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martedì 16 maggio 2017

Libro: L'attrice di Teheran, Nahal Tajadod (2013)

Avviso ai naviganti: se state cercando un bel libro, "L'attrice di Teheran" non è forse la scelta giusta. Biografia romanzata (ma parrebbe realistica) e camuffata (per tutelare l'incolumità della protagonista) di Golshifteh Farahani, tra le poche attrici iraniane a sbarcare a Hollywood, il testo di Nahal Tajadod rientra nel filone della copiosa letteratura della diaspora, spesso mediocre sul piano stilistico, che si rivolge a un target occidentale. Vuoi furbescamente - per sfruttare lo scandalo della denuncia politica nei confronti di un paese lontano, che magari viene presentato con una caricatura - vuoi con un non disprezzabile intento divulgativo. In questo caso la scelta del destinatario è dichiarata, quindi l'autrice gioca pulito. E il suo libro presenta anche elementi di interesse.




Persone e film non sono mai riportati col loro vero nome o titolo, quindi è difficile riconoscerli tutti, anche filmografia alla mano. Ma per gli appassionati può essere divertente. Si colgono senz'altro il debutto, giovanissima, cioè lo splendido "The Pear Tree" di Dariush Mehrjui (1998), albero che anziché una pera le frutta immediatamente un premio al Fajr Film Festival; e il suo ultimo film in patria, "About Elly" di Asghar Farhadi (che non cede alle pressioni delle autorità per non scritturarla!), definito il suo film iraniano migliore, senza per altro chiarire se tale giudizio sia dell'autrice o della protagonista (e nonostante - si scopre - Mani Haghighi le abbia perforato un timpano nella scena dello schiaffo). Se ne riconoscono diversi altri, si capisce che il regista americano di culto, che lei non ha mai sentito nominare, è Ridley Scott; ma chi è invece in grado di catalogare tutti gli innamoramenti della Nostra? 

Classe 1983, Golshifteh Farahani (Sheyda Shayan nel libro) cresce in una famiglia emblematica del ceto intellettuale prima e dopo la Rivoluzione; discendente in parte da "infedeli" baha'i, padre drammaturgo comunista inviso sia allo scià che agli ayatollah. Il risultato delle rigide scuole religiose è per la Farahani l'ateismo, mentre un fratello maggiore si arruola tra i miliziani fanatici basiji.
Da bambina subisce molestie sessuali da un vicino di casa; in seguito un'aggressione misogina in strada, con uno sconosciuto che le getta addosso dell'acido. Da ragazzina si rade i capelli a zero e si traveste da uomo per giocare a basket con i maschi, come le tifose di "Offside" per andare allo stadio. Il cinema, capitato quasi per caso (il fratello più grande, attore, la iscrive di nascosto a un provino) le fa abbandonare una possibile carriera da musicista. Compare in molteplici pellicole e calca qualche palcoscenico. Diventa eroina nazional-popolare interpretando la giovane madre di un bambino menomato dalle armi chimiche di Saddam, in "M for Mother" di Rasool Mollagholipoor (definito "regista islamista").
Più tardi si mostra in Occidente a capo scoperto, poi a seno nudo. Tali scelte, intervallate inoltre da snervanti tiramolla con le autorità censorie, a causa dei ruoli ricoperti in opere straniere, le impediscono di lavorare e finanche di soggiornare in patria. Risiede così a Parigi.





Questo e tanto altro sull'attrice. Per chi fosse invece più interessato alla società nel suo complesso, possono essere molto utili le descrizioni, spesso precise, della vita quotidiana in Iran e del lavoro degli artisti. Ad esempio, il passo seguente sintetizza molto bene ciò che rappresenta il cinema in alcune tappe fondamentali della Storia del Paese:

Nei primi tempi non veniva mai autorizzato niente. La stessa Rivoluzione iniziò con l'incendio del cinema Rex a Shiraz [in realtà Abadan]. Poi acquistò vigore dando fuoco ad altri cinema in altre città. All'instaurazione della Repubblica Islamica tutte le sale, bruciate o scampate, furono definitivamente chiuse [...] Eppure, nel 1907 [...] Teheran aveva già una sala da duecento posti in cui ogni pomeriggio erano proiettati film francesi. 
Nel 1979 [...] la settima arte fu data per morta. Vietato rivedere la luce. Un giorno, tuttavia, l'Imam Khomeini vide alla televisione Gav (La vacca) di Dariush Mehrjui, un film ambientato in campagna che racconta l'attaccamento di un povero contadino alla propria vacca. Affascinato, decretò che il cinema, quel genere di cinema, era tornato lecito. I registi, divenuti nel frattempo falegnami, pasticceri, mediatori [...] approdarono in campagna. Trovarono l'uccello miracoloso e gli infusero la loro vitalità, quel poco che ne restava, che portò, anni dopo, a palme d'oro, leoni d'oro, orsi d'oro e perfino a un oscar. Ma [...] una frase, un comportamento sbagliato poteva decretare la condanna di un film, e al di là di una singola opera, di tutto il cinema iraniano,

Mentre questo breve aneddoto, tra i tanti, illumina sui meccanismi di aggiramento della censura:

Ricordo di avere visto un film in cui l'atto sessuale veniva suggerito dalle pantofole dell'uomo adagiate sulle ciabatte della donna. Si può anche vedere un cravatta gettata su una sciarpa da donna.

Insomma, nelle quasi interminabili 300 pagine del libro, tra pettegolezzi, informazioni, curiosità, i contenuti non mancano.






martedì 22 novembre 2016

Offiside, Jafar Panahi (2006)

Un altro dei migliori film iraniani del nuovo secolo, e forse qualcosa di più. In ogni caso, il numero 3 della nostra classifica.







La figlia, di dieci anni circa, gli chiede di andare con lui allo stadio. Jafar Panahi risponde che non le è concesso. Lei insiste. Insieme arrivano ai cancelli, i gendarmi non la fanno passare. Il padre entra, ma dopo un po' la figlioletta riesce a raggiungerlo. Poiché c'è sempre un modo per farcela. Un modo per aggirare quelle norme che, secondo l'interpretazione del regime, impediscono a metà del popolo - alla metà costretta a stare dietro una linea più o meno immaginaria, per non finire in fuorigioco - di partecipare a uno dei rari eventi di unità per tutti gli iraniani: la partita di calcio, soprattutto se è quella della nazionale. Un evento tale da far sì che tifosi morti nella calca siano ricordati quasi come degli eroi. Paradossalmente, il governo ostacola il patriottismo.

L'episodio frulla nella testa del regista finché, in corrispondenza del match decisivo per la qualificazione dell'Iran ai mondiali di Germania 2006, decide di farci un film, girato in tempo reale con un originalissimo miscuglio di vero documentario e di finzione, nonostante le consuete difficoltà per ottenere i permessi a causa della presenza femminile nel cast, composto interamente da attori non professionisti. In Iran non è mai stato proiettato, all'estero è uscito cinque anni fa, in Italia ci ha pensato il mercato, a censuralo. Esce nel 2011 con colpevole ritardo, viste la qualità e l'importanza di film (Orso d'Argento a Berlino) e regista. Il sospetto è che si tratti più di sfruttare economicamente la difficile situazione giudiziaria di quest'ultimo, che di offrirgli un doveroso omaggio e un supporto.

Ed esce quando ormai il cinema iraniano, seguendo l'esempio di Panahi, è tornato prepotentemente nelle città. I tempi son cambiati, i desideri frustrati non riguardano solo i bambini delle zone agresti, ma anche gli adolescenti e gli adulti, donne e uomini, che abitano le aree urbane; il Nostro se ne è accorto almeno dai tempi de "Il cerchio", oggi il suo esempio lo ritroviamo in tanti film connazionali, da "I gatti persiani" a "Tehroun" a "Green Days" e in tanto cinema realizzato in medio oriente (come nel caso dell'ultimo vincitore del Carthage Film Festival, l'egiziano "Microphone" del trentaduenne Ahmad Abdalla).

Se le pulsioni popolari e giovanili sono esplose nei recenti moti di piazza, un cinema fresco e rinnovato aveva già cominciato a raccontarle. Panahi, in special modo con "Offside", è il pioniere ideale di questa ennesima Nouvelle Vague.






A cogliere la voglia di trasformazioni sociali, invero ancora latente nel 2006, è una riflessione lungo un continuum di unità nazionale e, al contempo, di almeno tre evidenti contraddizioni interne. In primis, ovviamente, quella di genere. La condizione femminile è, nella Repubblica Islamica, la più problematica. Le ragazze del film, non intendendo essere escluse dal rito collettivo del calcio (che spesso sfocia in partecipatissime manifestazioni), sono costrette a negare la loro identità di donne travestendosi da uomini; una femminilità spiccata rende ancora più complicata la riuscita di un'impresa al contrario alla portata di chi ha un aspetto mascolino.

Ma un'altra frattura evidente è quella generazionale, se è vero che il film si apre con un uomo che cerca sua figlia, diretta allo stadio anziché a scuola; tempo dopo riesce a trovarla - è tra le ragazze catturate - ma non può condurla con sé. Si allontana mesto, sullo sfondo, non esultando al goal dell'Iran, metafora di una vecchia generazione che non riesce a tenere a freno quella nuova, cui dovrà prima o poi cedere il passo, da cui è già separata.
E vi è infine la contraddizione città/campagna, con il soldato proveniente da quell'area rurale che è il principale bacino di consenso per il partito conservatore di Ahmadinejad e che è incapace di comprendere la modernità e le aspirazioni della metropoli (e della capitale in particolare).

Per catturare al meglio una realtà così articolata, Panahi dà fondo al proprio repertorio: mobilissima macchina a mano prossima ai personaggi, interruzione "brechtiana" - all'interno dell'unità temporale (non a caso il film dura novanta minuti) - della continuità d'azione attraverso elementi drammaturgici di disturbo, ampio ricorso al fuori campo, uso scenografico dei piccoli oggetti. In più, opera un grande lavoro sulla modulazione dei suoni, da momenti di relativa quiete ad attimi di assordante frastuono, nei rari casi in cui anche la nostra attrazione per il calcio è appagata da scampoli di partita, con una luce accattivante che interviene a illuminare lo schermo. Offerte agli spettatori con la giusta parsimonia, sono sequenze da pelle d'oca. Di eccezionale bravura. Le migliori, assieme a quella nei bagni pubblici.





Cinque anni fa "Offside", malgrado la messa al bando in patria, aprì un dibattito presso le alte cariche politiche e il Presidente, grande appassionato di calcio, meditò di concedere alle donne l'ingresso negli stadi. Purtroppo il cinema non basta a cambiare il mondo, e il clero conservatore bloccò la riforma. Oggi, ci possiamo chiedere se Panahi, con ciò che sta passando, girerebbe ancora un film in cui ragazze ammanettate scherzano tra loro e si fanno beffe dei militari, o se piuttosto tornerebbe alla cupa oppressione rassegnata de "Il cerchio". I sette minuti del recente "The Accordion" testimoniano di un cineasta che, nonostante tutto, non ha ancora ceduto a una rabbia fuori controllo, ma mantiene una ottimistica e solidale umanità.





Pubblicato su Ondacinema il 23/3/2011

venerdì 28 ottobre 2016

I migliori film iraniani del XXI secolo (e una classifica alternativa)

Lo scorso febbraio, il sito Taste of Cinema ha pubblicato la classifica dei 10 migliori film iraniani del 21mo secolo. La lista è curata da Zara Knox, collaboratrice di Imvbox, preziosa piattaforma di film iraniani in streaming. Tenuta in conto la data di pubblicazione, non sorprende l’esclusione di un film come “Taxi Teheran, che la stessa Knox ha altrove indicato come miglior film del paese del 2015, ma che non aveva ancora ottenuto piena visibilità internazionale. Stesso discorso per altre, eventuali, opere recenti.


Questa la top 10:
Risultati immagini per under the skin of the city

1. Under The Skin of The City – Rakhshan Bani-Etemad
3. The Willow Tree – Majid Majidi
4. Santouri – Dariush Mehrjui
7. Una separazione – Asghar Farhadi
8. Fish and Cat – Shahram Mokri
10. Tales – Rakhshan Bani-Etemad


Nel complesso la classifica è valida. Condivisibile in pieno la scelta di valorizzare con due film il (giustamente) pluripremiato, anche con l'Oscar, Asghar Farhadi: anzi, sarebbero state meritevoli anche le due pellicole precedenti. Se un paio lungometraggi della Bani-Etemad sembrerebbero troppi, va detto che si premiano uno dei suoi esiti migliori (“Under the Skin of the City”) e un’opera presentata in concorso alla Mostra di Venezia, evento non comune. Majid Majidi è un artista sottovalutato, per cui ben venga il riuscito (quanto un po' già visto) “The Willow Tree”. Chissà se “Facing Mirror” compare solo per l’inusuale (nel contesto) tematica transgender; di sicuro “L'isola di ferro”, che uscì anche in Italia, è invece un piccolo gioiello al di là delle vicissitudini giudiziarie del regista, analoghe a quelle di Jafar Panahi. Completano la graduatoria due chicche come “Melbourne”, folgorante opera prima che assimila la lezione dell’ormai maestro Farhadi, l'originalissimo “Fish and Cat”, capace di coniugare in maniera inedita cinema di genere (anzi… di generi diversi) e tipica riflessione metacinematografica, e uno dei film migliori dell’ultra veterano Dariush Mehrjui.
Poco da discutere, dunque. Tuttavia mancano opere ed autori fondamentali. Il cinema delle minoranze etniche, innanzi tutto, e il suo massimo esponente, il curdo Bahman Ghobadi. Poi Panahi, che non ha mai sbagliato un film: potrebbero essere tutti in classifica. Qualcosa della famiglia Makhmalbaf, nonostante i tanti passi falsi, e nonostante l’abitudine a produrre in Iran ma girare all’estero. E qualche autore forse minore, ma comunque degno di maggiore visibilità.
Senza voler sostituire nulla, una classifica alternativa potrebbe essere:
 

4. Fireworks Wednesday – Asghar Farhadi
5. Story Undone – Hassan Yektapanah
10. Half Moon – Bahman Ghobadi

Questa graduatoria esclude i cortometraggi. E i film realizzati nell’anno 2000, considerato ultimo anno del secolo scorso. Da soli, questi ultimi, potrebbero costituire una validissima top 10 a sé stante. Del resto, eravamo ancora nell’età dell’oro.