venerdì 4 settembre 2020

The Wasteland - Dashte Khamoush (Ahmad Bahrami, 2020)


In questi primi giorni di Mostra di Venezia Dashte Khamoush è senza dubbio il film che ci ha colpito maggiormente, si tratta un lavoro estremamente politico e umano, e dal punto di vista formale pregevolissimo. È il racconto di una piccolissima comunità di dimenticati al confine nord iraniano; nel mezzo del deserto circa una ventina di persone - uomini, donne e bambini - lavorano in una fornace che produce mattoni ancora in modo tradizionale. Famiglie di etnie diverse faticano nella fabbrica e il capo sembra essere in grado di risolvere i loro problemi. Lotfollah, un quarantenne nato proprio nell'opificio, è il sorvegliante, ma funge anche da tramite tra operai e proprietario. In un giorno qualunque quest’ultimo ha chiesto a Lotfollah di riunire il personale davanti al suo ufficio perché deve annunciare una novità importante.

Il film ci mostra le azioni ripetitive nella fornace, lo scopo dell'attività è la produzione di mattoni identici e l’impatto di questo luogo e del lavoro meccanico ha evidentemente reso gli operai esseri umani disillusi e docili. La ripetizione è una delle caratteristiche principali del film, che è ambientato nel corso di un’intera giornata; la gestione del tempo è fondamentale in un'opera che, un po’ come "Satantango" di Bela Tarr, presenta una sequenza che si ripropone più volte e ci permette a poco a poco di scoprire sempre qualcosa di più della storia. Si tratta del momento in cui il padrone comunica agli operai il futuro del mattonificio; nel tempo che intercorre tra il reiterarsi di questa sequenza c’è il lavoro e ci sono i colloqui personali tra capo e maestranze in cui ognuno dice la sua verità, come avveniva in "Rashomon" di Kurosawa. Riferimenti altissimi per un film importante che ha nella forma un aspetto di grande interesse: il regista gira in 4:3 in un bianco/nero che ci riporta indietro nel tempo e che rinchiude i personaggi in un formato ristretto. Sostanzialmente girato solo con panoramiche per accentuare questa ripetizione dei movimenti, senza primi piani e con solo quattro leggerissime zoomate durante la famosa riunione: fare un film oggi con sole panoramiche è un'impresa che Bahrami compie con apparente semplicità, riuscendo comunque a creare empatia coi personaggi.

"The Wastland" è ovviamente un film importante sul lavoro, che racconta l’assenza di diritti. I dipendenti sono operai senza studi, senza futuro e ovviamente senza coesione sociale, vedono nel capo l’unico sbocco per cambiare qualcosa della loro povera esistenza: la pensione per il più anziano, la libertà per uno dei curdi, un futuro per una donna senza marito, qualcosa di diverso per un uomo di quarant'anni che ha visto solo la fabbrica in tutta la sua vita.

Ahmad Bahrami è un regista iraniano quasi cinquantenne che ha iniziato tardi con il cinema. Dopo aver partecipato nel 2010 a un workshop di Abbas Kiarostami, esordisce nel 2017 con il lungometraggio "Panah" - anche questo ambientato nel cuore del deserto iraniano - che racconta la vita di un piccolo villaggio che dipende dagli sforzi di un ragazzino pronto ad aiutare il prossimo. Con quest’ultimo film Bahrami continua a lavorare sul deserto persiano e con personaggi ai margini: i lavoratori senza documenti sono immigrati azeri o curdi. Le motivazioni del regista vengono dalla sua famiglia: il padre ha lavorato in fabbrica ed è andato in pensione dopo trent’anni di fatiche. Per il regista iraniano questo è un omaggio al genitore e a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, lavorano duramente.

Dashte Khamoush, che in italiano vuol dire “terra desolata”, racconta una storia di oggi ma è sostanzialmente un film senza tempo perché non dà delle coordinate temporali e assomiglia terribilmente a molti altri lungometraggi visti negli anni. Siamo in Iran ma potremmo essere in molte regioni remote del mondo. Ci fa anche pensare al nostro passato. Crediamo sia giusto che il cinema si interroghi sulle periferie della terra e su una realtà lavorativa senza diritti e senza futuro. Lo sfruttamento del lavoro è uno dei mali di questo mondo e il bisogno di coesione sociale dei lavoratori è sempre più necessario.

Recensione di Claudio Casazza

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