giovedì 28 marzo 2019

Tall Shadows Of The Wind, Bahman Farmanara (1979)



Stagione della semina: nel campo di un arido villaggio di montagna viene collocato uno spaventapasseri, che diventa però uno spauracchio per le persone. Mohammad, il preside della scuola e Abdollah, l'autista dell'unico autobus che conduce in città, si oppongono al fenomeno paranormale e all'idolatria degli altri abitanti verso il feticcio. Ma allo stesso tempo, chiunque veda lo spaventapasseri, che si materializza nei luoghi più reconditi, ha reazioni strane e drammatiche. Abdollah si fa beffe di questa situazione e, per scommessa, si dirige verso l'idolo, ma viene ferito e muore.

Film realizzato replicando la formula del capolavoro "Prince Ehtejab": partenza da un racconto dello scrittore Houshang Golshiri che, insieme al regista, in  due anni di lavoro estende il soggetto dalle quattro pagine originarie alle venticinque della sceneggiatura definitiva.
Meno fortunato e risolto del precedente, "Tall Shadows of the Wind" (Sayehaye bolande bad) è una riflessione sui rapporti di potere, in cui il popolo tradizionalista e superstizioso crea il proprio leader e ne viene terrorizzato e sopraffatto.

Tra le suggestive parti iniziale e finale, in cui Bahman Farmanara muove con maestria la macchina da presa in spazi ampi, limitando il ricorso ai dialoghi ma lasciando a bocca aperta per la chiarezza narrativa, la più faticosa parte centrale presenta insolite venature da horror di fantasmi, per altro verso alquanto canonico, in cui le pompose musiche creano facili tensioni nelle sequenze in notturna. 

Realizzato alla fine del regno scià, viene vietato sia prima che dopo la Rivoluzione e sostanzialmente dimenticato, nonostante la buona accoglienza alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 1979. Il regista emigrerà in Francia e in Canada dove continuerà a lavorare nel cinema come distributore. Tornato in Iran negli anni 90 per esigenze familiari, realizzerà un nuovo film solo nel 1999.






mercoledì 27 marzo 2019

Proiezione Oro rosso a Milano

Eccomi di ritorno al Cineforum del Circolo, con un'ospite speciale!




Uno dei migliori film di un regista scomodo e perseguitato:
"ORO ROSSO", regia di JAFAR PANAHI

Interviene Cristina Bianciardi, che ha conosciuto personalmente Panahi e Kiarostami e ha fatto la comparsa in Oro Rosso e Tickets.

Introduce e commenta il film Claudio Zito


La trama

Oro, simbolo di ricchezza, rosso, colore del sangue e metafora per la violenza. Una ricchezza smisurata che si macchia di sangue. A Teheran, due amici che vivono di espedienti, Ali e il fattorino Hussein, commettono una sanguinosa rapina in una gioielleria. Cosa li ha condotti a intraprendere un’azione del genere?

Interpreti:
Hossain Emadeddin (Hussein)
Kamyar Sheisi (Ali)
Shahram Vaziri (Il gioielliere)
Pourang Nakhael (Il ragazzo ricco)

Sceneggiatura di Abbas Kiarostami

Premio della giuria al festival di Cannes 2003 nella sezione "un certain regard".
2003 - drammatico - durata 97'

(…) Nel corso del film, il crimine appare infatti come il prodotto di un Iran di cui 
"Oro rosso" fornisce uno spaccato assolutamente straordinario. 
La società è fortemente suddivisa in classi e tali differenze sono facilmente percepibili attraverso il linguaggio, gli atteggiamenti, i comportamenti, il modo di vestire delle persone. 
La classe subalterna sopravvive a stento, fino a compiere scelte estreme, come il crimine 
e l'accattonaggio, ma senza abbandonare il sogno consumista di matrice occidentale, 
né il moralismo del Paese della rivoluzione islamica.(…) 
Claudio Zito


Come sempre si inizia alle ore 21:00, con biglietto a 3 €

CINEFORUM DEL CIRCOLO

Circolo Famigliare di Unità Proletaria

Viale Monza 140 - Milano (M1 fermata Turro e/o Gorla)

info@cineforumdelcircolo.it




Link Facebook QUI


mercoledì 20 marzo 2019

Il palloncino bianco, Jafar Panahi (1995)





Manca poco più di un'ora al Norouz, il capodanno persiano. Mentre la radio scandisce il conto alla rovescia, la piccola Razieh, sette anni compiuti, chiede a sua madre con insistenza 100 toman per comprare un nuovo e grande pesciolino rosso. Ottenuta una banconota da 500, si addentra tra le insidie di Teheran. Un incantatore di serpenti la spaventa facendo finta di dare i soldi in pasto ai rettili; arrivata al negozio si rende conto di aver perso la banconota. Quando la ritrova, non riesce a impedire che un colpo di vento la faccia finire sotto una grata. Il fratello maggiore Ali prova ad aiutarla nel recupero; un soldato si ferma a fare due chiacchiere. Ma Razieh può parlare con uno sconosciuto? Mentre la pioggia complica le operazioni, un ragazzino che vende palloncini fornisce l'aiuto decisivo, attuando un'idea di Ali.

L'opera prima di Jafar Panahi, già assistente di Abbas Kiarostami, che firma la sceneggiatura, è una classica quanto freschissima produzione nello stile dell'istituto pedagogico Kanun, i cui film hanno tanto influenzato il Panahi spettatore. La caparbietà aiuta i bambini a crescere e a stare al mondo, nonostante la sorda indifferenza degli adulti, dei quali i piccoli riescono in ultima istanza a fare a meno.
Se alquanto kiarostamiana è la sostanziale assenza della figura paterna, significativamente chiuso in casa, non inquadrato, ma che non si esime dall'impartire ordini autoritari, il regista esordiente denota già quelle attenzioni all'universo femminile e al caos della capitale che caratterizzeranno gran parte della sua filmografia.

Lunghe inquadrature, predilette rispetto agli stacchi di montaggio, accompagnano Razieh un un breve (meno di un'ora e venti) percorso a tappe, dalla valenza metaforica, verso l'appagamento di desideri infantili, perseguiti con senso del dovere (rifiuta di prendere il pesce rosso e di pagare in un secondo tempo), molta ingenuità, incrollabile costanza, e con l'aiuto di altri giovani. La circonda una Teheran laboriosa,  multietnica, brulicante di umili mercanti, ambulanti o bottegai.

Curioso che Ali faccia notare alla sorella che con 100 toman si può andare due volte al cinema. Parla a nome dell'autore e delle sue passioni?




Camera d'or a Cannes per la migliore opera prima e inizio di una carriera tanto gloriosa quanto travagliata: anche un film limpido e all'apparenza innocuo come "Il palloncino bianco" (Badkonake sefid) ha rischiato di non poter concorrere agli Oscar, a causa di tensioni diplomatiche tra Iran e Usa.

Per il "Guardian", è uno dei migliori film per famiglie. Per i lettori di questo blog, il quarto film iraniano più bello di sempre.



domenica 10 marzo 2019

Il miglior film iraniano per i follower di Cinema Iraniano

Ho proposto ai follower della pagina Facebook di eleggere il miglior film iraniano di sempre. Il sondaggio è iniziato il 2 febbraio e si è concluso il 9 marzo. Trascrivo qui i contenuti dei post e riporto tutti i risultati.





Sondaggio in due tempi

PRIMA FASE: nominate il vostro film iraniano preferito in assoluto. Valgono anche più film a pari merito, senza limiti di numero. C'è tempo fino a sabato 9 febbraio

SECONDA FASE: gli 8 film nominati più volte si sfideranno uno contro l'altro, in un mini torneo a eliminazione diretta. Il più votato sfiderà l'ultimo, il secondo il penultimo, e così via, dai quarti di finale alla finalissima.

Non valgono i film di registi iraniani prodotti all'estero. Esempi: Rhino Season, The President, Monte, Qualcuno da amare, Tutti lo sanno. Nemmeno i film sull'Iran prodotti altrove. Esempi: Persepolis, Donne senza uomini, A Girl Walks Home Alone at Night, Under the Shadow. Valgono i film girati all'estero ma di produzione iraniana. Non faccio esempi per non influenzare il sondaggio, ma in caso di dubbi consultate IMDB o altre fonti.

Votate commentando qui sotto [nel post di Facebook], non su altre bacheche che condividono il post, altrimenti perdo il conto. Grazie.

Buon divertimento!

Nel post ci sono tutte le candidature raccolte nella prima fase:


I DIMENTICATI

Conclusa la prima fase del sondaggio. Tra i film che non hanno preso neanche una menzione, ce ne sono di importanti e famosi:

About Elly, Asghar Farhadi
Dieci, Abbas Kiarostami,
Il dubbio, Vahid Jalilvand
Il silenzio, Mohsen Makhmalbaf
La mela, Samira Makhmakbaf
Lo specchio e Tre volti, Jafar Panahi

Col senno di poi, li avreste esclusi?

I QUALIFICATI

Nella prima fase del sondaggio, ben 62 film hanno preso almeno una preferenza! Questi gli otto più votati, che si sfideranno nella seconda fase:

Il sapore della ciliegia
Dov'è la casa del mio amico
Una separazione
Il palloncino bianco
Close-up
Il tempo dei cavalli ubriachi
Pane e fiore
Il corridore

Il regista con più titoli è Kiarostami (9), seguito da Panahi (6).

Qui i conteggi completi .






Risultati dei quarti di finale:


Risultati delle semifinali:


Risultati della finale:



Dunque "Il sapore della ciliegia" è il vincitore! I follower sono decisamente in sintonia con il creatore del blog.

Sommando il numero di candidature iniziali e i voti raccolti dagli sconfitti negli scontri diretti, si può stilare una top-8, che suggella il trionfo di Abbas Kiarostami, ancora amatissimo a quasi tre anni dalla morte:

1) Il sapore della ciliegia
2) Dov'è la casa del mio amico
3) Close-up
4) Il palloncino bianco
5) Una separazione
6) Il corridore
7) Pane e fiore
8) Il tempo dei cavalli ubriachi


Il gioco è stato un successo, ringrazio di cuore tutti quelli che hanno partecipato.
E, sempre, viva Kiarostami!



































venerdì 8 marzo 2019

My Tehran For Sale, Granaz Moussavi (2009)




Marzieh è una giovane attrice di pantomima che vive e lavora a Teheran, scontrandosi con la censura governativa. Un suo spettacolo viene messo al bando e Marzieh è così costretta a proseguire clandestinamente l'attività artistica. In un rave segreto incontra Saman, un iraniano che ha acquisito la cittadinanza australiana e si offre di aiutarla nell'ardua impresa dell'espatrio.

Sembrerebbe un film straniero sull'Iran, in realtà è una co-produzione tra Australia ed effettivamente Iran che viola coraggiosamente le regole censorie vigenti per l'industria cinematografica persiana, a partire dall'abbigliamento femminile e dai contatti tra donne e uomini, per giungere a tematiche tabù come: uso di droghe, gioco d'azzardo, aborto, AIDS, tentativi di lasciare il paese con modalità e pretesti disparati. 
Da una struttura temporale frammentata, esce l'abbozzo di un affresco generazionale, anche toccante laddove accompagnato dalle splendide canzoni di Mohsen Namjoo.
"My Teheran for Sale" si apre all'insegna del contrasto, con un insistito montaggio parallelo che alterna la musica moderna di una discoteca con quella folk di un rifugiato afgano. L'immigrazione (anche dal lato dell'ingresso di Marzieh in Australia) è un altro dei molti, troppi temi del film, che finiscono inevitabilmente con l'essere trattati con superficialità. A uniformare il destino delle due diverse categorie è l'intervento della gendarmeria, che reprime indistintamente chi ha buone ragioni per voler entrare in o uscire dall'Iran richiedendo, con difficoltà, la protezione internazionale.

Il film è stato girato segretamente nell'arco di due mesi senza l'approvazione del governo; una copia elettronica è stata poi esportata di nascosto e post-prodotta ad Adelaide. 




Per aver recitato in questo film, circolato clandestinamente in patria, l'attrice Marzieh Vafamehr, moglie del cineasta Naser Taghvai, è stata condannata a un anno di prigione e a novanta frustate. Anche in seguito alla pressione internazionale, la pena è stata ridotta in appello a tre mesi di carcere più il divieto di recitare ed emigrare all'estero. Vafamehr si è rivista nel 2017 nel cortometraggio "Gaze" di Farnoosh Samadi.
La sua rasatura nel film sembra citare "Dieci" di Abbas Kiarostami, mentre l'ambiente culturale underground iraniano è al centro di un opera coeva a "My Teheran for Sale" come "I gatti persiani" di Bahman Ghobadi.

La regista e sceneggiatrice Granaz Moussavi, che nella pellicola compare, è anche una rinomata poetessa.
Esiste ed è facilmente reperibile un'edizione italiana, che sconta però un doppiaggio inadeguato non solo nella recitazione, ma anche nella resa dei dialoghi. 

domenica 3 marzo 2019

Collision, Sirus Alvand (1992)


Un giovane, al volante della macchina di suo padre, accompagnato da suo cugino, investe un uomo, lo uccide si dà alla fuga. Questo malcapitato era appena uscito dall'ospedale dove era stata ricoverata la moglie, malata di insufficienza renale. La morte del marito la fa cadere ancora di più nella disperazione e la sua salute peggiora. Intanto la polizia fa le proprie indagini sull'investitore pirata, ma quando viene arrestato il padre, questi cade dalle nuvole…

Sirus Alvand ha iniziato la sua carriera come critico cinematografico e sceneggiatore e ha diretto il suo debutto cinematografico "Sanjar" nel 1971: è tra i cineasti dell'epoca pre-rivoluzione che stanno ancora lavorando. Alcuni dei suoi film sono stati successi al botteghino e nel 1993, ha vinto un Crystal Simorgh come miglior regista all'11 ° Festival Internazionale del Film di Fajr .
Questo suo film si potrebbe dire etico, con un finale conciliatore dove il cugino del protagonista offre un rene per salvare la moglie del malcapitato, vittima dell'incidente, e che arriva quasi forzato in una trama dove, purtroppo, vengono invece dati come etici alcuni temi che sarebbero difficilmente accettati da un pubblico occidentale: si parla di un matrimonio combinato tra famiglie ricche per aumentare i profitti senza il consenso della sposa (che alla fine va a rotoli), si apprende che in Iran ci sono ospedali legali dove la povera gente vende un rene e il medico dice dove possono andare a comprarlo; ignoro le leggi iraniane ma stupisce che se vieni fermato dalla polizia devi portare le scritture originali della proprietà della tua casa. La storia non è progressista e i personaggi non sono convincenti nel loro agire. Insomma, il film risulta alla fine come appena sufficiente, ma per chi voglia vedere tanto cinema iraniano, è una finestra su quel paese al principio dei '90.

Articolo di Nicola Pezzella





sabato 2 marzo 2019

Gheisar, Masoud Kimiai (1969)

Il 1969 segna di inizio della Nouvelle Vague iraniana, anticipata dai lavori pioneristici della casa di produzione di Ebrahim Golestan. Nel '69 escono da un lato "The Cow" di Dariush Mehrjui, che guarda più alle scuole europee, dall'altro "Gheisar" di Masoud Kimiai, che modernizza il tradizionale persiano tough-guy movie (film con protagonista il 'duro' del quartiere), sottogenere del commerciale filmfarsi.






La pellicola di Kimiai, tra le più importanti del cinema prerivoluzionario e tra i più grandi successi di sempre in Iran, ha la trama di un revenge movie fortemente intriso di connotazioni morali, intorno al tema dell'onore leso.

La giovane Fati si suicida dopo essere stata violentata e messa incinta da un uomo che si rifiuta di mantenere la promessa di sposarla. Suo fratello Faarman (Naser Malek Motiee), che dopo il pellegrinaggio alla Mecca non è più la testa calda di un tempo, si propone di vendicarla, ma viene ucciso dai parenti dello stupratore. Di ritorno da un viaggio di lavoro, l'altro fratello Gheisar (Behrouz Vossughi), nonostante la contrarietà della sua onesta e rispettabile famiglia, decide di eliminare, uno per uno, i tre responsabili degli eventi accaduti, anche a costo di rompere il fidanzamento con A'azam, la ragazza di cui è profondamente innamorato, in questo modo disonorandola.

L'ottima regia di Kimiai migliora una storia piuttosto convenzionale, soprattutto grazie ad alcune sequenze fortemente scenografiche, che corrispondono principalmente ai fatti di sangue. La prima vendetta di Gheisar si consuma sotto una doccia dei bagni termali pubblici; una chiara citazione di "Psyco", ma priva di commento musicale. La seconda è in una macelleria, con una similitudine esplicita. La terza è anticipata da un sottofinale significativo e altrettanto suggestivo e riuscito: dato l'addio ad A'azam, Gheisar rintraccerà la sua preda (in un deposito ferroviario in cui sarà braccato dalla polizia) grazie alla conturbante ballerina Soheyla (Shahrzad), che la notte prima dello scontro lo ospita a casa, dopo essersi esibita in un provocante numero di canto e danza, tipico del filmfarsi. La sequenza si conclude con il protagonista che pare non cedere alla seduzione, essendo concentrato su quanto lo attende il giorno dopo.




La chiave della popolarità del film sta senz'altro nella commistione tra la spettacolare drammaticità della vicenda e i valori conservatori incarnati dall'antieroe (il cui eloquente nome significa 'Cesare'), evoluzione della figura-tipo del luti, generoso coi poveri, i deboli e le donne, ma qui deciso a compiere atti criminali per amore e rispetto verso la propria famiglia; il 'duro', morso da dolore e rabbia, piange solo per sua madre, morta di crepacuore per le tragedie occorse.

Con "Gheisar" si afferma la stella di Behrouz Vossoughi, il divo più popolare della storia del cinema iraniano. Gli episodi di fanatismo nei suoi confronti sono quasi inimmaginabili per il pubblico occidentale. Ad esempio, a Tabriz la folla lo solleva e lo trasporta sulle braccia dall'hotel al cinema dove è proiettato il film.




I titoli di testa, che inquadrano i tatuaggi di un corpo muscoloso, raffiguranti personaggi ed episodi de "Il libro dei re" di  Ferdousi, sono a cura di Abbas Kiarostami, all'epoca grafico e non ancora regista.

All'uscita, il film divide la critica, comunque in prevalenza favorevole. Secondo i detrattori, lo stile di ripresa occidentaleggiante non si sposa con un contesto così esageratamente tradizionale. Nel 2009 la rivista "Film" inserisce "Gheisar" tra i migliori lungometraggi iraniani di sempre.
Infine, nel 2018 Vossoughi e Shahrzad vengono omaggiati da Jafar Panahi in "Tre Volti".  L'attrice è il terzo volto, quello nascosto; colei che oggi vive in Iran ma nei film non può nemmeno comparire.


I sottotitoli in italiano di "Gheisar" si possono scaricare cliccando qui.
















 







 


domenica 24 febbraio 2019

Djomeh, Hassan Yektapanah (2000)


Il ventenne Djomeh racconta al datore di lavoro, l'allevatore Mahmoud, il motivo per cui ha lasciato il suo paese, l'Afganistan: non per soldi, non per la guerra, ma perché era innamorato di una donna di dodici anni più grande e le famiglie si sono opposte alla relazione. Djomeh gira per la campagna e prende confidenza con le usanze dell'Iran. Si invaghisce della ragazza che lavora in un negozio di alimentari e altre merci, dove si reca di continuo sottraendo tempo al lavoro e sperperando denaro. Giunge a chiederle di sposarlo, nonostante le diffide del suo collega e connazionale Habib, più grande di lui, con cui divide la stanza. E i cui consigli, forse saggi per quanto espressi con durezza, cadono nel vuoto.

Esordio dell'allievo di Abbas Kiarostami Hassan Yektapanah, che firma regia, sceneggiatura e montaggio e recupera gli stilemi più neorealisti del maestro senza farne maniera: suoni ambientali in risalto, a partire dai versi degli animali; lunghi dialoghi in auto (con Mahmoud) molto piacevoli; una fotografia naturalista e un'ambientazione che ricordano la trilogia di Koker. Quella descritta è una realtà umile e periferica in cui  'chi ha qualche mucca' è un 'manager di campagna', così diverso da 'chi scrive e porta gli occhiali', che è un 'capo ufficio'.

Memorabile il protagonista, ragazzo mite, ingenuo e sentimentale. Nell'incipit viene sgridato per essere stato da un santone e per essersi lavato via l'odore di vacca, a testimoniarne la credulità e il candore. Alla fine il suo idealismo verrà deluso, in un mondo in cui le barriere nazionali contano e non sempre ci si può fidare delle persone.



"Djomeh" è uno dei film sui quasi tre milioni di rifugiati afgani in Iran; segue "Il ciclista" di Mohsen Makhmalbaf (1988) e precede il quasi contemporaneo "Baran" di Majid Majidi (2001).
Ha vinto la Caméra d'or per la migliore opera prima al festival di Cannes. Quando poi a Jalil Nazari, l'attore non professionista protagonista del film - egli stesso un richiedente asilo -, è stato negato il visto di rientro in Iran da un festival in Germania, la vicenda ha ispirato un altro film, il documentario "Heaven's Path", diretto da uno degli attori di "Djomeh", Mahmoud Behraznia.


Sottotitoli in italiano scaricabili cliccando qui.





martedì 19 febbraio 2019

Farhadi: Oggi nel mondo non c'è comunicazione tra culture e tra persone

Il sito c7nema ha pubblicato in questi giorni un’intervista ad Asghar Farhadi, raccolta la scorsa estate a margine di una masterclass all’interno del FEST di Espinho (Portogallo). Ho tradotto, e riporto, ampi estratti in cui il regista parla di cinema - in Iran e più in generale. A questo link, invece, l’integrale in portoghese.
Alla masterclass di FEST. Foto: Cecilia Melo


Ha girato “Tutti lo sanno” in Spagna, tuttavia è una storia che potrebbe accadere in Iran.

Se volessi filmare questa storia in Iran, sarebbe leggermente diversa. Ma sì, potrebbe succedere anche là. Tuttavia, questo film è stato una sfida perché mi confrontavo con una cultura che non è la mia.


Ci sono delle somiglianze tra la cultura spagnola e quella iraniana?
Quando immaginiamo altre culture, l’idealizzazione è davvero molto diversa dalla realtà. È solo quando siamo in contatto con queste culture che percepiamo le differenze, specialmente a livello emotivo.

Tuttavia, l'amore ha sempre la stessa faccia, a prescindere dalla cultura, così come l'odio. Il rapporto di coppia, o tra una madre e un bambino, hanno la stessa corrispondenza in luoghi diversi. Ma è nell'espressione e nell'esibizione di questi sentimenti che troviamo le differenze culturali.

Nel mio paese, ad esempio, genitori e figli sono costantemente in discussione prima di mostrare qualsiasi sentimento. Forse, in Giappone non si toccano nemmeno.

Il modo in cui si esprimono è diverso.


Quello che ha affermato nella masterclass FEST è che il cinema iraniano è molto vasto, ma noi [occidentali] ne conosciamo una piccola parte. Quello che ci viene in mente è principalmente un cinema politico, ma il suo cinema è fuori da questo territorio, perché lei è un cineasta legato alla morale piuttosto che alla politica.

Penso che se il tuo oggetto filmico riguarda le persone e le società in cui si muovono - dietro l'aspetto politico – devi approcciarti alla moralità. Non voglio essere un regista politico, perché non parlo direttamente con la politica, perché, in qualità di regista, non è il mio lavoro. Per quanto riguarda la moralità, il mio ambito è quello.

Cerco qualcosa che dica ciò che è giusto o che è moralmente sbagliato. Ma siccome non sappiamo valutarlo, i miei film parlano di dilemmi.

Tuttavia non mi avventuro, nei film, a creare situazioni morali: descrivo, e accompagno lo spettatore attraverso un territorio morale.


Ma il cinema può essere politico?

Sì, nel senso buono e cattivo. Ad esempio, ci sono molti film provenienti dagli Stati Uniti che servono come armi di distruzione. Distruggono culture e altre società. Questo non lo chiamo cinema, si tratta di altri affari.

Il cinema popola immensi territori: culturale, morale e psicologico. Nel caso in cui lo spettatore sia interessato alla politica, può vedere tutti i film in quell’ottica.


Come afferma, la politica è soprattutto una prospettiva. Ricordo che all'epoca di “Una separazione” diversi gruppi sostenevano che si trattava di un film che incitava all’emigrazione dall’Iran.

Non tutte le persone nel mio paese, ma coloro che hanno rapporti con agenzie governative o che si identificano con tali dottrine trovano e cercano nei film qualche tipo di messaggio.


Una separazione

 

Ma è d'accordo sul fatto che ci sia una sorta di pressione per i registi in Medio Oriente per fare cinema politico?


Sì. Forse non nel suo paese o in Spagna, ma in Francia, in Scandinavia, negli Stati Uniti, vedono il regista del Medio Oriente come qualcuno che sta trasmettendo informazioni al pubblico su ciò che accade in quell’area. Ma questo non è il nostro lavoro. Molti non riescono a capire che tanti cineasti vogliono fare film solo perché amano davvero il cinema, non per riferire o segnalare.

Ovviamente questo non vuol dire che non si faccia cinema politico: quello che succede è che spesso chi vede i film non ha la conoscenza di ciò che sta accadendo nel nostro paese e si aspetta una conferma di ciò che i Media trasmettono costantemente.


Ed è per questo che hai deciso di fare questo film, che non ha relazioni con l'Iran? Mentre “Il passato” aveva mantenuto le connessioni.

Sì, uno dei motivi per cui ho voluto fare “Tutti lo sanno” in Spagna, è stato vedere la reazione del pubblico verso un film senza alcun collegamento con l'Iran. Altrimenti ricevo sempre un sacco di domande politiche sul mio paese; è noioso perché voglio parlare di cinema e devo affrontare la politica.


Ma molti festival usano la "politica" nei film iraniani per promuoversi. Ricordiamo Jafar Panahi, un regista a cui è vietato fare film, ma che allo stesso tempo li gira, e che probabilmente realizza più film di molti registi in libertà. La verità è che quando uno dei suoi film viene selezionato, è tutta pubblicità per il film , 'il regista che resiste' e il festival.

Non tutti i festival, ma sì, alcuni lo fanno. Ciò che conta per questi eventi non è la questione politica intorno ai film, ma il fatto di avere lo scoop e, con ciò, l'attenzione degli spettatori e della stampa.

Jafar è mio amico e cerca di avere amicizie, nonostante i divieti, anche perché ama il cinema.


Che dire della censura? Ne ha mai sofferto nel suo paese?
Ti riferisci a tagli o impedimenti?


Sì.


Non proprio. E attenzione, non li conosco [i membri del comitato di censura]. Ma chi vuole fare film, deve mandare alcune pagine della sceneggiatura al comitato.

L’aspetto positivo è che questo comitato è composto, oltre che da esponenti del governo, da persone che lavorano nell'industria cinematografica, tra cui registi, che cercano di semplificarci la vita. Nel caso del cinema commerciale, a loro non importa, a differenza che con alcuni film di registi che vogliono davvero trasmettere un messaggio.

Se sei nato e cresciuto lì, finisci sempre per trovare un modo per aggirare la censura. Non dico però che questo atteggiamento ci aiuti.


Ma questo atteggiamento ha mai influito su un suo film?

Sì, perché finiamo per creare dentro di noi un'autocensura, anche se non ce ne rendiamo conto.


I suoi film si riferiscono principalmente a equivoci, questo può essere visto come una metafora dello stato del mondo?

Sì, è un grosso problema di questi tempi, non solo nel mio paese ma in tutto il mondo. Oggi, con tutta la tecnologia che abbiamo a nostra disposizione e ovviamente mi sto riferendo al ruolo dei social network, non riusciamo a comprenderci. Parliamo molto, ma non ci capiamo.


Cioè, è un problema di comunicazione?

Sì, perché o non vogliamo comunicare, o la nostra lingua non ce lo permette. A volte vogliamo esprimerci emotivamente, ma non siamo in grado di descrivere le stesse cose a parole. Al giorno d'oggi, il nostro mondo ha questo grande problema: non comunichiamo, sia tra culture, sia tra persone sia anche nelle coppie.


Lei menziona costantemente Bergman e, in qualche modo, ha qualcosa in comune con il regista svedese. Entrambi oscillate tra pièce e film. Nel master, ha detto che il teatro si sta avvicinando al cinema e quindi perde la sua identità. Si può evitare questo contagio?

Amo il cinema e quando scrivevo testi per il palcoscenico, li scrivevo come fossero sceneggiature cinematografiche. E questo succede in molte pièce.

Nel mio caso, questo problema mi ha reso non più in grado di fare teatro. Non riesco a pensare teatralmente, solo cinematograficamente.


E il contrario? Funziona? Chiedo perché ne “Il cliente” ha lavorato in entrambi gli ambiti.

Sì, funziona. Anche perché il teatro e il cinema un legame ce l'hanno. Ne “Il cliente” mi sono avvicinato al testo di Arthur Miller per dimostrare questa connessione tra i due ambiti. Direi che è una relazione amichevole, ma nei miei film c'è soprattutto una separazione, perché ciò che mostriamo sullo schermo, passando attraverso i movimenti degli attori, è il cinema. Cerco di iniettare vita in loro, separarli dal teatro.


Il cliente
Tornando alla masterclass , ha detto che se almeno due spettatori escono da una commedia teatrale, questa è un fallimento. La stessa cosa per un film. Quindi, per lei, il cinema è soprattutto una questione di consenso?

Quello che ho detto è che il primo obiettivo di una commedia o di un film è mettere lo spettatore seduto al suo posto per guardarlo fino alla fine. Se lo spettatore diventa disinteressato o lascia lo spettacolo, perdiamo.

Ma ci sono due modi diversi. In teatro, per catturare lo spettatore non è necessario avere grandi enfasi drammatiche o accelerare il ritmo. Perché? Perché le persone che vanno a teatro sono pazienti, hanno più tempo a disposizione. Sono venuti a teatro per imparare. Nel cinema, la maggior parte degli spettatori vuole intrattenimento e non imparare. Sono due arti distinte.

Quando ero più giovane non ci pensavo, ma oggi rifletto su quanto posso fare al cinema per tenere lo spettatore seduto. La TV e le sue serie hanno alterato il gusto dello spettatore, che cerca nel cinema qualcosa di più frenetico, e questo è diventato un ostacolo. Lo notiamo nel tipo di produzione corrente. Se chiediamo agli spettatori odierni di guardare film del passato, di un regista giapponese, o di Ford, o di Truffaut, essi ne mettono in discussione il ritmo, li trovano non abbastanza ‘veloci’. E questo è da imputare all'universo della serie e alla modalità di visione.


E cosa ne pensa di questo boom televisivo a cui stiamo assistendo?

So che Netflix e Amazon stanno producendo sempre più contenuti TV, e a volte mi piace guardarli, ma so anche che questo sta uccidendo il cinema, o almeno il modo in cui lo guardiamo. Perché quando vediamo una serie, non abbiamo il tempo di riflettere su di essa, sui personaggi e le situazioni. Nel cinema, abbiamo accesso a questo spazio e questo tempo. Anche perché quando il film finisce, lo spettatore lo porta con sé.


Che mi dice di Netflix? Le è mai stato offerto un progetto?

Sì, lo hanno fatto in Spagna. Volevano produrre “Tutti lo sanno”, ma io dissi di no. Questo è cinema, se qualcuno vuole fare una serie o della televisione, vada da loro. Con Netflix non avrei avuto problemi di budget, ma mi sono fidato dei miei produttori. Volevo che il mio film fosse visto sul grande schermo.


lunedì 18 febbraio 2019

Muhammad, The Messenger Of God, Majid Majidi (2014)

Non è semplice, per un occidentale ignaro di teologia islamica, riassumere e commentare un’opera come questa. Ci provo ugualmente.




A sette anni dall’inizio della predicazione, Abu Talib, zio e tutore di Maometto, racconta e annota in un diario le difficoltà incontrate dalla famiglia, costretta a lasciare La Mecca. Quindi, in un flashback che include la maggior parte del film, vengono ripercorse la gestazione, la nascita, e l’infanzia del Profeta, a partire dall’assedio dell’esercito abissino alla Caaba, la pietra già sacra in tempi preislamici sita al centro della Mecca. L’attacco viene respinto grazie a uno stormo immenso: gli uccelli (detti Ababil) sganciano pietre ardenti e distruggono l’esercito nemico. Una grande luce che illumina il cielo preannuncia l'arrivo del Messaggero, che dunque nasce. Maometto viene allattato anche da una schiava, che da grande farà liberare (come altri schiavi legati sugli scogli in riva al mare in tempesta e destinati al sacrificio umano). Concluso il flashback, la storia  racconta le difficoltà dei musulmani assediati e messi al bando. Infine, un monaco cristiano conferma ad Abu Talib che è arrivato l'ultimo Profeta.

Un kolossal di quasi tre ore, il più costoso della storia del cinema iraniano. “Muhammad, the Messenger of  God” (Mohammad Rasoolollah), che pur guarda ai classici film europei e americani sulla Bibbia e si avvale di un guru della fotografia cinematografica come Vittorio Storaro,  è considerato soprattutto la risposta sciita al vecchio film di Moustapha Akkad “Il messaggio”, finanziato da Gheddafi nel 1976. Le differenze risiedono anzitutto nell’interpretazione del divieto di raffigurare il Profeta. Se nel film di Akkad non veniva per nulla mostrato, Majid Majidi ne inquadra il corpo di spalle o da lontano, senza mai riprendere il viso, e ne fa sentire la voce: le urla da neonato, le preghiere da adulto, alcuni dei rivoluzionari apporti, molto concreti, del suo pensiero: oltre alla liberazione degli schiavi, risalta una sequenza in cui convince un uomo ad accettare la figlia femmina appena nata come una benedizione.
Ovviamente la modalità di rappresentarlo non è stata indolore e ha sollevato polemiche.

Uno degli aspetti maggiormente affrontati è proprio il rapporto del giovane Maometto con le donne della sua famiglia (sviene alla morte della madre Amina…) e con lo zio tutore, mentre altri, anche all’interno della famiglia stessa, sono incapaci di raccoglierne il Messaggio.
La scelta  di concentrarsi su questi anni della vita del Profeta si adatta bene alla poetica del regista, da sempre cantore dell’infanzia, ed è funzionale a evidenziatore il lato umanista e non violento dell'Islam; un biglietto da visita da consegnare a quel pubblico internazionale che ne ha una visione negativa.

Ma Majidi dimostra padronanza anche nell'orchestrare le scene di massa e di battaglia: di grande potenza quella della con ‘L’Esercito degli Elefanti’, gli abissini. Per quanto sia ormai allineato su posizioni istituzionali, l'autore mantiene una sensibilità che gli  consente  di smorzare l’inevitabile magniloquenza, trovando momenti toccanti. Gli si perdonano qualche rallenty di troppo e le musiche pompose. 




Peccato che il film, nonostante la partecipazione di Storaro e del montatore Roberto Perpignani, non sia circolato in occidente, perché avrebbe potuto suscitare interesse.

Io nel mio piccolo ho tradotto in italiano i sottotitoli, molto artigianalmente e senza pretesa precisione. Li potete scaricare cliccando qua:













giovedì 7 febbraio 2019

Che, Ebrahim Hatamikia (2014)






Recensione di Nicola Pezzella

Che  (persiano : چ, prima lettera del cognome di Chamran) è un film di guerra biografico iraniano del 2014 diretto da Ebrahim Hatamikia, che descrive 48 ore della vita di Mostafa Chamran, che fu il primo ministro della difesa post- islamico della rivoluzione iraniana. Il 16 e 17 agosto 1979 fu inviato dall'Ayatollah Khomeini per comandare diverse operazioni militari nella guerra civile nella regione del Kordestan che fu assediata dalle forze anti-rivoluzionarie. Il film è stato presentato al 32° Fajr International Film Festival, e ha vinto due Crystal Simorgh nei campi del miglior editing e dei migliori effetti speciali. Oltre a Chamran, il film parla anche di Asghar Vesali che è stato ucciso durante la guerra e degli abitanti di Paveh nella provincia di Kermanshah.
Hatamikia è un noto regista su temi legati alla guerra Iran-Iraq.
Il film ritrae la figura pacifista-spirituale di Chamran nel contesto dell'assedio della città di Paveh da parte della milizia separatista curda. È riluttante ad uccidere, preferisce negoziare piuttosto che combattere. Questo approccio è in contrasto con il radicale Asghar Vesali (comandante Pasdaran) o leader separatista o dott. Enayati, leader separatista. Stranamente, sebbene si voglia fare un film di esaltazione di un personaggio che come viene spiegato nel film era addestrato alla guerra per aver combattuto in Libano, l'attore Fariborz Arabnias interpreta un "dottore" che non è un buon leader né un buon combattente. Il suo tono di voce è molto pacato, e la sua interpretazione non convince.
Anche il ruolo di Chamran negli eventi del Kordestan non è ritratto bene, quasi il nostro eroe sia solamente spettatore di eventi che sono molto più grandi di lui. Da quello che ho letto, l'insoddisfazione per l'esito del film è stata palese nel pubblico iraniano. Da contraltare allo sviluppo della vicenda, l'aspetto tecnico del film, che è girato benissimo, con effetti speciali, e in qualche caso con uso della computer grafica, non eccessivi, una colonna sonora di qualità. Un prodotto che viene confezionato bene, ma che non funziona molto nella comunicazione, rispetto a molto cinema iraniano prodotto in questi tempi.

sabato 2 febbraio 2019

O Iran, Naser Taghvai (1989)




Mentre si rincorrono le voci su moti rivoluzionari in corso nel paese, un manipolo di soldati della gendarmeria dello scià, in un villaggio di montagna, accoglie il nuovo comandante: il sergente Makvandi, un uomo goffo, baffuto e dalla voce stridula. Tra arresti arbitrari, l'installazione di una nuova fortezza in mezzo alle case, e altre azioni arroganti, il sottufficiale si aliena immediatamente la simpatia degli abitanti del posto, dai commercianti a cui non paga i debiti contratti dalla moglie, a un insegnante di musica malmenato in strada, ai suoi alunni. Quando i malumori dilagano, attribuisce la colpa ai 'traditori' e ai tudeh (comunisti) e annuncia la legge marziale. Un messaggio confidenziale gli intima di revocare il coprifuoco. Un altro gli annuncia che sarà promosso generale, in una giornata di 'celebrazione e... inno'.

Stimato documentarista etnografico, Naser Taghvai, reduce dal classico "Captain Khorshid",  realizza una satira sulla fine del regime monarchico, ottuso e incapace di entrare in sintonia con l'abituale semplicità della vita quotidiana delle persone, ma anche male equipaggiato per condurre una violenza sistematica. Abile metteur en scene, il regista, pure sceneggiatore, si affida alla commedia dagli immediati effetti buffi, partendo da un cast capitanato dal celebre comico Akbar Abdi (e in cui compaiono un soldato nano e un commilitone altissimo...). Ma, oltre alle gag slapstick, il film trova momenti intensi nella vivacità anticonformista dei bambini e in sequenze come quella dell'assolo di violino cui tutta la scuola presta ascolto, approdando a un finale solenne: quando l'insegnante di musica deve intonare l'inno imperiale "O Iran" (Ey Iran), di cui aveva modificato il testo per abbellirlo formalmente, il coro accompagna una sommossa; ne esce un canto della Rivoluzione.
Sarà un caso che il film è realizzato nel decennale degli eventi del 1979?

Inedito in Italia, meno noto di altri lavori di Taghvai.






sabato 26 gennaio 2019

20 Fingers, Mania Akbari (2004)



Dondolando sull'altalena, Mania (Mania Akbari), adulta, ricorda di quando sua madre le chiedeva di smettere di giocare. Seguono sei episodi in cui è in coppia con Bijan (Bijan Daneshmand, anche produttore del film). In auto, su una strada innevata, raccontano dei rispettivi primi giochi erotici da bambini; l'uomo ha in serbo una sorpresa, che si concretizza quando spegne il motore e lo schermo si fa completamente nero per molti secondi. A bordo di una funivia, è la gelosia il tema di dibattito. In moto, con in braccio la figlia Zahra, discutono se abortire il nuovo bambino in arrivo, anche sulla base delle condizioni lavorative di entrambi; dopo un litigio, Mania afferma di non voler più vivere con Bijan. Di nuovo in auto, si confrontano su fedeltà, monogamia, divorzio. Al ristorante, ragionano su come si comporterebbero se fossero nati di genere opposto. Su un treno, Bijan rimprovera alla moglie di aver invitato, in sua assenza, un'amica accompagnata dal suo ragazzo, a lui sconosciuto; Mania rivela di avere avuto un rapporto omosessuale con l'amica. Su una moto d'acqua, Mania racconta quanto è appagante fare l'attrice.

Girato in piani-sequenza della durata di circa dieci minuti l'uno - eccetto il primo e l'ultimo, più brevi - separati da dissolvenze in nero, "20 Fingers" è una riflessione molto teorica, e non troppo appassionante, sulla condizione della donna iraniana, a partire dal microcosmo del rapporto di coppia. La sceneggiatura, a cura della regista, opta per il confronto tra un uomo tradizionalista e una donna liberale, mostrati sia prima del matrimonio sia da coniugati, in una struttura che non segue la consequenzialità temporale. Sin dal primo episodio a due, il migliore e più scioccante del film, si mette però in chiaro la dinamica di sopruso dell'uomo sulla donna: la 'sorpresa' di Bijan è il controllo e la violazione della verginità di Mania, mentre il buio completo non chiarisce le modalità in cui la violenza si è consumata. 
I protagonisti sono sempre a bordo di mezzi di trasporto, tranne nella sequenza del ristorante, in cui tuttavia sullo sfondo c'è il traffico della città. La scelta sta a simboleggiare una società in movimento, che però non si lascia alle spalle una certa mentalità retriva.





Per affrontare temi così espliciti, l'autrice ha modificato completamente lo script che aveva ottenuto il visto censura; il digitale impiegato per le riprese ha consentito di girare al riparo da eccessivi controlli; infine, "20 Fingers" è stato post-prodotto a Londra, con la consapevolezza che sarebbe stato messo al bando in patria.

Lungometraggio d'esordio della regista, è dedicato ad Abbas Kiarostami, che aveva lanciato Mania Akbari come attrice protagonista di "Dieci", a cui "20 Fingers" è chiaramente ispirato.
In Italia, è stato trasmesso da Fuori Orario.

sabato 19 gennaio 2019

Libro: Lo sguardo discreto - Il cinema dell'interiorità da Virginia Woolf a Kiarostami, di Ilaria Gatti (2005)



L'autrice parte di un articolo di Virginia Woolf sul cinema pubblicato dalla rivista "Arts" nel 1926, in cui la scrittrice si lamenta degli stereotipi narrativi in cui cadono i pochi film che le capita di vedere, e brama pellicole capaci di far vedere il pensiero. Ilaria Gatti si muove da queste valutazioni in una direzione estremamente libera, che oltrepassa i rari adattamenti cinematografici dei libri della Woolf per approdare ad alcuni film della storia del cinema in cui è possibile ritrovare uno sguardo scevro da certe convenzioni, basato su stimoli visivi o anche sonori, e che magari la Woolf avrebbe amato.

Uno degli autori di riferimento per questa ricerca è, come da titolo, Abbas Kiarostami; ma ciò che colpisce è come, nell'anno di pubblicazione del volume, sia tutto il cinema iraniano a rappresentare una vera scuola, originale e innovativa.

Un intero capitolo del libro, intitolato "Égard-Regard" è dedicato quasi esclusivamente alla cinematografia persiana: la prima parte "Lo sguardo e il rispetto" affronta cinque film di Kiarostami. Nella trilogia costituita "Dov'è la casa del mio amico", "E la vita continua" e "Sotto gli ulivi", i campi lunghissimi e totali sottolineano la discrezione della mdp attraverso la distanza. Seguono riflessioni su "Il sapore della ciliegia" e "Il vento ci porterà via".

La seconda parte del capitolo, "Sguardi infantili" si concentra su "Il palloncino bianco" e "Lo specchio" (sono frequenti le sequenze in cui gli attori fingono di non voler rimanere tali o decidono di abbandonare il set o pretendono radicali cambiamenti alla loro parte) di Jafar Panahi, "Il silenzio" di Mohsen Makhmalbaf (mostra l'automatica ma consapevole autodifesa dell'interiorità infantile nei confronti del mondo adulto, non solo aggressivo e caotico, ma anche sgradevole e dissonante), "Piccoli ladri" di Marziyeh Meshkini. Il quinto film passato in rassegna è italiano, "Domenica" di Wilma Labate, ma presenta clacson, rumori, voci, richiami per i vicoli: proprio come la Teheran di tanto cinema iraniano.

Piccoli ladri

Tornerà mai, quest'ultimo, ad essere un punto di riferimento a livello mondiale?













domenica 13 gennaio 2019

Libro: Abbas Kiarostami - Immaginare la vita, Dario Cecchi (2013). Intervista all'autore

I libri sul cineasta iraniano più celebre a livello internazionale sono molteplici e dal taglio più disparato. "Abbas Kiarostami - Immaginare la vita", Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, si differenzia dagli altri per un'impostazione volta innanzi tutto a collocare la biografia e il cinema del regista nel contesto della cultura del suo paese d'origine. Nella storia dell'Iran, e nell'essere persiano di Kiarostami, il volume individua le prime chiavi d'accesso a film che, nel corso del tempo, diventano più universali e di impronta profondamente filosofica. L'autore Dario Cecchi, docente all'Università La Sapienza di Roma, ha gentilmente concesso questa intervista al blog. 





Kiarostami non è considerato un regista 'politico', ma dalla tua analisi emerge un autore che, negli anni di carriera che precedono la grande ribalta internazionale, guarda con occhio critico a una società che cambia. Come è stato possibile in un ambiente produttivo come quello del Kanun, un istituto pedagogico statale che attraversa indenne la Rivoluzione e che fa da scudo protettivo, in qualche modo, ai registi che ci lavorano?

In confronto ad altri registi iraniani, Kiarostami ha sempre avuto un atteggiamento obliquo e distaccato verso la politica e le questioni sociali. In questo si differenzia da uno dei suoi principali allievi, Jafar Panahi. Eppure è molto politico un film diretto da Panahi e sceneggiato da Kiarostami come "Oro rosso". E nei cortometraggi di prima della Rivoluzione Kiarostami riesce ad affrontare questioni politiche, attraverso la chiave dell'adolescenza, facendole passare come questioni educative. Temi come l'esclusione sociale e la differenza tra ceti vengono affrontati in lavori come "Il viaggiatore", "Un abito da matrimonio", "La ricreazione".

Facendo un salto di 10-15 anni, in "Close-Up", il protagonista Sabzian, usurpatore di Mohsen Makhamalbaf , ha un incontro-scontro con due ragazzi della classe media; cinefili, che però non lo riconoscono. Gli antagonisti sono disoccupati, ma hanno comunque una situazione di privilegio rispetto al protagonista.
Quello che Kiarostami non ha mai fatto, se non forse in "Dieci", è cercare un'empatia con una certa intellighenzia iraniana che è anche, in parte, una borghesia più laica e più progressista.


Per i film della Trilogia di Koker ("Dov'è la casa del mio amico", "E la vita continua" e "Sotto gli ulivi") e per ogni film degli anni 90, parli di incontro tra il cinema e una vicenda umana, espressione che trovo molto bella. Come evolve il cinema di Kiarostami da 'diversamente politico', a etico e filosofico?

Kiarostami diventa veramente famoso a livello internazionale con film che funzionano secondo il paradigma delle storie singolari, esemplari, anche paradossali. Prendiamo "Dov'è la casa del mio amico". Un bambino deve raggiungere un altro villaggio, può farlo solo a piedi perché non ha altri mezzi, nessuno gli dà retta; e lo fa solo per restituire un quaderno a un suo amico, che altrimenti verrà punito. Sono storie che portano a sviluppare la vicenda più che verso la risoluzione, verso un approfondimento della realtà, attraverso l'espediente della vicenda narrativa. In questo modo, Kiarostami è riuscito a parlare a un pubblico internazionale nel senso più alto del termine, non perché ha creato semplicemente un'estetica visiva che fosse attraente. Anzi ha fatto vedere un Iran fatto di montagne, di paesaggi di campagna, come gli europei e gli americani non l'avrebbero immaginato. Non ha solleticato un immaginario, ha saputo lavorare su un nucleo narrativo originale, il cui significato più profondo ha a che fare con il cinema, con l'idea di cosa fa il cinema con il tempo dell'esperienza vissuta.

Dov'è la casa del mio amico


C'è una sequenza molto bella di "Sotto gli ulivi", che è tutto costruito su un gioco di specchi, con Kiarostami che mette in scena Kiarostami che va a Koker a girare "E la vita continua". Sul set di "E la vita continua" nasce una contrastata storia d'amore tra un ragazzo e una ragazza del paese che collaborano alla lavorazione, come comparse o in vari modi. C'è una scena nel cimitero del paesino dove a un certo punto, rincorrendo la ragazza, il ragazzo va a 'intruppare' nella troupe che sta girando una scena di "E la vita continua", e lì compare Kiarostami vero, non l'attore che fa il regista nel film. Kiarostami esibisce il fatto che la finzione sta lavorando non su una storia ben fatta, chiusa in se stessa, dove tutti i meccanismi tornano, ma sta invece comunicando che tipo di esperienza ha vissuto il regista. In questo modo Kiarostami ragiona sulla forma-cinema e sul modo in cui il cinema afferra il tempo dell'esperienza umana e lo trasforma in qualcosa di ricco di senso.


Secondo te è stato influenzato dalle scuole europee, o era esclusivamente, profondamente persiano?

Sulle influenze è stato sempre evasivo, si è presentato come uno che ha fatto l'Accademia di pittura, che andava poco al cinema, che poi ha lavorato come pubblicitario. Quasi una specie di buon selvaggio del cinema.
Io penso che, se ci sono dei registi che possono averlo influenzato, siano alcuni giapponesi, in particolare certo Kurosawa e Ozu. Penso che abbia condiviso una cosa detta da  quest'ultimo. Nei suoi scritti sul cinema, tradotti in italiano e pubblicati da Donzelli, Ozu dice che i critici hanno creduto che lui fosse un regista sperimentale, per il modo con cui riprendeva i volti e soprattutto i dialoghi tra due persone, che contraddiceva le regole del montaggio hollywoodiano per cui bisogna creare dei raccordi che diano l'impressione che due persone si stiano guardando in faccia. Ozu dice: 'In realtà io sto ragionando sul modo reale con cui due giapponesi dialogano: nel piccolo spazio di una stanza tradizionale giapponese, in ginocchio, sul tatami'. Ozu smonta la tesi di uno sperimentalismo fine a se stesso, e lo riporta all'idea che la macchina da presa debba essere al servizio della rielaborazione di un'esperienza vissuta, così come essa si dà. Se infrange le regole del montaggio hollywoodiano è perché sta affrontando una situazione che quel tipo di montaggio non ha preso in considerazione. Kiarostami si è mosso in modo simile; è un regista profondamente iraniano senza bisogno di dover mimare i luoghi comuni della cultura alta iraniana. Ad esempio, non ha subito necessariamente l'influenza della la miniatura nella costruzione dell'inquadratura, ma il suo cinema ha a che fare col modo con cui gli iraniani, in particolare della capitale Teheran e di alcune regioni del nord, verso il Mar Caspio, vivono la quotidianità.

Kiarostami con Akira Kurosawa



A proposito di montaggio, Kiarostami afferma di non voler montare troppo i film per non esagerare il senso di veridicità delle immagini, per non sbattere la realtà in faccia allo spettatore. Da profano, mi pare una sorta di rovesciamento della teoria di Bazin sul montaggio proibito. Cosa ne pensi?

Kiarostami è stato un beniamino dei Cahiers e in generale della critica francese, ed è per certi versi un baziniano di seconda generazione. Per lui, se da una parte si deve evitare il senso di costruzione di una realtà troppo facile che l'automatismo del montaggio potrebbe portare, al tempo stesso non si deve cadere nell'idea che il montaggio sia proibito sempre e comunque. Per Kiarostami il montaggio è significativo, e uno dei 'compiti' di un grande regista è provare a esibire più forme possibili in cui il cinema può elaborare grammatiche del montaggio. Ora, non ci sarà mai una grammatica universale; quella è un'illusione, però possiamo immaginare il lavoro dei grandi registi come una specie di 'fallire meglio', per dirla alla Beckett, che va verso un ideale, irraggiungibile ma che è necessario porsi, di una grammatica del montaggio. Chi ha capito molto bene questo approccio è Pietro Montani che, tornandoci in diversi libri, lo definisce 'etica della testimonianza': con l'immagine cinematografica ci puoi fare molte cose, dalla fantasmagoria all'illusione della realtà perfetta, oppure ti puoi fare carico del fatto che testimonia qualcosa e chiederti a che condizioni di montaggio ti puoi occupare di quella testimonianza.


Ho notato che ti soffermi su un film normalmente considerato minore: "Abc Africa". Qual è l'importanza di questo documentario?

Per me è molto importante proprio perché ragiona su come il cinema può testimoniare la realtà; perché è un raro caso di documentario vero e proprio - diciamo così - in cui Kiarostami recepisce il compito tematizzando la sua funzione di testimone. Inoltre è uno dei film in cui ha sperimentato l'uso del digitale e quindi anche di dispositivi molto leggeri; in cui egli stesso si fa riprendere mentre riprende, recuperando l'idea vertoviana del 'cineocchio' che è capace anche di guardare se stesso. Questo è importante perché strappa Kiarostami dall'immagine del cantastorie, un cliché in cui è facile cadere per un regista iraniano, e lo restituisce a quella di un regista capace di riflettere sul potere dell'immagine. Ci sono varie sequenze interessanti da questo punto di vista; è tutto tranne che un film realistico. In una di queste, girando per una specie di suk della località ugandese dove sta filmando, si imbatte in una donna che gli parla, e lui ha sovrapposto un audio in persiano, totalmente irrealistico. Questo perché Kiarostami sta lavorando sull'immagine, non sulla composizione di una storia credibile.


Qual è il film di Kiarostami che preferisci e per quale motivo?

Per ragioni sentimentali, e anche un po' irrazionali, "Il sapore della ciliegia". Può sembrare anche macabro, ma l'aspirante suicida è il personaggio di Kiarostami con cui empatizzo di più. Poi in realtà è un suicida strano, uno che si dà delle regole folli per uccidersi, forse non vuole farlo veramente, ma si interroga sul senso della vita.
C'è un aspetto autobiografico: l'interlocutore anziano, che fa di tutto per convincerlo a desistere, ma che poi accetta l'eventuale compito di becchino, infarcisce  il loro dialogo di racconti e di apologhi. Questo mi ha fatto pensare al rapporto che io avevo col mio nonno iraniano, che aveva un po' questo approccio, che deriva profondamente da una cultura mediorientale, della trasmissione di un certo sapere in parte popolare, in parte oggetto di una trasmissione orale, in parte no. Questo aspetto del film è riuscito a catturarmi.
Poi, la cosa che trovo straordinaria, è che il film finisca con le immagini della lavorazione. Tu non sai come finisce la parte narrativa, se il protagonista nella buca, illuminato dalla luce incerta di un lampo, è morto o no. Poi uno stacco, ed ecco lui redivivo. Al di là di qualsiasi spiegazione - forse un significato razionale non lo deve neanche avere - trovo questo di una potenza straordinaria, e non finisce di affascinarmi.




Tu sei stato tra i pochi fortunati ad assistere al Tazieh, spettacolo di teatro tradizionale persiano, messo in scena da Kiarostami in Italia e non replicato. Che ricordo hai di quella esperienza irripetibile?


Lo vidi all'India [teatro di Roma], dove venne messo in scena in prima internazionale, poi credo che abbiano fatto una sorta di video installazione al Centre Pompidou a Parigi perché ne parla Marie-José Mondzain in un suo saggio. A me è piaciuto molto.
A posteriori mi sono un pochino documentato sul tazieh; è una cosa strana. Primo perché nel mondo islamico non ci sono forme tradizionali di teatro - valga il racconto di Borges su Averroè che non sa come tradurre 'commedia' e 'tragedia' nella "Poetica" di Aristotele -, invece c'è una forma di teatro che pare apparire in Iran intorno alla fine del XVIII secolo, che è un teatro popolare di tradizione religiosa, che racconta le storie degli imam, dei martiri, eccetera. 'Tazieh' in persiano vuol dire 'cordoglio' ed è proprio l'espressione di quel sentimento, tant'è che le persone si mettono a piangere, hanno reazioni di dolore plateali.
La cosa interessante è che Kiarostami ha fatto un'operazione molto semplice: in un'arena, quindi in uno spazio che ha la forma più di un circo che di un teatro, ha messo degli schermi dove, nel momento culminante, si vede una piccola folla di persone in Iran che, assistendo a quella scena, si mette a piangere. Un tentativo di farti sentire parte di quella comunità. Un'operazione se vuoi banale, ma che andava fatta. Andava sperimentato il fatto che le immagini non solo risvegliano dei sentimenti, delle passioni, ma, facendo questo, creano comunità.
La Mondzain sostiene che questo è un motivo per cui le immagini possono svolgere una funzione politica, creando un legame di partecipazione a una comunità, reale o immaginaria. Kiarostami ha fatto dunque un'operazione interessante. Peccato ne abbia fatta una sola. Tornando al discorso iniziale, se avesse voluto fare un cinema dichiaratamente politico, avrebbe dovuto probabilmente, per indole, proseguire su quella traccia. E allora sarebbe stato scomodo, perché aveva un certa sensibilità per un sentire comune diffuso degli iraniani al di là delle ideologie, o delle appartenenze sociali, o delle scuole culturali di provenienza.


Per concludere. Nel libro, che è del 2013, definisci Kiarostami come un regista cinematografico che si è cimentato anche in altre arti che, tutto sommato, sono attività collaterali. Nel frattempo stava uscendo "Qualcuno da amare", poi tanta video arte, infine uscirà postumo "24 Frames". Anche alla luce del fatto che valuti gli ultimi lavori per il cinema ("Shirin", "Copia conforme") come un po' autoreferenziali, sei ancora convinto di quella definizione? E vale anche per l'ultima fase della carriera di Kiarostami?

Il rischio dell'autoreferenzialità c'è, e tra l'altro "Shirin" non l'ho neanche particolarmente amato. Però ho visto "24 Frames" in un festival a Roma e, per quanto contenga quasi degli haiku, dei piccoli frammenti in sé conclusi, ho avuto la conferma che l'ispirazione di fondo di Kiarostami è quella del regista di cinema. Per quanto quei 24 frames sembrino quasi delle video installazioni, sono a loro modo un'interrogazione sulla questione del fuori campo, di quante cose possono accadere - cinematograficamente parlando -  anche con un'inquadratura fissa, solo mettendosi in ascolto del fuori campo dell'immagine, o interrogando la soglia tra campo e fuori campo.

Dunque Kiarostami resta un regista di cinema. Poi, ovviamente, la corruzione della fama (lo dico esagerando) lo ha portato anche a fare cose più commerciali ("Copia conforme" l'ho trovato un tentativo di rifare se stesso in un altro contesto ma con meno convinzione), oppure esperimenti che a prima vista possono apparire più da arte contemporanea. Però in "24 Frames" ho ritrovato il pensiero di un regista di cinema.