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venerdì 30 marzo 2018

Libro: Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine, di Elio Ugenti (2018). Intervista all'autore

È appena uscito, per Bulzoni Editore, “Abbas Kiarostami – Le forme dell'immagine”, sul grande maestro del cinema mondiale scomparso nel 2016. Il testo di Elio Ugenti, dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre, si concentra soprattutto sull'intermedialità della sua arte e, per primo, analizza anche gli ultimissimi lavori del cineasta (e video artista, e fotografo ecc.). Accordando la preminenza al lato visivo, ma sondando anche aspetti narratologici. Un testo dal taglio accademico, che appaga anche i semplici appassionati svelando aspetti mai indagati, o non facili da decifrare.

Elio Ugenti ha concesso al blog questa intervista.

La prima domanda è d'obbligo, dato il tema del blog. Nel tuo libro sembra emergere un Abbas Kiarostami poco inquadrato nella cultura del suo paese di origine. Già in copertina compare il film realizzato in Giappone. Eppure negli anni 90 e dintorni il cinema iraniano sembrava una scuola, un movimento i cui artefici condividevano finalità simili. Hai voluto restituire la giusta universalità all’autore, o la tua scelta prende le mosse da altre considerazioni?


Sul piano metodologico, l’opera di un regista può essere studiata da numerose prospettive. Si può dare un taglio culturalista, per esempio, che tenga conto del contesto sociale e culturale in cui il regista si muove, oppure scegliere di focalizzare l’attenzione su aspetti differenti. Ad esempio il libro di Dario Cecchi “Abbas Kiarostami: immaginare la vita” si apre con un capitolo intitolato proprio “Come essere iraniano?”, riprendendo una celebre questione posta da Alain Bergala.

Io credo che Kiarostami, la cui ‘persianità’ (se così si può dire) indubbiamente emerge sotto molti aspetti e in numerosi film, sia da sempre molto vicino alle tendenze del cinema europeo. Racconta l’Iran in profondità, ma sempre guardando a modelli estetici che vengono dall'Europa, come il Neorealismo e le nouvelle vague. Credo, inoltre, che il modello di cinema tracciato da Kiarostami abbia avuto importanti ripercussioni sul piano internazionale, ma sia meno seguito dalle nuove generazioni di cineasti iraniani, per le quali ha più influenza Jafar Panahi, che – almeno da “Il cerchio” in poi – ha dettato le linee di un cinema fortemente politico che risulta maggiormente utile a indagare – e denunciare – la situazione socio-culturale iraniana di questi anni. Panahi, tra l’altro, ha iniziato la sua carriera collaborando con Kiarostami, che è autore delle sceneggiature de “Il palloncino bianco” e di “Oro rosso”.

Si può dire che Kiarostami ha praticato un cinema meno politico, o politico in modo diverso, se è vero per esempio che nei primi film, fino a “Dov’è la casa del mio amico”, denuncia il dispositivo scolastico e altri dispositivi di potere all’interno del suo Paese.


Il Kiarostami degli ultimi anni mi pare un artista letteralmente inafferrabile. Se da un lato molti lavori si trovano facilmente in rete, dall’altro occorre spostarsi per vedere, ad esempio, le videoinstallazioni. Inoltre l’unico spettacolo teatrale da lui realizzato, il tradizionale tazieh, non ha avuto repliche. E allo stesso modo la sua arte, che non è mai stata ‘commerciale’, si è fatta quasi ostica per lo spettatore comune. Sei d’accordo? E come spieghi tale direzione intrapresa?

Credo che tutto ciò nasca dalla sua volontà di testare le possibilità del suo cinema attraverso forme espressive differenti. Poter visionare le sue opere dei primi anni Duemila (quelle installate, per intenderci) è stato uno dei problemi con cui mi sono scontrato da subito. Ho visto tutti i lavori di cui parlo nel libro, tranne il tazieh, su cui infatti non mi sbilancio nell’analisi critica. Tuttavia non sempre ho potuto vederli nella versione installata, e questo fa la differenza per quel che riguarda il rapporto con lo spazio circostante.

Questo libro nasce da lontano. Ho iniziato a lavorare su Kiarostami a partire dalla mia tesi di laurea magistrale con l’intenzione di voler raccontare anche quella parte della sua produzione che risulta pressoché invisibile. Nel 2010 ho contattato Babak Karimi (montatore iraniano che insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia), che mi ha fornito il contatto (fondamentale) di Elisa Resegotti, co-curatrice della mostra “Roads of Kiarostami” insieme ad Alberto Barbera, con cui è iniziato da quel momento un bel rapporto di amicizia. Elisa ha messo a mia disposizione tutto il materiale che possedeva, e posso dire che senza di lei il mio lavoro non sarebbe stato possibile.
Gli ultimi film per la sala realizzati da Kiarostami ("Copia conforme" e "Qualcuno da amare") risentono, secondo me, dell’esperienza di Kiarostami come artista visivo. Devo ammettere che, se avessi conosciuto Kiarostami a partire dagli ultimi lavori per il cinema, forse non mi sarei innamorato del suo cinema così come è stato guardando i suoi film degli anni Novanta, ma andando ad approfondire e ad analizzare il suo percorso da artista visivo, ho rintracciato una grande coerenza espressiva che caratterizza anche l’ultima parte della sua carriera.
Quando diversi anni fa ho visto in anteprima "Qualcuno da amare" per recensirlo, ho capito meglio anche il senso di "Copia conforme". Questi due film costituiscono indiscutibilmente un dittico.
Per quanto riguarda gli ultimissimi lavori, invece, sono felice di aver potuto vedere “24 Frames”. Poco prima della chiusura del libro ho saputo che sarebbe stato proiettato a Firenze, quando ormai non speravo più di riuscire a vederlo per poterne scrivere. È stata una fortuna perché è un film che permette di concludere il discorso su quella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel terzo capitolo. Questo film è una sorta di testamento artistico che mette tra loro a confronto linguaggi differenti, analogamente a quanto avveniva in “Roads of Kiarostami”, seppure attraverso differenti scelte formali.


Il vento ci porterà via (1999)


Sotto il tuo microscopio non passano, se non di sfuggita, due film importanti come “Close-Up” e “Sotto gli ulivi”, che sono i più apertamente metacinematografici. Il motivo è che questo aspetto è già stato ampiamente sviscerato, o c’è dell’altro?


Io ho cercato di isolare quelli che rappresentano, secondo me, dei momenti di svolta nella carriera di Kiarostami. Posto "Dov'è la casa del mio amico?" come il punto iniziale di questo percorso, il primo momento di svolta è per me "Il vento ci porterà via". Lungo questo asse, secondo me è un punto intermedio è rappresentato più da "E la vita continua" che da "Sotto gli ulivi", e da questo derivano le mie scelte di campo.

Ho escluso il tema del metacinema, così come il discorso sulla continuità all’interno della Trilogia di Koker*, perché mi portavano un po' fuori strada rispetto al percorso che avevo immaginato progettando questo libro. Inoltre sono stati ben affrontati, anche in Italia, nei lavori di Marco Dalla Gassa, Pietro Montani e Dario Cecchi. Mi interessava sondare una via di analisi differente, che ha escluso tra gli altri quei due film, di cui riconosco la grandezza e l'importanza. "Close-Up" rientra probabilmente fra i tre film di Kiarostami che più amo.



L’ultimo capitolo è un’intervista a Elisa Resegotti. Lei sostiene che Kiarostami sia stato, nell’ordine, regista, fotografo, videoartista, poeta. Condividi questa particolare graduatoria?

Io credo davvero, per quel che riguarda Kiarostami, nella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel libro, riprendendo questa espressione da Raymond Bellour. Kiarostami è sempre stato fotografo, e la fotografia ha influenzato il suo cinema per il lavoro di composizione delle inquadrature, così come il cinema ha influenzato gli immaginari delle sue fotografie (non fosse altro che perché le location sono le stesse, come spiegato anche da Elisa Resegotti nell’intervista). Quando poi Kiarostami decide di approcciare la videoarte (o meglio direi il “cinema installato”), quest'ultima influenza la produzione cinematografica successiva. Io credo di poter considerare Kiarostami un artista intermediale, per cui stabilire una gerarchia è complicato.

Capsico comunque il discorso di Elisa: del resto il cinema ha sempre trainato la fama di Kiarostami e ha rappresentato, probabilmente, l’apice della sua espressione artistica.


È possibile secondo te individuare un erede di Kiarostami, o qualcuno che porti avanti un lavoro di ricerca analogo?

Faccio fatica a trovarlo. Come dicevo, si tratta di un autore influenzato dalle tendenze europee del cinema moderno, come lo intendono Jacques Aumont o Giorgio De Vincenti, e dunque è complesso comprendere quanto il suo segno abbia inciso su autori che seguono questo modello stilistico più di altri autori che rientrano nella famiglia della “modernità cinematografica”. In Iran, invece, come detto, credo che la sua linea sia stata poco seguita.


Infine, per curiosità, hai avuto modo di visionare gli spot pubblicitari che ha realizzato in gioventù, o sono ancora inaccessibili?

Gli spot no. Ho visto delle grafiche, dei manifesti pubblicitari. Sono riuscito a vederli perché degli studenti iraniani dell’Università Roma Tre li hanno trovati facendo ricerche su Google in lingua persiana e me li hanno mostrati. Non ci ho mai lavorato, ma a livello di composizione del quadro direi che ci sono delle corrispondenze significative con il resto dell'opera dell'autore.



Dimenticavo una domanda, anche se in parte hai già risposto. Nel libro non dai giudizi di valore. I film e le opere che hai scelto di analizzare sono gli stessi che ami di più, o ne indicheresti altri?
Il film che mi ha fatto innamorare del cinema di Kiarostami è stato “Il vento ci porterà via”, e credo che rimanga il mio preferito. Ero uno studente al primo o secondo anno di università, non conoscevo Kiarostami ma ero un grande appassionato di Werner Herzog.

Quando Herzog è venuto a Torino, alla Scuola Holden, per un workshop che ho avuto la fortuna di poter frequentare, qualcuno gli ha rivolto una domanda sul suo rapporto con la poesia. Lui, nel rispondere, ha detto a un certo punto: “Quello che per me è il più grande cineasta vivente, Abbas Kiarostami, è anche un grande poeta”. Mi sono detto, allora, che non potevo non conoscere colui che Herzog reputava il più grande cineasta vivente! Ho iniziato a colmare la lacuna guardando proprio “Il vento ci porterà via”, e sono rimasto letteralmente folgorato da questo film.

È per questo motivo che ho deciso di aprire il mio libro analizzando proprio la prima sequenza de “Il vento ci porterà via”, perché in fondo quelle sono le prime immagini di Kiarostami con le quali mi sono confrontato.



*La Trilogia di Koker comprende "Dov'è la casa del mio amico", "E la vita continua" e "Sotto gli ulivi"

mercoledì 31 maggio 2017

Libro: Moviement - Amir Naderi





All'interno di una collana dedicata a grandi registi, curata da Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, un volume sull'iraniano apolide Amir Naderi
Nella struttura, a raccolta di saggi brevi di autori diversi, la prima fase della carriera dell'autore - che dalla fine degli anni 80 abbandona la terra natia - non fa certo la parte del leone, pur racchiudendo il corpus più ampio di film realizzati dal Nostro, tra cui il meglio reputato: "Il corridore"Complice è senz'altro l'estrema difficoltà nel reperire le copie; ma il fondato sospetto è che le produzioni statunitensi e giapponese (quella italiana - "Monte" - è qui ancora soltanto un'idea, l'inizio di una sfida) godano in sé di maggiore attrattiva per i cinefili (parliamo di un cinema completamente estraneo al grande pubblico), senza in questa sede indagare i motivi.

Fatto sta che al periodo iraniano è dedicato solo il primo capitolo, curato dal produttore e studioso di cinema Bahman Maghsoudlou, anch'egli persiano di nascita e americano d'adozione. Testo che risale al catalogo del Pesaro Film Festival del 1990 e che è di sicuro interesse, nel suo tratteggiare la parabola di Naderi dall'abbandono del cinema commerciale, all'incontro con Sohrab Shahid Saless, allo sviluppo dei temi principali (il passaggio all'età adulta, la resistenza e la perseveranza dell'individuo i più ricorrenti).


Bahman Maghsoudlou e Amir Naderi nel 1991

Nessun saggio è dedicato all'analisi dei lavori iraniani, mentre tale fortuna spetta a diversi film successivi, dove talvolta si trova qualche spunto comparativo con l'opera giovanile: ad esempio, acute sono le considerazioni, trasversali a diversi punti del volume e tra loro complementari, sul passaggio a un cinema che cura maggiormente i personaggi femminili, mai protagonisti prima dell'approdo negli Usa. Anche se l'autore sostiene che il protagonista del film sia in pratica sempre lo stesso, portatore di elementi autobiografici.

Superata la sezione sul Naderi fotografo, pronti a dribblare i tanti errori di traduzione, troviamo parti attinenti al nostro blog nelle due interviste conclusive a Maghsoudlou e al regista. Ci si può divertire a leggere quest'ultimo che, oltre a tessere lodi sperticate per l'istituto pedagogico Kanun, sciorina la sua cultura cinematografica enciclopedica elencando tutti i maestri che hanno influenzato le diverse componenti del suo lavoro: Ozu i silenzi, Mizoguchi i movimenti di macchina, e via tanti altri. Soprattutto: americani, giapponesi, italiani.


"Entezar" ("L'attesa"), 1974






martedì 16 maggio 2017

Libro: L'attrice di Teheran, Nahal Tajadod (2013)

Avviso ai naviganti: se state cercando un bel libro, "L'attrice di Teheran" non è forse la scelta giusta. Biografia romanzata (ma parrebbe realistica) e camuffata (per tutelare l'incolumità della protagonista) di Golshifteh Farahani, tra le poche attrici iraniane a sbarcare a Hollywood, il testo di Nahal Tajadod rientra nel filone della copiosa letteratura della diaspora, spesso mediocre sul piano stilistico, che si rivolge a un target occidentale. Vuoi furbescamente - per sfruttare lo scandalo della denuncia politica nei confronti di un paese lontano, che magari viene presentato con una caricatura - vuoi con un non disprezzabile intento divulgativo. In questo caso la scelta del destinatario è dichiarata, quindi l'autrice gioca pulito. E il suo libro presenta anche elementi di interesse.




Persone e film non sono mai riportati col loro vero nome o titolo, quindi è difficile riconoscerli tutti, anche filmografia alla mano. Ma per gli appassionati può essere divertente. Si colgono senz'altro il debutto, giovanissima, cioè lo splendido "The Pear Tree" di Dariush Mehrjui (1998), albero che anziché una pera le frutta immediatamente un premio al Fajr Film Festival; e il suo ultimo film in patria, "About Elly" di Asghar Farhadi (che non cede alle pressioni delle autorità per non scritturarla!), definito il suo film iraniano migliore, senza per altro chiarire se tale giudizio sia dell'autrice o della protagonista (e nonostante - si scopre - Mani Haghighi le abbia perforato un timpano nella scena dello schiaffo). Se ne riconoscono diversi altri, si capisce che il regista americano di culto, che lei non ha mai sentito nominare, è Ridley Scott; ma chi è invece in grado di catalogare tutti gli innamoramenti della Nostra? 

Classe 1983, Golshifteh Farahani (Sheyda Shayan nel libro) cresce in una famiglia emblematica del ceto intellettuale prima e dopo la Rivoluzione; discendente in parte da "infedeli" baha'i, padre drammaturgo comunista inviso sia allo scià che agli ayatollah. Il risultato delle rigide scuole religiose è per la Farahani l'ateismo, mentre un fratello maggiore si arruola tra i miliziani fanatici basiji.
Da bambina subisce molestie sessuali da un vicino di casa; in seguito un'aggressione misogina in strada, con uno sconosciuto che le getta addosso dell'acido. Da ragazzina si rade i capelli a zero e si traveste da uomo per giocare a basket con i maschi, come le tifose di "Offside" per andare allo stadio. Il cinema, capitato quasi per caso (il fratello più grande, attore, la iscrive di nascosto a un provino) le fa abbandonare una possibile carriera da musicista. Compare in molteplici pellicole e calca qualche palcoscenico. Diventa eroina nazional-popolare interpretando la giovane madre di un bambino menomato dalle armi chimiche di Saddam, in "M for Mother" di Rasool Mollagholipoor (definito "regista islamista").
Più tardi si mostra in Occidente a capo scoperto, poi a seno nudo. Tali scelte, intervallate inoltre da snervanti tiramolla con le autorità censorie, a causa dei ruoli ricoperti in opere straniere, le impediscono di lavorare e finanche di soggiornare in patria. Risiede così a Parigi.





Questo e tanto altro sull'attrice. Per chi fosse invece più interessato alla società nel suo complesso, possono essere molto utili le descrizioni, spesso precise, della vita quotidiana in Iran e del lavoro degli artisti. Ad esempio, il passo seguente sintetizza molto bene ciò che rappresenta il cinema in alcune tappe fondamentali della Storia del Paese:

Nei primi tempi non veniva mai autorizzato niente. La stessa Rivoluzione iniziò con l'incendio del cinema Rex a Shiraz [in realtà Abadan]. Poi acquistò vigore dando fuoco ad altri cinema in altre città. All'instaurazione della Repubblica Islamica tutte le sale, bruciate o scampate, furono definitivamente chiuse [...] Eppure, nel 1907 [...] Teheran aveva già una sala da duecento posti in cui ogni pomeriggio erano proiettati film francesi. 
Nel 1979 [...] la settima arte fu data per morta. Vietato rivedere la luce. Un giorno, tuttavia, l'Imam Khomeini vide alla televisione Gav (La vacca) di Dariush Mehrjui, un film ambientato in campagna che racconta l'attaccamento di un povero contadino alla propria vacca. Affascinato, decretò che il cinema, quel genere di cinema, era tornato lecito. I registi, divenuti nel frattempo falegnami, pasticceri, mediatori [...] approdarono in campagna. Trovarono l'uccello miracoloso e gli infusero la loro vitalità, quel poco che ne restava, che portò, anni dopo, a palme d'oro, leoni d'oro, orsi d'oro e perfino a un oscar. Ma [...] una frase, un comportamento sbagliato poteva decretare la condanna di un film, e al di là di una singola opera, di tutto il cinema iraniano,

Mentre questo breve aneddoto, tra i tanti, illumina sui meccanismi di aggiramento della censura:

Ricordo di avere visto un film in cui l'atto sessuale veniva suggerito dalle pantofole dell'uomo adagiate sulle ciabatte della donna. Si può anche vedere un cravatta gettata su una sciarpa da donna.

Insomma, nelle quasi interminabili 300 pagine del libro, tra pettegolezzi, informazioni, curiosità, i contenuti non mancano.






martedì 25 aprile 2017

Libro: Il grande Iran, di Giuseppe Acconcia (2016)

Oscillante tra ricostruzione storica del 900 (e fino ai giorni nostri), descrizione dell'assetto istituzionale come emerso dalla Rivoluzione del '79, diario di un testimone oculare di momenti chiave degli ultimi anni, "Il grande Iran" di Giuseppe Acconcia soddisfa i palati più vari. Magari scontenta chi è alla ricerca di un taglio omogeneo e più sviluppato (un manualetto di Storia, per esempio); di certo sorprende – in positivo – chi si occupa di cultura, come il nostro piccolo blog. Selezionando le esperienze artistiche più politiche, o che comunque hanno inciso o significato qualcosa nella società iraniana, Acconcia guarda autori noti da una prospettiva inedita, ma soprattutto svela realtà e artisti sconosciuti. Con il cinema a fare la parte del leone.





Il capitolo sulla società civile si apre con la descrizione di "Marmoulak" ("The Lizard") e delle sue vicissitudini censorie. Un perfetto esempio dello scollamento tra autorità e popolo.
Guardando poi, retrospettivamente, al ruolo degli intellettuali, l'autore individua influenze, in parte inaspettate, dei comunisti e della "corrente innovatrice maoista" su quelli che definisce il secondo e terzo filone del primo cinema iraniano. Riferimenti poco precisi ma che lasciano la voglia di approfondire.
Parlando invece del cinema post-rivoluzionario, Acconcia fa bene a ricordare il ruolo, oggi dimenticato, del giovane Mohsen Makhmalbaf ideologo della cultura del neonato regime: uno dei più grandi registi non è stato solo, successivamente, l'alfiere del cinema più florido (descritto anche nel volume) sbocciato col riformista Khatami, o il portavoce internazionale del movimento "verde" contro Ahmadinejad...

Una chicca l'incontro con Bahram Beizai. Il regista di "Bashù il piccolo straniero", non-esule per scelta, rivendica la purezza del cinema rispetto ad altri ambiti della società, ma al contempo ne denuncia l'impotenza, e sottolinea il rischio dell'auto schedatura per gli artisti politici. Della "lunga conversazione" intrattenuta con lui avremmo voluto sapere di più, ma comprendiamo l'esigenza di parlare anche d'altro.


Bashù, il piccolo straniero, di Bahram Beizai


Per il regista più conosciuto, Abbas Kiarostami, Acconcia fa scelte spiazzanti. Perché parlare dei rari "Caso 1, Caso 2" e "L'esperienza" e al contempo di uno dei film più celebri, "Dov'è la casa del mio amico", escludendo gli altri lavori? Il filtro sociale, attraverso cui il libro guarda la cultura, è una parziale spiegazione; ma c'è il rischio di piegare l'arte a esigenze che travalicano le volontà degli autori. Come nel caso di un apolitico per eccellenza, Amir Naderi, il cui film giapponese "Cut" viene erto a emblema della situazione dei cineclub di Teheran (per altro in una sezione del volume tra le più interessanti).

Inevitabili gli accenni alla piaga della repressione, dal noto caso di Jafar Panahi, all'arresto dell'attrice Golshifteh Farahani e al bando della sua collega Sadaf Taherian, dalla condanna del filmaker attivista Mohammad Nourizad a quella recente e atroce del giovane Keywan Karimi. In questo difficile contesto, si muove il cinema di denuncia della condizione femminile realizzato dalle donne medesime. Storica portavoce è Tahmineh Milani; un nome meno celebre è quello Manijeh Hekmat. Trovare una sua testimonianza nel libro invoglia a scoprirne l'arte. 

I consigli, infine, di un critico locale (senza riportare tutti i citati, segniamoci il nome del regista Reza Mirkarimi) fanno de "Il grande Iran" un percorso con qualche inciampo (uno dei film consigliati è "The Shallow Yellow Sky" di Bahram Tavakoli... non "Shadow Yellow Sky" di Majid Tavakoli), ma all'interno di una piccola miniera.





















domenica 19 marzo 2017

Libro: Jafar Panahi - images / nuages, di Clément Chéroux e Jean-Michel Frodon (2016)

Inauguriamo una rubrica dedicata ai libri. Saranno quasi esclusivamente libri in italiano che si occupano in tutto o in parte di cinema iraniano. Iniziamo però con un'eccezione: il primo volume di cui trattiamo è in francese. Non potevamo non parlarne, data l'importanza della pubblicazione: si tratta con ogni probabilità del primo testo in assoluto dedicato a Jafar Panahi, che ha accompagnato la prima retrospettiva integrale, comprensiva degli inediti cortometraggi giovanili, sulla sua opera, allestita lo scorso autunno al Centre Pompidou di Parigi, insieme all'esposizione delle fotografie scattate da Panahi e riportate anche nel volume.





Lo storico del cinema Jean-Michel Frodon tratteggia una breve (12 pagine) ma puntuale monografia dell'autore, contestualizzandone correttamente l'opera e delineandone l'evoluzione artistica. Segue una lunga (20 pagine) intervista al regista, in violazione della sentenza che lo ha interdetto dal rilasciarne, raccolta nella sua abitazione di Teheran il 25 aprile 2016. 
Nel capitolo successivo, il curatore della mostra Clément Chéroux ne ricostruisce le vicissitudini giudiziarie e umane, trova analogie con quanto subito in passato da altri artisti e traccia una bizzarra storia delle nuvole, per come le ha studiate l'uomo. Le nuvole sono il soggetto unico delle fotografie di Panahi*, tutte senza titolo, realizzate tra il 2013 e il 2014, qui riprodotte purtroppo con una cattiva impaginazione.





Ci si poteva aspettare di più in tema di analisi dei film. Tuttavia, il volume svela parecchio sulla vita privata dell'autore, di cui si sapeva poco, evitando al contempo i meri pettegolezzi. Per esempio, scoprire il suo legame strettissimo con Teheran aiuta a comprendere come mai nasce un autore così urbano negli anni 90, un'epoca in cui le macchine da presa dei registi iraniani sono nettamente orientate verso le campagne. Curiosità: l'anagrafe riporta Mianeh, località dell'Azerbaijan iraniano, come suo luogo di nascita, ma è una scelta di registrazione effettuata dal padre, legatissimo alla terra natia. Jafar nasce invece nella capitale, e si sente iraniano al di là dell'appartenenza a una minoranza etnica.

Da non perdere i racconti di vita universitaria - dove nascono i primi corti e mediometraggi -, gli accenni al fronte iracheno (con breve prigionia), la folgorazione sulla via di "Ladri di biciclette", i progetti irrealizzati sull'ultimo giorno di guerra e sulle proteste contro Ahmadinejad. Commoventi i brani sul rapporto col mentore Abbas Kiarostami, non ancora scomparso al momento dell'intervista. Il Maestro gli ha spianato la strada, assumendolo come assistente e attore in “Sotto gli ulivi”, scrivendo poi lo script per la sua prima regia “Il palloncino bianco”**. Gli ha insegnato moltissimo... e qualcosa ha ancora da insegnargli: come fotografo aveva ben altra caratura.



*Il motivo della scelta l'aveva già spiegato, ad esempio in questa conferenza stampa
** Il libro dice molto sulla genesi dei film ma, chissà come mai, non ci racconta come nasce la collaborazione con Kiarostami per “Oro rosso”