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mercoledì 11 ottobre 2017

Pirateria cinematografica tra copyright, censura e repressione

Chiunque abbia visto “I gatti persiani”, o “Taxi Teheran”, è al corrente dell'esistenza in Iran di un vasto mercato sotterraneo di dvd proibiti. Meno noto, anche se prevedibile, è invece il fenomeno della pirateria in rete. Questione non banale perché, al di della violazione del copyright, riguarda una delle poche modalità con cui gli iraniani possono vedere in patria film nazionali e internazionali bloccati dalla censura. Anche dal punto degli artisti, sorge un conflitto tra diritto d’autore e libertà di espressione. 


Traffici loschi in Taxi Teheran

La rivista “Vice” riporta una notizia che indica una stretta repressiva: il 26 settembre 2017 il procuratore generale di Teheran ha annunciato l’arresto dei sei amministratori del sito di download TinyMoviez (il sito è ancora online, ma gli utenti non possono più scaricare il materiale), in applicazione di una legge che prevede una pena detentiva da sei mesi a tre anni per chi pubblica, distribuisce o trasmette, in tutto o in parte e senza autorizzazione, opere coperte da copyright.

L’articolo, scritto da una iraniana Internet researcher a Oxford, è molto polemico. E poco condivisibile laddove stigmatizza la possibilità accordata a biblioteche pubbliche, centri di documentazione, istituzioni scientifiche e istituti scolastici, di fare (purché senza finalità commerciali) quanto invece è proibito ai privati. Il sarcasmo è già nel titolo del pezzo: “È illegale piratare film in Iran, a meno che tu non sia il governo”.

Al di là dell'episodio attuale, l’autrice allarga il discorso e spiega come la legge sul diritto d'autore iraniano non protegga gli artisti al di fuori del paese. E se da un lato l'Iran è membro dell'Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (WIPO) - un’ agenzia delle Nazioni Unite -, d’altra parte non ha mai ratificato il trattato sul copyright del WIPO stesso né altri accordi internazionali in materia a tutela del diritto d’autore degli stranieri.


Bahman Ghobadi, regista de I gatti persiani

Il fenomeno delle trasmissioni illegali è multiforme e in costante evoluzione: i contenuti di TinyMoviez – che vantava 300-400 nuovi abbonati al mese - sono stati riprodotti illegalmente anche da un’emittente televisiva; mentre pare che il governo (che nega) abbia chiesto aiuto ai produttori di videogiochi per bloccare alcuni siti incriminati. La TV di stato ha inoltre dapprima denunciato lo “YouTube iraniano” Aparat, poi ha cercato un accordo, concedendo al canale l’autorizzazione a trasmettere alcuni video. 

Per un accesso più vasto ai film, non è neanche più possibile affidarsi a Ganool, concorrente di TinyMoviez chiuso da pochissimo. Di certo i suoi amministratori non stanno dormendo sonni tranquilli.

martedì 22 novembre 2016

Offiside, Jafar Panahi (2006)

Un altro dei migliori film iraniani del nuovo secolo, e forse qualcosa di più. In ogni caso, il numero 3 della nostra classifica.







La figlia, di dieci anni circa, gli chiede di andare con lui allo stadio. Jafar Panahi risponde che non le è concesso. Lei insiste. Insieme arrivano ai cancelli, i gendarmi non la fanno passare. Il padre entra, ma dopo un po' la figlioletta riesce a raggiungerlo. Poiché c'è sempre un modo per farcela. Un modo per aggirare quelle norme che, secondo l'interpretazione del regime, impediscono a metà del popolo - alla metà costretta a stare dietro una linea più o meno immaginaria, per non finire in fuorigioco - di partecipare a uno dei rari eventi di unità per tutti gli iraniani: la partita di calcio, soprattutto se è quella della nazionale. Un evento tale da far sì che tifosi morti nella calca siano ricordati quasi come degli eroi. Paradossalmente, il governo ostacola il patriottismo.

L'episodio frulla nella testa del regista finché, in corrispondenza del match decisivo per la qualificazione dell'Iran ai mondiali di Germania 2006, decide di farci un film, girato in tempo reale con un originalissimo miscuglio di vero documentario e di finzione, nonostante le consuete difficoltà per ottenere i permessi a causa della presenza femminile nel cast, composto interamente da attori non professionisti. In Iran non è mai stato proiettato, all'estero è uscito cinque anni fa, in Italia ci ha pensato il mercato, a censuralo. Esce nel 2011 con colpevole ritardo, viste la qualità e l'importanza di film (Orso d'Argento a Berlino) e regista. Il sospetto è che si tratti più di sfruttare economicamente la difficile situazione giudiziaria di quest'ultimo, che di offrirgli un doveroso omaggio e un supporto.

Ed esce quando ormai il cinema iraniano, seguendo l'esempio di Panahi, è tornato prepotentemente nelle città. I tempi son cambiati, i desideri frustrati non riguardano solo i bambini delle zone agresti, ma anche gli adolescenti e gli adulti, donne e uomini, che abitano le aree urbane; il Nostro se ne è accorto almeno dai tempi de "Il cerchio", oggi il suo esempio lo ritroviamo in tanti film connazionali, da "I gatti persiani" a "Tehroun" a "Green Days" e in tanto cinema realizzato in medio oriente (come nel caso dell'ultimo vincitore del Carthage Film Festival, l'egiziano "Microphone" del trentaduenne Ahmad Abdalla).

Se le pulsioni popolari e giovanili sono esplose nei recenti moti di piazza, un cinema fresco e rinnovato aveva già cominciato a raccontarle. Panahi, in special modo con "Offside", è il pioniere ideale di questa ennesima Nouvelle Vague.






A cogliere la voglia di trasformazioni sociali, invero ancora latente nel 2006, è una riflessione lungo un continuum di unità nazionale e, al contempo, di almeno tre evidenti contraddizioni interne. In primis, ovviamente, quella di genere. La condizione femminile è, nella Repubblica Islamica, la più problematica. Le ragazze del film, non intendendo essere escluse dal rito collettivo del calcio (che spesso sfocia in partecipatissime manifestazioni), sono costrette a negare la loro identità di donne travestendosi da uomini; una femminilità spiccata rende ancora più complicata la riuscita di un'impresa al contrario alla portata di chi ha un aspetto mascolino.

Ma un'altra frattura evidente è quella generazionale, se è vero che il film si apre con un uomo che cerca sua figlia, diretta allo stadio anziché a scuola; tempo dopo riesce a trovarla - è tra le ragazze catturate - ma non può condurla con sé. Si allontana mesto, sullo sfondo, non esultando al goal dell'Iran, metafora di una vecchia generazione che non riesce a tenere a freno quella nuova, cui dovrà prima o poi cedere il passo, da cui è già separata.
E vi è infine la contraddizione città/campagna, con il soldato proveniente da quell'area rurale che è il principale bacino di consenso per il partito conservatore di Ahmadinejad e che è incapace di comprendere la modernità e le aspirazioni della metropoli (e della capitale in particolare).

Per catturare al meglio una realtà così articolata, Panahi dà fondo al proprio repertorio: mobilissima macchina a mano prossima ai personaggi, interruzione "brechtiana" - all'interno dell'unità temporale (non a caso il film dura novanta minuti) - della continuità d'azione attraverso elementi drammaturgici di disturbo, ampio ricorso al fuori campo, uso scenografico dei piccoli oggetti. In più, opera un grande lavoro sulla modulazione dei suoni, da momenti di relativa quiete ad attimi di assordante frastuono, nei rari casi in cui anche la nostra attrazione per il calcio è appagata da scampoli di partita, con una luce accattivante che interviene a illuminare lo schermo. Offerte agli spettatori con la giusta parsimonia, sono sequenze da pelle d'oca. Di eccezionale bravura. Le migliori, assieme a quella nei bagni pubblici.





Cinque anni fa "Offside", malgrado la messa al bando in patria, aprì un dibattito presso le alte cariche politiche e il Presidente, grande appassionato di calcio, meditò di concedere alle donne l'ingresso negli stadi. Purtroppo il cinema non basta a cambiare il mondo, e il clero conservatore bloccò la riforma. Oggi, ci possiamo chiedere se Panahi, con ciò che sta passando, girerebbe ancora un film in cui ragazze ammanettate scherzano tra loro e si fanno beffe dei militari, o se piuttosto tornerebbe alla cupa oppressione rassegnata de "Il cerchio". I sette minuti del recente "The Accordion" testimoniano di un cineasta che, nonostante tutto, non ha ancora ceduto a una rabbia fuori controllo, ma mantiene una ottimistica e solidale umanità.





Pubblicato su Ondacinema il 23/3/2011

domenica 13 novembre 2016

I gatti persiani, Bahman Ghobadi (2009)

Uno dei migliori film iraniani del nuovo secolo, al numero 6 della nostra classifica alternativa. Recensione originariamente pubblicata il 17/06/2009 (il film era in anteprima). Oggi chi si ricorda più di Roxana Saberi? Chi è al corrente della tragica fine di alcuni musicisti che vi hanno preso parte?












Del cinema iraniano si sono perse un po' le tracce, nessuno ne parla più, i film da noi non vengono distribuiti. L'ingenuo, fiducioso nelle scelte dei distributori, può pensare che la qualità media dei film sia abbondantemente calata; tuttavia, non è esattamente così.
Chi ne ha seguito comunque l'evoluzione, si è infatti senz'altro accorto che quella iraniana non è più una "scuola", che è venuta meno l'apparente unità di intenti che ne ha caratterizzato le migliori, irripetibili stagioni, ma che comunque i principali autori partoriti dalla Repubblica Islamica oggi continuano per la loro strada, camminano con le proprie gambe, seguono con coerenza il percorso da ciascuno intrapreso.

Bahman Ghobadi non fa eccezione. Abbandonato dalle sale italiane dopo l'ottimo debutto nel lungometraggio di fiction, fa altrettanto bene con i lavori successivi, inediti in Italia. Giunto all'opus numero cinque riesce però a spiazzare tutti: sia chi lo ricorda per "Il tempo deicavalli ubriachi", sia chi ha avuto modo di vedere i suoi film successivi, sia chi si aspetta il tipico film iraniano, magari nella sua variante di lamentosa denuncia, dato il tema affrontato.

Niente di tutto ciò. Ne "I gatti persiani", del precedente cinema di Ghobadi c'è poco o nulla: i protagonisti e la loro lingua non sono curdi ma appunto persiani; l'ambientazione non è rurale, ma cittadina che più non si può, visto che siamo nella capitale Teheran. Resta solo l'interesse per la musica: ma questa volta non per quella tradizionale curda (come in "Daf", "Marooned in Iraq", "Half Moon"), bensì per quella giovanile; suonata dai giovani stessi. Soprattutto, di forte matrice occidentale. Per tutto il film, l'autore mostra infatti comprensione e affetto per la voglia di cultura straniera, anche scadente, che serpeggia tra gli iraniani e per i quali è sostanzialmente preclusa.

Anche del tipico cinema iraniano c'è ben poco: la circolarità della struttura, il ricorso al fuori campo, il gusto per la sorpresa del pubblico, la cui prima impressione è talvolta smentita: ad esempio, lo spettatore scopre che una donna è cieca solo quando vede il bastone bianco, dopo averla osservata per lungo tempo senza accorgersene.
Per il resto, niente lunghe sequenze dall'andamento compassato, bensì rapide istantanee dal ritmo incessante. Ma non frenetico: nonostante il digitale, la videocamera storta, le inquadrature sfocate (l'avreste mai detto, in un film iraniano?), il montaggio si fa più frequente solo quando accompagna, a tempo, i brani indie-rock, metal, hip-hop, suonati dai protagonisti; svelando al contempo frammenti altamente significativi, ma mai didascalici, della realtà che sta alla luce del sole (mentre i musicisti sono costretti a provare e a registrare nelle catacombe). L'insieme che deriva da questa intuizione - la più azzeccata del film - è un autentico e prezioso mosaico.

La denuncia dei problemi sociali è dunque prioritaria, ma il controllo della scrittura - ed è un altro innegabile pregio - non dà l'impressione di abdicare all'urgenza dell'accusa. Né la materia è trattata come nella più sciatta opera di propaganda: il finale è sì pessimista, forse non potrebbe essere altrimenti, ma lo svolgimento è carico d'ironia. Più precisamente, ironia e dramma si rapportano in maniera dialettica: talvolta è la prima a smorzare una situazione tesa, talvolta l'allegria sfocia improvvisamente in dramma. Nel complesso, comunque, i toni sono lievi: di fatto, si tratta di una commedia musicale.

Anche in questo caso, pertanto, chi andrà alla ricerca di un avallo, in questi mesi politicamente tormentati, dei propri (pre)giudizi sulla Repubblica Islamica, rischierà di non esserne del tutto appagato. Ma di scoprire invece, ad esempio, che gli iraniani sanno anche scherzare dei loro problemi, in maniera estremamente intelligente. A giudizio di chi scrive, le sequenze più riuscite sono infatti due; in entrambe, il potere e la repressione intervengono per questioni marginali, di poco conto, mentre Ghobadi ce li fa soltanto intravvedere o li lascia del tutto fuori campo, facendo caricatura e paradosso della loro assurdità. In una un processo più che sommario viene mostrato attraverso l'uscio di una porta socchiusa, nell'altra un gendarme non inquadrato ferma i protagonisti perché trasportano un cane in auto.

Se non si fosse ancora capito, "I gatti persiani" è un film che sorprende, soprattutto in positivo. Ma chi ci ha visto un capolavoro ha forse preso un abbaglio, poiché la struttura palesa crepe, alti e bassi, lungaggini. Il nome di Roxana Saberi suscita interesse per la notorietà della sua vicenda, ma la sua penna non si dimostra così efficace nella stesura dello script. Ghobadi, dal canto suo, pare aver realizzato un buon film di transizione in vista del suo approdo negli States. Anche se, nonostante un'offerta della Dreamworks già in cantiere, per il nuovo stile adottato sembra pronto più per il Sundance che per Hollywood.


giovedì 3 novembre 2016

The Lizard, Kamal Tabrizi (2004)

C'è almeno un film iraniano relativamente recente che ha ottenuto una discreta eco senza passare dai principali festival internazionali. Certo, è pur vero che ha sfruttato un'aura di film maledetto e censurato, altro classico - ma meno agevole - viatico per il successo. "The Lizard", conosciuto anche con il titolo originale persiano "Marmoulak", è infatti un film che dileggia il clero della teocrazia iraniana come mai si era visto prima. 









Il colmo è che inizialmente i censori non si accorgono di nulla. La pellicola viene regolarmente distribuita in sala, con vasto riscontro di pubblico. Tempo un mesetto e scatta la messa al bando. Comincia così la seconda vita del film, quella della circolazione clandestina. Fenomeno diffusissimo in Iran, come ben sa chiunque abbia visto "I gatti persiani" o "Taxi Teheran".

La metafora è esplicita fin da subito, Kamal Tabrizi spinge su questo registro. L'inizio in medias res ci mostra un uomo (Parviz Parastui, tra gli attori più acclamati del paese) arrestato, accusato di rapina (ma si proclama innocente) e subito sottoposto a una "dieta spirituale" in un carcere che non è in grado di redimerlo, che anzi gli procura la pena dell'isolamento qualsiasi cosa egli faccia; anche immeritatamente, avendo solo obbedito agli ordini del severissimo direttore. Reza, detto 'Lucertola' per le sue doti di arrampicatore e per il tatuaggio che ha sul braccio (ma sarà anche un ottimo... camaleonte) trova la via della fuga dopo un ricovero in ospedale per una ferita al braccio, che si è procurato in seguito a un tentativo di suicidio (peccato gravissimo!). 

In corsia incontra un mullah, Reza anche lui, che lo introduce alla dottrina ma poi si ritrova derubato di abito ecclesiastico e turbante, usati dalla Lucertola per sgusciare via, così come spicca il volo la colomba che egli aveva liberato dal filo spinato del perimetro della prigione.

 


Tutta l'ottima prima parte, degna dei film giovanili di Mohsen Makhmalbaf, ha un ritmo mozzafiato, con i dialoghi interrotti solo nel momento in cui il protagonista, nei sui abiti nuovi, si trova senza parole... poiché costretto a improvvisare una preghiera dinanzi ai fedeli. Il prosieguo approda a una più classica commedia degli equivoci, zeppa di battute a sfondo teologico (esilarante quella sul comportamento da tenersi quando di guarda un horror).

Il Nostro si immedesima nel ruolo; acquisice pure personalità nella predica, grazie al leitmotiv per cui non c'è un solo sentiero per giungere a Dio, ognuno ha il proprio, compreso il criminale detenuto.
Parallelamente si trova a rispondere a una serie di domande bizzarre da parte dei fedeli e soprattutto degli aspiranti mullah, ad esempio su come organizzare le cinque preghiere giornaliere al Polo Nord, con sei mesi di notte ininterrotta, o a bordo di un'astronave nello spazio.

(La svolta comica si era già intravvista in una tappa della fuga dal carcere: un predicatore televisivo ciancia di Internet e multimedialità; alla ricerca di un mullah più tradizionalista, Reza cambia canale e si imbatte in un discorso sulla ricerca di Dio in "Pulp Fiction". Più avanti la Lucertola parlerà del "fratello" Tarantino, grande regista cristiano.)

Prevedibilmente Reza non riesce a celare la propria indole - dall'attrazione per le donne, all'irascibilità, all'abilità nell'arrampicata, mentre la polizia gli va alle calcagna. Si tradirà predicando di fronte ai suoi ex compagni di cella.

Il soggetto, abbiamo visto, è folgorante. Nel prosieguo non sempre il film riesce a mantenere la medesima originalità, né pari interesse. 
Certo deve essere stato uno shock, per gli spettatori, vedere un evaso nelle vesti di chi guida il paese, ossequiato da tutti. Il mondo a testa in giù: come quello che vede Reza la Lucertola quando prega per la prima volta.