggio facilmente decodificabile (da critica e pubblico occidentali) palesati dal giovane cineasta. Soprattutto per una narrazione che spiazza di continuo, con ribaltamenti e colpi di scena che disorientano e appassionano.

Se però la fluidità e la forza dell'opera segnano il primo impatto di "Tehroun" sullo spettatore, un secondo livello di lettura s'impone, specie per chi ha una minima conoscenza della società persiana, sin dalla prima sequenza, insinuandosi per tutto lo svolgimento di un film sempre in bilico tra intelligente passatempo e spietata radiografia politica.

Homayoun infatti demolisce la società che raffigura sin dalle fondamenta, cominciando dall'istituto della carità, cioè da uno dei cinque pilastri - probabilmente il più attaccabile, per sperare in una svista dei censori - di quella che è la religione di stato. Uno dei principi chiave, per estensione, della Repubblica islamica, colpito frontalmente poiché a servirsene è un impostore, che per tali scopi approfitta dell'innocenza di un neonato e che finirà (per contrappasso) per averne assoluta necessità. Ma anche i donatori sono avvolti dai dubbi, da un costante scetticismo, spesso vi adempiono per abitudine e svogliato senso del dovere, altre volte rifiutano di farlo. La critica si allarga all'avidità dei ricchi e arriva all'insensibilità affarista della finanza islamica, in una sequenza che si chiude significativamente con una fugace inquadratura sfocata del ritratto dell'imam Khomeini.




Non sono i bersagli più facili ad essere colpiti, dunque. Se è vero che ci è mostrato come una prostituta possa facilmente essere scambiata per una studentessa, non è certo il tema della condizione femminile a risultare prevalente; né la mancanza di libertà di espressione appare prioritaria, in una realtà stritolata da impellenti necessità materiali e insormontabili difficoltà relazionali. Cruciali risultano invece il problema dell'occupazione giovanile, così carente, precaria, sottopagata, sul filo dell'illegalità, al pari della delinquenza dilagante e della crisi dell'istituto del matrimonio: questione evidenziata in maniera drammatica per tutto il film, ma con ironia in almeno una sequenza, laddove una cerimonia nuziale è interrotta dalla telefonata di un lenone.

Il dedalo di avventure susseguitesi nell'arco di tutta l'opera sembra sciogliersi in un lieto fine, che lo spettatore si accinge a godere in maniera rilassata. Ma regista e sceneggiatore, pare dopo aver riflettuto parecchio su quale fosse la conclusione più efficace, optano per la tragedia, unica prospettiva di un Paese in cui, allo stato attuale, qualsiasi ottimismo è fuori luogo. L'ultimo colpo di teatro è mostrato in un piano-sequenza, in campo medio, con il fulcro dell'azione decentrato.

Sullo sfondo, ancora una volta l'immagine del grande padre della patria, l'ayatollah Ruhollah Khomeini.