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giovedì 23 gennaio 2020

Il Fajr cancella la cerimonia d'apertura, gli artisti si dividono



A seguito di una serie di boicottaggi annunciati dagli artisti, tra cui quello del veterano regista Masud Kimiai, il Fajr International Film Festival, la più importante kermesse cinematografica del paese, che si tiene annualmente a Teheran, ha annunciato l'annullamento della cerimonia di apertura prevista per il prossimo 1° febbraio. Come riporta il sito Al Monitor, la decisione è stata presa il 15 gennaio, ufficialmente in solidarietà con le famiglie delle 176 persone uccise dai missili che l'8 gennaio hanno abbattuto un aereo di linea ucraino.

Tra gli importanti attori che hanno anche deciso di boicottare il festival figura Payman Moaadi, il protagonista di "Una separazione". Altri nomi comprendono Pegah Ahangarani, Sara Bahrami, Maryam Bobani e Parastoo Golestani .

Varie compagnie teatrali internazionali, che avrebbero dovuto partecipare agli eventi collaterali del festival, si sono unite al boicottaggio [tra queste l'Odin Teatret di Eugenio Barba], così come altri artisti hanno preso iniziative analoghe.

Alcuni ambienti però hanno criticato duramente la scelta, come il giornale Kayhan, o l'attore Shahab Hosseini, il protagonista de "Il cliente", secondo cui il boicottaggio sta alimentando le divisioni nel paese.


Link all'articolo integrale in inglese:
https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/01/ranian-artists-boycott-fajr-festival.html#ixzz6BrYnWbdb


EDIT 139 artisti del cinema si sono schierati per il boicottaggio. Tra loro Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof e Ali Mosaffa. Intanto l'attrice Taraneh Alidusti è stata convocata in tribunale.
https://en.radiofarda.com/a/iran-s-annual-film-festival-on-verge-of-collapse-after-boycott-by-movie-stars/30392945.html?fbclid=IwAR2_mQAKO3yawpXQcedupDgsuDg4GTbKJKkBP4Dkwt3Ve5ujs8MODaO1VAo

mercoledì 4 settembre 2019

Just 6.5, Saeed Roustayi (2019)

Samad (Peyman Moaadi), sergente della squadra narcotici della polizia, è sulle tracce di un boss della droga, Nasser Khakzad (Navid Mohammadzadeh). Dopo varie operazioni, riesce a rintracciarlo nel suo attico, dove l’uomo ha tentato il suicidio. Sopravvissuto, Nasser attraversa tutte le fasi del procedimento legale. Per il suo reato è prevista la pena di morte. 



Il giovane regista riprende un tema del precedente "Life+1Day", schierando nuovamente la collaudata coppia di attori protagonisti, per altro avvezzi a ruoli simili, ma spostando nella prima parte il punto di vista dai criminali alle più edificanti forze dell'ordine. Tuttavia i poliziotti impiegano metodi scorretti e celano un passato controverso. Nel prosieguo del film, l'attenzione si sposta invece sul trafficante.

Metà poliziesco metà dramma carcerario, "Just 6.5" (Metri Shesh Va Nim) si interroga sul motivo per cui i tossicodipendenti in Iran siano giunti alla cifra esorbitante dei milioni indicati nel titolo, nonostante i metodi ferocemente repressivi, dei quali l'impiccagione è solo la tappa finale: impressionano gli ammassamenti di decine di uomini in un'unica, soffocante stanza di reclusione, in attesa del processo. L'autore solletica però il gusto per lo spettacolo del fruitore e gli consegna un film concitato, urlato, recitato sopra le righe anche da un talento come Mohammadzadeh, che questa volta offre un'interpretazione accademica di maniera. E se gli elementi narrativi spiazzanti che intervengono per tentare di aggiungere complessità, come nelle opere Asghar Farhadi, creano più che altro confusione, il finale con la famiglia del condannato riunita ha un che di conservatore.

Non è un caso che l'attrice e cineasta Mania Akbari si sia schierata contro la scelta di presentare "Just 6.5", un film in patria campione di incassi, pluripremiato e rappresentativo di certo cinema popolare, alla mostra di Venezia - sezione Orizzonti.
La sua motivazione ne rigetta in apparenza il taglio sociale, in realtà lo smaschera come moralistico. Questa è la traduzione del suo post di Facebook: 




Addio Mostra del Cinema di Venezia! Non andare in Iran a mangiare kebab e scegliere film davvero commerciali, sponsorizzati da enormi quantità di soldi del petrolio. Onestamente negli ultimi 5 anni il Festival del Cinema di Venezia ha scelto il brutto cinema iraniano, esoticizzante, che giudica la società e la cultura e i poveri nelle città o in prigione, che combattono senza sosta, picchiano, uccidono e imprecano. Film ambientati nelle carceri o nelle abitazioni della classe operaia, con soggetti superficiali e overacting! Alberto Barbera [direttore della Mostra] crede di conoscere il cinema iraniano. Devo dirgli che mi dispiace che stia distruggendo l'approccio riflessivo con un'attenzione di tipo diverso sull'Iran...  e per favore non mangiare Kebab e cipolla in Iran per poi sostenere il cattivo cinema.


giovedì 26 ottobre 2017

Melbourne, Nima Javidi (2014)




In barba alle dichiarazioni del regista, che dice di aver riflettuto sulle responsabilità di qualunque persona e di qualunque popolo, l'incipit del suo sorprendente lungometraggio d'esordio parla chiaro: "Melbourne" si apre con una visita porta a porta per il censimento; mappatura di una e una sola nazione. L'incaricata è frenata da uno scontro fortuito in strada: altra metafora, questa volta delle difficoltà di portare a termine la disamina. 
All'appello rispondono i coniugi Amir e Sara, che affermano di star partendo per l'Australia per motivi di studio. È qui che la macchina da presa si insinua nel loro appartamento e non vi esce più fino alla penultima sequenza. 
Lo sgombero del locale e gli ultimi preparativi per la partenza vengono funestati da un evento  agghiacciante: la figlia neonata del vicino, da loro provvisoriamente ospitata, muore senza una spiegazione. Come dirlo ai genitori?




Nato nel 1980, già autore nel 2007 di due documentari ("Person" e "An Ending to an Ancient Profession", oltre che di numerosi spot pubblicitari e di sei cortometraggi, Nima Javidi, al netto dell'innocente tentativo di decontestualizzare l'ambientazione del film, spiega con estrema lucidità la genesi e lo sviluppo del progetto. Inoltre il regista, che ammette l'influenza di Alfred Hitchcock, denuncia una fonte di ispirazione ben precisa,anche legata a necessità contingenti. Riportiamo ampi estratti da sue interviste, molto utili per l'analisi dell'opera:

Circa cinque o sei anni fa andai in montagna con un gruppo di amici, tra cui una giovane coppia con un bambino poco più che neonato, e a un certo punto fui lasciato in casa con il piccolo per un breve lasso di tempo. Nonostante io facessi un po’ di rumore, il bambino sembrava non farci caso e a un certo punto mi sono chiesto se fosse ancora vivo. A quel punto ho provato a fare ancora più rumore e quello per fortuna si è svegliato. Ma è stato allora che mi sono chiesto: cosa avrei fatto se il bambino fosse invece morto? E così è nata l’idea centrale del mio film.

La scelta di ambientare tutto in interni e in un’unica location è legata al budget. Dal momento che io ero un regista al primo film non potevo presentarmi con un progetto costosissimo e sperare di trovare un produttore, e allora ho dovuto limitare il tutto a un interno pur sapendo che questo mi avrebbe causato delle difficoltà, perché è più difficile mantenere la tensione e l’attenzione dello spettatore con un film che si svolge tutto in un solo ambiente. Ho dovuto lavorare molto di più sulla sceneggiatura avendo fatto questa scelta, ma non avevo molte alternative.

[...] potevo stancare lo spettatore, quindi ho utilizzato la tecnica della sceneggiatura teatrale francese, che è basata sul fatto che il rapporto fra i personaggi presenti nella scena cambia tra di loro facendo entrare e uscire una terza persona. Entrando e uscendo un terza persona nella scena, l'attenzione si sposta da uno all'altro e questo crea varietà. È quello che è stato fatto anche in “12 uomini arrabbiati”: ho usato questa tecnica, è una sceneggiatura ambientata tutta in interni che devi poter variare con niente, facendo soltanto entrare e uscire i personaggi.





Epperò, nonostante alcune originalità (un insolito formato panoramico; l'eleganza dei titoli di testa - sui vestiti impacchettati sottovuoto - ad opera di Amir Mehran), "Melbourne" non può non rimandare al cinema di Asghar Farhadi. Più che un degnissimo allievo, Javidi sembra quasi il direttore della seconda unità di ripresa di un film del maestro, tanto è somigliante la sua pellicola.
Anzitutto, ma è il meno, per la presenza di due attori (e la bravura nel dirigere il cast): Peyman Mooadi è fresco reduce dal trionfale ruolo da protagonista di "Una separazione", Mani Haghighi era, con Moaadi, tra gli interpreti del corale "About Elly" (Sara ha invece il volto di Negar Javaherian ("A Cube of Sugar"). Attori importanti hanno scelto un regista debuttante dopo aver letto la sceneggiatura. Ed è proprio la capacità di sviluppare quest'ultima in maniera certosina e facendo montare contemporaneamente dramma e tensione, nonché il tema dell'aspirazione a emigrare per il ceto medio urbano iraniano, a ricondurre ineluttabilmente al regista premio Oscar. L'elemento del trasloco sembra addirittura anticipare "Il cliente". 

Una particolarità stilistica di "Melbourne" è invece l'onnipresenza di squilli, dei telefoni e dei campanelli, perfetti nel mettere fretta e spavento ai protagonisti, ma con la funzione ulteriore di rammentare l'esistenza di una realtà circostante (non solo quella di addetti allo sgombero e parenti che si palesano) con cui devono decidere se e come confrontarsi o fuggire. Il fulcro nel film è infatti il senso di responsabilità, schivato da coloro che optano per la fuga, sia da un appartamento sia dal paese. Anche a fronte di colpe che non hanno, ma che avvertono come proprie. 

Un apparente limite è l'esplosione gratuita del conflitto (sempre farhadiano) di coppia: Sara grida al marito 'è colpa tua!' non appena viene a conoscenza del decesso della bambina, prima di fare qualunque indagine. Il che lascerebbe intendere frizioni pregresse. Tuttavia il senso della battuta sta nella ricerca del capro espiatorio, individuato poco dopo nella baby sitter, mentre la relazione coniugale tende, tra altri e bassi, a ricomporsi. 
Il discarico di colpa diventa poi definitivo nella soluzione adottata nel prefinale (dopo un grottesco tentativo di trasporto del piccolo cadavere in valigia, testimonianza dell'assurdità parossistica della situazione). Amir e Sara se ne vanno, i problemi sono di chi resta.

La lunga inquadratura conclusiva, senza stacchi, sul volto dei protagonisti, lascia il tempo allo spettatore di interrogarsi su cosa potrà succedere e su cosa avrebbe fatto al loro posto.




Presentato a Venezia71 nella sezione Settimana della critica. "Melbourne" ha vinto cinque premi nei festival internazionali.

I corsivi sono tratti dalle seguenti interviste al regista:
https://quinlan.it/2014/08/31/intervista-nima-javidi/
http://www.storiadeifilm.it/articoli/il_cinema_iraniano_a_venezia_71_incontro_con_nima_javidi_e_payman_moaadi_per_il_film_melbourne.html