venerdì 20 luglio 2018

The White Meadows, Mohammad Rasoulof (2009)

L'atipico funzionario Rahmat naviga di isola in isola, in uno scenario caratterizzato da distese di sale, per raccogliere e custodire le lacrime delle persone. Che cosa ne faccia, è un mistero. Le trasforma in perle? Al primo approdo, sulla barca a remi sale di nascosto un ragazzo, in fuga alla ricerca di suo padre.


La forza di "The White Meadows" (Keshtzar haye sepid) risiede in due elementi: lo splendore dell'ambientazione, fotografata da un maestro come Ebrahim Ghafori, abituale collaboratore dei Makhmalbaf da "La mela" e "Il silenzio" in poi; la valenza di metafora sociopolitica, insistentemente cercata, non sempre di immediata interpretazione.

Raffigurando un mondo surreale, in preda alla tristezza diffusa e succube di riti superstiziosi ancestrali, che portano al sacrificio dei diversi - tra cui le donne troppo belle - e dei più deboli, il film ha l'ambizione di denunciare i crimini del fanatismo religioso, specie se assurto al potere politico, e di riflettere su repressione, espatrio, libertà dell'artista (in una sequenza, un pittore è costretto sotto tortura ad ammettere che il mare è blu, non rosso come lui lo vede e lo dipinge). Lo fa però con una struttura narrativa piuttosto fragile, il cui sviluppo non è favorito dall'uso parsimonioso dei dialoghi. Che ruolo ha la vicenda del ragazzo e che ne è di suo padre, per esempio, non è affatto chiaro.

Il film esce in concomitanza delle proteste contro la rielezione del Presidente Ahmadinejad. Il regista Mohammad Rasoulof, al terzo lungometraggio, lo accompagna nei festival agitando i vessilli dell'Onda verde. Di lì a poco cominceranno i guai giudiziari per lui e per il montatore di "The White Meadows": Jafar Panahi.

Rasoulof al Festival di San Sebastian



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