mercoledì 27 maggio 2026

Rappresentare la guerra: prospettive divergenti sul cinema bellico iraniano

Un mio articolo per Osservatorio sull'Iran.

 

 

La pubblicazione, a pochi mesi di distanza, di Trends in Iranian Cinema (2024) e dell’Handbook of Iranian Cinema (2025) da parte dello stesso editore – I.B. Tauris/Bloomsbury – costituisce un fatto editoriale degno di nota nel campo degli studi sul cinema iraniano. Entrambi i volumi collettivi ambiscono a offrire una ricognizione aggiornata e scientificamente fondata della cinematografia iraniana post-rivoluzionaria, e in entrambi figura un capitolo dedicato al cinema bellico della guerra Iran-Iraq: fenomeno che, come sottolineano concordemente i due autori, rimane largamente sconosciuto al di fuori dei confini nazionali nonostante la sua imponenza produttiva e il suo peso culturale.

Agnès Devictor, storica del cinema e iranologa francese, porta in dote un decennio abbondante di ricerca sul campo, che la colloca tra le massime specialiste mondiali del tema. Il suo capitolo si configura come una sintesi metodologicamente rigorosa di quella ricerca: uno sguardo dall’esterno, informato da un approccio comparativo di storia del cinema, che situa la produzione bellica iraniana all’interno della storia globale del genere war film.

Kaveh Abbasian, studioso di cinema iraniano con una prospettiva orientata alla teoria politica e culturale, costruisce invece un’analisi diacronica che abbraccia oltre quarant’anni di storia cinematografica, dall’immediato periodo post-rivoluzionario fino alle produzioni dell’ente affiliato all’IRGC Owj Arts and Media Organization degli anni più recenti. Il suo contributo ha il pregio di affrontare frontalmente la dimensione politica e propagandistica di un corpus filmico spesso trattato con eccessiva cautela dalla critica accademica.

Il perimetro del corpus: sincronia contro diacronia

La prima differenza strutturale tra i due contributi riguarda la delimitazione del corpus. Devictor si limita con precisione alle opere di finzione prodotte durante il conflitto (1980-1988): più di quaranta film, una produzione che ella definisce con convinzione “un caso singolare nella storia del cinema”. La scelta è metodologicamente motivata: ciò che interessa all’autrice è l’anomalia storica della produzione filmica in tempo di guerra, fenomeno raro nella storia del cinema mondiale. L’argomentazione comparativa è esplicita fin dall’incipit: Devictor enumera i casi in cui le democrazie occidentali hanno scelto di non rappresentare cinematograficamente i propri conflitti in corso – il Vietnam, l’Algeria, l’Indocina – per stabilire un termine di confronto che metta in risalto la singolarità iraniana.

Abbasian adotta invece un orizzonte temporale assai più ampio, che si estende dalla rivoluzione del 1979 fino alle produzioni Owj degli anni 2010-2020. Questa scelta riflette una diversa domanda di ricerca: non “cos’è stato prodotto durante la guerra?”, ma “come si è evoluto, trasformato e istituzionalizzato il cinema della Difesa Sacra nel tempo?”. L’ampiezza cronologica consente ad Abbasian di proporre una periodizzazione originale in tre fasi – idealismo apocalittico, malinconia post-apocalittica, nazionalismo roboante – che costituisce il contributo teorico più originale del suo capitolo.

Le due prospettive non sono contraddittorie ma complementari: Devictor mappa la morfologia del genere nel momento della sua formazione originaria; Abbasian ne traccia la genealogia e le trasformazioni nel lungo periodo. Letti in sequenza, i due testi offrono una visione più completa di quanto ciascuno non possa offrire isolatamente.

Tassonomie a confronto: come classificare il cinema di guerra

Uno degli aspetti più produttivi del confronto riguarda le diverse tassonomie adottate per classificare il corpus. Devictor propone una tripartizione che riflette la diversità ideologica, estetica e istituzionale della produzione bellica iraniana:

  • I film di guerra (film-e jangi) di influenza hollywoodiana, che riadattano i generi del western, del combat film e dell’action film al contesto iraniano;
  • I film della Difesa Sacra (defā’-e moqaddas), ispirati alla tradizione sciita del martirio e con espliciti riferimenti alla forma teatrale rituale nota come ta’zieh;
  • L’auteur cinema, con il suo distanziamento critico dall’evento bellico.

Questa tripartizione ha il merito di cogliere la profonda eterogeneità di una produzione che il discorso pubblico iraniano tendeva – e tende tuttora – a presentare come monolitica. La categoria dei war films di influenza hollywoodiana, in particolare, permette a Devictor di dimostrare il paradosso di una cinematografia rivoluzionaria che, dichiarando la propria indipendenza culturale dall’Occidente, attingeva massicciamente ai modelli narrativi e visivi di Hollywood: il western di John Ford in Marz/The Border (Heydari, 1981), il combat film in Pāygāh-e Jahannami/The Base of Hell (Sādeqi, 1985), il film di aviazione in ‘Oghāb-hā/The Eagles (Khāchikiān, 1985).

Abbasian, da parte sua, non propone una tassonomia orizzontale sincronicа ma una periodizzazione verticale diacronica, identificando tre fasi che corrispondono a orientamenti ideologici distinti. La prima fase, quella dell’idealismo apocalittico, è incarnata dalla figura di Morteza Avini e dalle sue serie documentarie televisive, in particolare Revāyat-e fath/Chronicle of Triumph (1986-1988). La seconda fase, la malinconia post-apocalittica, è dominata da Ebrahim Hatamikia e Rasoul Mollagholipour e si sviluppa nell’immediato dopoguerra: i combattenti tornati dal fronte non riescono ad adattarsi alla vita civile, la guerra è assente ma ossessivamente presente come fantasma. La terza fase, il nazionalismo roboante, è quella delle produzioni dell’Owj Organization, con il loro mix di nazionalismo aggressivo, estetica hollywoodiana e legittimazione delle operazioni militari extraterritoriali dell’IRGC.

Il confronto tra le due tassonomie rivela un punto di sovrapposizione significativo: la categoria devictoriana dei film della Difesa Sacra corrisponde grosso modo alla prima fase di Abbasian, ma con un’enfasi diversa. Devictor si concentra sull’iconografia religiosa e sulle strutture formali derivate dal ta’zieh; Abbasian privilegia la dimensione ideologico-politica e il ruolo delle istituzioni nella formazione dei cineasti.

La questione del martirio e del ta’zieh

Un tema che accomuna i due contributi – pur trattato con accenti differenti – è il ruolo del martirio sciita e del ta’zieh come substrati culturali del cinema della Difesa Sacra. Entrambi gli autori riconoscono il carattere fondativo dell’immaginario della Battaglia di Karbalā(680 d.C.) e della figura dell’Imām Hoseyn nel modellare la rappresentazione dei combattenti-martiri.

Devictor descrive con precisione analitica il funzionamento di questo sistema simbolico nel testo filmico: la coppa vuota che preannuncia il martirio imminente, la sete come figura metonimica di Karbalā, l’amputazione del braccio di Abolfazl come motivo visivo ricorrente. Attraverso esempi concreti – il soldato ferito che in Rahāyi/Liberation (Sadr-’Āmeli, 1983) dice “Sono pronto. Ho sete”, il guerrigliero che in Torbat (Hātamikiā, 1982) ricava pietre da preghiera dalla terra irachena adorandola come “la terra di Karbalā” – l’autrice dimostra come il sistema di codici sciita operi a livello di mise en scène e non semplicemente di retorica narrativa. Si tratta, nella sua lettura, di una “doppia lettura” del testo filmico che permette al pubblico di percepire contemporaneamente il livello diegetico (la morte di un combattente) e il livello simbolico-teologico (il martirio come vittoria spirituale).

Abbasian affronta la stessa questione da una prospettiva più orientata alla teoria politica, attingendo alla nozione freudiana di “melanconia” e alla sua rielaborazione da parte di Walter Benjamin e Wendy Brown. Il cinema della seconda fase non si limita a celebrare il martirio: esso esprime il lutto per un ideale rivoluzionario che si è consumato con la fine della guerra e la morte di Khomeini. La figura del combattente che non riesce a reintegrarsi nella società civile – emblematicamente incarnata dal protagonista di Az Karkheh tā Rāyn/From Karkheh to Rhein (Hatamikia, 1993), un veterano cieco per un attacco chimico iracheno – non è semplicemente un soggetto della propaganda bellica, ma un soggetto melanconico nel senso benjaminiano: un individuo che è rimasto fedele a un ideale la cui base materiale è venuta meno.

Questa lettura psicoanalitica-politica è assente in Devictor, che rimane più aderente all’analisi testuale e storica. Non si tratta di una lacuna, ma di una differenza di prospettiva che arricchisce il panorama interpretativo complessivo.

L’auteur cinema di fronte alla guerra: Naderi, Beyzaee, Kiarostami

Un ulteriore punto di confronto riguarda il trattamento del cosiddetto auteur cinema di fronte all’evento bellico. Devictor dedica la sezione conclusiva del suo capitolo a quattro film di quattro registi distinti: Josteju-ye dovvom/The Search II (Naderi, 1981), Kilometre Five (Seyfi, 1982), Bashù, il piccolo straniero (Beyzaee, 1985/1989) e Compiti a casa (Kiarostami, 1989). Questi film condividono, secondo l’autrice, un elemento: “il distanziamento critico che stabiliscono rispetto al loro oggetto”. In essi la guerra non è il soggetto diretto ma la cornice, il fuori campo, la condizione che pervade e distorce il quotidiano senza mai manifestarsi direttamente come combattimento. Il caso di Bashù è particolarmente significativo: il film, prodotto sotto l’egida dell’istituto pedagogico Kānun, trasforma la guerra in allegoria della frattura etnica e sociale del Paese, facendo del bambino profugo del Khuzestan uno specchio che rivela il razzismo latente nella comunità del nord.

Abbasian affronta questa stessa linea cinematografica da una prospettiva radicalmente diversa: quella delle tensioni antagonistiche tra il cinema d’autore e il cinema della Difesa Sacra. La figura di Kiarostami emerge nel suo capitolo non come regista che affronta obliquamente la guerra, ma come bersaglio polemico di Avini e Hatamikia. Avini scrisse tre recensioni negative dei film di Kiarostami (Compiti a casa, Close-Up, Life, E la vita continua), accusandolo di produrre cinema per i festival occidentali; Hatamikia inserì in un personaggio di The Glass Agency (1998) un attacco velato allo stesso Kiarostami. Questa dimensione conflittuale, che Devictor non tematizza, è cruciale per comprendere le dinamiche di campo all’interno del cinema iraniano post-rivoluzionario.

I due sguardi sono complementari: Devictor descrive ciò che l’auteur cinema fa di fronte alla guerra; Abbasian descrive come viene percepito e rifiutato dai cineasti della Difesa Sacra. Insieme, questi due movimenti costituiscono la mappa di un conflitto estetico-ideologico che attraversa tutta la storia del cinema iraniano post-rivoluzionario.

La questione dell’influenza occidentale: un paradosso

Entrambi i contributi documentano, con accenti diversi, il paradosso dell’influenza occidentale su un cinema che si definiva come radicalmente anti-occidentale. Devictor è la più sistematica nell’analisi di questo fenomeno per la fase 1980-1988: The Border imita il western fordiano, The Eagles replica i film di aviazione hollywoodiani trasformando i soldati di Saddam in surrogati nazisti, The Base of Hell adotta la struttura del combat film americano. La critica di Devictor è storico-culturale: questi registi avevano visto cinema americano prima della rivoluzione (distribuito largamente in Iran fino al 1979 e poi circolante in videocassetta), e attingevano a quel repertorio formale perché era quello che conoscevano e che sapevano essere efficace presso il pubblico.

Abbasian riprende questo tema per le fasi successive, con implicazioni ancora più incisive. Nella terza fase, le produzioni Owj di Hatamikia/Bodyguard (2016) e Damascus Time (2018) assomigliano esplicitamente a blockbuster hollywoodiani, con l’ausilio di storyboard disegnati in stile fumettistico occidentale. Mahdavian dichiara apertamente di essersi ispirato al filmfarsi dell’era Pahlavi per il proprio Lottery (2018). La traiettoria paradossale è evidente: il cinema della Difesa Sacra, nato come rifiuto del cinema commerciale occidentale e come tentativo di fondare un’estetica islamica autonoma, approda nei suoi esiti più recenti a un’imitazione tanto più marcata quanto meno consapevole di sé.

Metodologie a confronto: la dimensione della ricerca etnografica sul campo

Un elemento metodologico che distingue significativamente i due contributi è il ricorso della francese Devictor alla ricerca sul campo in Iran. Il suo capitolo è esplicitamente fondato su “più di dieci anni di ricerche condotte durante diversi periodi di lavoro sul campo in Iran”, come dichiara in nota. Le interviste ai registi – Jamshid Heydari, Amir Naderi, Ebrāhim Hātamikiā, diversi funzionari del cinema – conferiscono al testo una dimensione testimoniale che l’iraniano Abbasian non ha (o almeno non dichiara in forma esplicita). Questa differenza non è trascurabile: la capacità di Devictor di ricostruire la genesi di The Border attraverso l’intervista al suo regista, o di datare con precisione il momento in cui Kiarostami girò scene sul fronte per il Kānun prima di essere bloccato da soldati che lo avvisarono di trovarsi nel raggio di fuoco nemico, dà alla sua analisi una pregnanza documentaria che è difficile da replicare con approcci puramente testuali.

Abbasian, dal canto suo, si avvale di un apparato teorico più esplicitamente dichiarato, con riferimenti, ad esempio, ai già citati Freud, Benjamin e Brown. Il suo contributo è più orientato all’interpretazione che alla ricostruzione storica, e questo ha il vantaggio di offrire strumenti concettuali più generalizzabili ma lo svantaggio di una minore densità empirica.

Conclusione: complementarità e fertilità del confronto

Il confronto tra i due capitoli rivela, in conclusione, una complementarità che è anche un invito a una lettura incrociata. Devictor offre la migliore analisi disponibile in lingua inglese della produzione bellica durante la guerra Iran-Iraq, con una padronanza del corpus filmico e delle fonti primarie che è difficilmente eguagliabile. Abbasian offre la cornice più ampia e la periodizzazione più sistematica disponibile per comprendere il cinema della Difesa Sacra come fenomeno di lunga durata, ancorato alla storia politica e istituzionale della Repubblica islamica.

Le differenze metodologiche tra i due contributi – storia del cinema comparata versus teoria politica della propaganda culturale; sincronia versus diacronia; filmografia del conflitto versus genealogia del genere – non esprimono incompatibilità ma approcci diversi a un oggetto la cui complessità è tale da richiedere molteplici chiavi di lettura. Se il cinema bellico iraniano è, come entrambi gli autori concordano, un oggetto singolare nella storia del cinema mondiale – per la sua produzione in tempo di conflitto, per la sua pluralità di orientamenti ideologici, per la sua combinazione di influenze esogene ed endogene – allora è proprio la pluralità delle prospettive critiche a essere la risposta metodologicamente più adeguata alla sua singolarità.


Riferimenti bibliografici

Fonti primarie analizzate

Devictor, Agnès (2024). “The Production of War Films during the Iran–Iraq War (1980–88) in Iran: A Singular Case in the History of Cinema”. In Behrooz Mahmoodi-Bakhtiari e Mohammad Rahmati (a cura di), Trends in Iranian Cinema: Local and Global Perspectives, pp. 63–81. Londra: I.B. Tauris/Bloomsbury.

Abbasian, Kaveh (2025). “The War Must Go On: The Three Phases of Iranian Sacred Defence Cinema”. In Michelle Langford, Maryam Ghorbankarimi e Zahra Khosroshahi (a cura di), The I.B. Tauris Handbook of Iranian Cinema, pp. 125–139. Londra: I.B. Tauris/Bloomsbury.

Fonti secondarie

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