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martedì 14 febbraio 2017

Cortometraggi, Keywan Karimi

Il nome di Keywan Karimi è tristemente noto per l’assurda condanna subita nel 2013 a causa della sua attività artistica (in particolare del documentario "Writing on the City", sui murales di Teheran), e le successive drammatiche vicissitudini. Un po’ timidamente, e in ritardo, si sta sollevando una mobilitazione internazionale a suo favore, con sempre maggiori adesioni.

Segnaliamo (e invitiamo a seguire) ad esempio le seguenti pagine Facebook:






Sul nostro blog proviamo a restituirne la figura di cineasta, attraverso una disamina dei cortometraggi che Karimi stesso ha reso disponibili sul suo canale Vimeo. Nell'attesa che anche i lungometraggi godano di una maggiore diffusione.



The Adventure of the Married Couple (realizzato nel 2013, durata 11'). Opera ispirata al racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, letto però in chiave pessimista. Lei è operaia diurna e si occupa della tappatura di bottiglie di vetro, lui è il guardiano notturno di una fabbrica di manichini. In bianco e nero e senza dialoghi, un apologo sull'incomunicabilità di una coppia, la cui crisi si evidenzia attraverso la donna: il suo sguardo sempre malinconico (molto bello il primo piano intravvisto dietro allo scorrere della linea di montaggio), il distrarsi dal lavoro quando il superiore invita una collega in ufficio. Iconico il prefinale coi manichini. Straordinarie le riprese conclusive della fabbrica.






Act, Harekat (realizzato nel 2011, durata 10'). Documentario in bianco e nero sulla sclerosi multipla, girato all'interno di un ospedale. I pazienti spiegano la malattia sia in termini oggettivi che di esperienza personale: come nasce e si sviluppa, cosa provoca, cosa significa esserne affetto per la società circostante e in famiglia. Suggestivo il breve incipit con suoni e immagini manipolati, di per sé eloquenti le immagini dei corpi, su cui l'autore giustamente non indugia. Inevitabile ripensare alla pietra miliare "The House Is Black".





Broken Border (realizzato nel 2012, durata 18') Karimi approda nel Kurdistan iraniano al confine con l'Iraq e filma, senza giudicare, la quotidianità delle comunità locali dedite al contrabbando di petrolio. Abbandonato il bianco e nero per il colore (comunque dominato dal bianco dei paesaggi innevati), contrappuntando le immagini con didascalie di poesie ed espressioni di saggezza popolare, l'autore si concentra sugli strumenti e le attività dei trafficanti (es. la ferratura dei muli), ostacolate - di fatto- solamente dall'ambiente impervio. Ritaglia inoltre una significativa sequenza sull'educazione dei bambini, che si concentra sulla materia che più influenza le loro vite: la geografia. L'attenzione al sociale e il talento fotografico sono i consueti ma, nei luoghi già immortalati magistralmente da Bahman Ghobadi, Karimi non firma la sua opera più personale.





The Children of Depth (realizzato nel 2011, durata 26') Documentario sulla giustizia minorile in Iran. Le interviste a detenuti (spesso rei di furto d'automobile), parenti, avvocati, giudici sono filmate frontalmente, a colori su sfondo nero, in penombra, senza musiche. Le contrappuntano immagini musicate e in bianco e nero: carrellate su fotografie o brevi sequenze, che catturano scampoli di vita dei bambini. Sparse, classiche interviste a esperti del settore (ma non parti in causa nei processi): sociologi, antropologi, giuristi. Per un lavoro dal minutaggio consistente, il regista adotta uno stile tendenzialmente più essenziale, che giova all'intento divulgativo. Ma non risparmia un crudo affondo finale: istantanee su impiccagioni e punizioni corporali (cui per ironia della sorte sarà egli stesso condannato), una fotografia che vira sul bianco e nero più cupo, ma al contempo il disvelamento dei volti sorridenti dei giovani, prima oscurati. Ne esce un'opera di grande qualità.






martedì 20 dicembre 2016

The Cow, Dariush Mehrjui (1969)


Sono morto come minerale,e come pianta sorto.
Sono morto come pianta
e ancora risorto come animale.
Sono morto come animale
e risorto come uomo.
Perché temere allora di divenire meno
morendo?
Ancora una volta morirò come uomo.
Per risorgere come un angelo perfetto
dalla testa alla punta dei piedi.
Ed ancora quando da angelo soffrirò la dissoluzione
Io muterò in ciò che supera l’umano concetto.”

Mevlana Jalaluddin Rumi




Metti alla sceneggiatura un importante e affermato scrittore come Gholam-Hossein Saedi, che adatta un suo racconto. Aggiungi un giovane e ambizioso regista (ancora oggi in attività) come Dariush Mehrjui. Poi un grande attore come Ezzatolah Entezami. D'accordo, tutti nomi sconosciuti in Occidente, come poco conosciuto è "The Cow" (circola anche il titolo originale, facile da memorizzare: "Gaav"). Ma stiamo parlando di uno dei due film iraniani più importanti - con il maggiormente noto "The House Is Black" di Forough Farrokhzad - dell'era prerivoluzionaria. E di un capolavoro assoluto della storia del cinema. Vedere per credere.


Cronaca di un amore malato

Se già colpiscono le immagini in negativo dei titoli di testa, lascia il segno ancor più l'incipit: un uomo cosparso di fango viene gettato in acqua e dileggiato da tutti, bambini compresi. Prima sorpresa: è solo lo scemo del villaggio, non è il protagonista.
Quest'ultimo, Mash Hasan, compare nella sequenza successiva assieme alla sua vacca (che è incinta), sulla via del ritorno a casa. Gioca con essa amorevolmente. Un montaggio sincopato, molto libero, e piani ravvicinati sottolineano il divertimento .







L'idillio è interrotto dalla visione, in lontananza, di tre figuri inquietanti in cima a una collina battuta da un forte vento. Sono boloori (dal paese limitrofo da cui provengono), ladri di bestiame, senza dio.





Al villaggio, il film evidenzia spesso la fede devota dei personaggi, che  pregano a voce alta e si abbandonano a nenie religiose. Una di queste ha un verso anticipatore del delirio incombente: "Musulmano il mio cuore stasera è matto". A intonarla è Mash Islam: nome non casuale assegnato al personaggio più saggio e intraprendente del film.

Nella stalla il gioco tra uomo e animale riprende e assume contorni patologici, se è vero che l'uomo si nutre con gioia dello stesso cibo del bovino.

E il dramma sopraggiunge. Mentre Mash Hasan è via, la moglie dà, disperata, la notizia della morte della vacca, piangendo la propria rovina.
Nessun abigeato, dunque: un decesso improvviso. Qualcuno sostiene che siano stati comunque i boloori, altri parlano di punizione divina per i peccati.
Comunque tutto il paese si stringe intorno alla donna. Ma presto sorge un altro problema: cosa dire al protagonista al suo ritorno, per risparmiargli lo shock? Che la vacca è scappata?
La sequenza - magistrale e memorabile - della sepoltura restituisce uno strazio che pare quello del funerale di un martire. "Sciagura", "disgrazia", "calamità" diventano vocaboli ricorrenti nel villaggio.





Lo scemo viene legato per evitare che riveli la verità. Hasan fa ritorno. Appresa la notizia (menzognera) della fuga, diventa letteralmente pazzo. Prima crede di vedere la mucca ancora nella stalla, poi si sostituisce ad essa. "Io non sono Mash Hasan, sono la sua vacca", dice ai paesani. Raggelante la sequenza in cui, in controluce, invoca il padrone affinché la protegga dai ladri.





Le ultime sequenze sono quelle del delirio di Hasan. I paesani sono costretti a legarlo ed arrivano, sotto una pioggia torrenziale, a frustarlo come una bestia. Mash Hasan infine muore. La vita del paese, invece, deve andare avanti, con i suoi rituali.


Fare finta di essere sani

"Professore, questa storia è vera?" Chiedono gli allievi ne "Il cliente" di Asghar Farhadi. L'insegnante risponde: "No, ma in un certo senso sì, le atmosfere e le tipologie di personaggi e le relazioni sono molto, molto vere". "Come si fa a diventare una bestia?" "Con il tempo".
"The Cow" si muove su questo crinale tra realtà e surrealtà. L
a rottura di un equilibrio precario, su cui si basa una comunità che vive ai limiti della sussistenza, produce conseguenze iperboliche.
Quanto può reggere la spiritualità, sottoposta a così dure prove?
Se Hasan, già bizzarro di suo, ha paradossalmente qualche ragione materiale per impazzire
, sono forse sani di mente coloro che vivono seriosamente la quotidiana miseria, senza porsi problemi, ma essendo in preda a paure poco fondate? E che trattano Hasan come una bestia vera nel momento in cui la nuova, immutabile realpostula la sua immedesimazione nella vacca? Allo spettatore, che vorrà immergersi nel capolavoro, la sentenza.


Curiosità

- La metempsicosi è un tema ampiamente diffuso nella filosofia islamica medievale. Nel racconto di Saedi avviene anche un caso di metamorfosi, espunto nella sceneggiatura del film.

- "The Cow" ottiene il premio FIPRESCI alla Mostra di Venezia del 1971.

- Negli anni 80 la Guida Suprema Ruhollah Khomeini indica "The Cow" come esempio da seguire per chi vuol fare un cinema di qualità. Tradotto: non censurato. Insomma, non tutto il cinema è peccato, nella Repubblica Islamica. Una dichiarazione che dà il la a una nuova generazione di autori, capaci di andare da un lato oltre la propaganda, dall'altro oltre i confini nazionali.