mercoledì 14 ottobre 2020
Le nuove tendenze del cinema iraniano
venerdì 18 settembre 2020
Una introduzione. Farhadi per il pubblico italiano
La parola a Khorshid Shekarie Aureh, studentessa dell'istituto Gobetti Volta di Bagno a Ripoli (FI). Khorshid ha raccontato la storia del cinema persiano ai suoi compagni di scuola, soffermandosi in particolare su Asghar Farhadi, di cui ha svelato alcuni interessanti aspetti culturali di non facile comprensione per gli spettatori italiani, giovani e meno giovani. Quello che segue è un breve resoconto delle sue presentazioni.
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| About Elly |
Ho cominciato dalla collocazione geografica dell'Iran, facendo poi una carrellata sulla storia del cinema persiano dal 1962, quando con “La casa è nera” Forough Farrokhzad ha dato in qualche modo inizio alla Nuovelle Vague, facendo un cinema diverso dal commerciale filmfarsi. Ho scritto sulla lavagna i nomi dei registi (ad esempio Golestan e Mehrjui) divisi per epoca, poi ho parlato dei cambiamenti che ci sono stati con la Rivoluzione, dal vestiario alle trame, dai temi agli interessi dei registi. Credo che i film d'autore non siano più una forma di svago per il pubblico. Ci sono stati mutamenti sottili che hanno permesso di veicolare un messaggio diverso. Ho citato in particolare la famiglia Makhmalbaf, poi Panahi - soprattutto “Taxi Teheran” che era un film abbastanza conosciuto e che ha suscitato domande dalla classe. Poi ho parlato di Ghobadi e infine mi sono concentrata su Farhadi, affrontando “About Elly”, “Una separazione” e “Il cliente”.
Di “Una separazione” ho proiettato alcune scene, mentre di “About Elly” e “Il cliente” ho mostrato solo il trailer, perché non avevo delle copie sottotitolate in italiano e sarebbe stato troppo scomodo tradurre a voce sul momento. Dopo i trailer ho raccolto un giro di domande: i ragazzi erano stupiti del fatto che in Iran esistessero il cinema e i film! Ma anche se ne fossero stati al corrente, quello di Farhadi è comunque un cinema pieno di dettagli della cultura iraniana che portano il pubblico italiano a farsi delle domande.
Farhadi mette al centro la società iraniana. Come però ha egli stesso evidenziato nelle conferenze, parte dall'individuo, dalla coppia e dal nucleo familiare, per poi espandersi a tutta la società. I personaggi sono neutri, non possiamo identificare degli antagonisti, dei buoni e dei cattivi: il regista lascia tanti punti interrogativi per il pubblico.
Facciamo degli esempi. In “Una separazione”, le dinamiche tra Nader e Simin (i protagonisti) e tra Razieh e Hojjat (la badante e suo marito) sono diverse. Anche perché appartengono a ceti sociali differenti (mentre i personaggi di "About Elly" sono omogenei). Ma anche lo stesso Hojjat, apparentemente “cattivo”, irascibile, ha tantissimi lati umani, pur provando rancore quando scopre che la moglie va a lavorare a casa di un uomo che non è della sua famiglia. Un namahram, si dice in persiano. Non possiamo dire che questo personaggio abbia torto o ragione, Farhadi ne fa vedere il lato umano.
Ho fatto vedere la scena in cui Razieh chiama il mullah per chiedere se può curare il padre di Nader. Durante la proiezione, in molti non hanno capito di cosa si trattasse. Mi sono soffermata sul concetto di namahram, spiegando quali sono le persone che possono avere un contatto diretto - in questo caso i familiari della donna e i fratelli del marito. Nessun altro uomo può entrare in contatto con lei: il fatto è che doveva lavare l'anziano e cambiargli il pannolone. Essendo l'uomo vecchio e malato, non le è stato proibito. Il fatto che poi, al termine della sequenza, la figlia di Razieh aggiunga spontaneamente “non lo dico a papà”, secondo me dipende dal fatto che le due appartengono a una famiglia religiosa di ceto medio-basso della capitale. Molte cose che Razieh dice nel corso del film non posso essere totalmente capite, forse, dal pubblico italiano o occidentale. Ad esempio quando Nader la accusa di aver rubato del denaro da un cassetto, il modo in cui lei reagisce è tipico di una persona molto devota. Ho notato che nella traduzione italiana non sono riportate tutte le personalità religiose su cui lei giura, ma in ogni caso l'elenco è molto significativo. Inoltre, in diverse scene del film giurano sul Corano. È una cosa abbastanza comune in Iran, ma comunque ha il suo peso; quando si giura sul Libro Sacro bisogna essere molto sicuri. Questo la dice lunga sulla fede di questa famiglia, ma forse chi non conosce bene la realtà iraniana non coglie appieno la drammatica serietà di tali giuramenti.
Altrettanto interessante è la prima scena, in cui il regista inquadra i volti di Nader e Simin senza far vedere il giudice. Secondo me significa che aveva l'intenzione di concentrarsi sui personaggi e sulla coppia, mostrando le loro emozioni insieme, non prima dell'uno poi dell'altra, o viceversa. Credo però che il concetto di separazione assuma connotati più generali, al di là della storia della coppia principale. Anzi è proprio questo il tema centrale. Il film parla di separazioni tra le classi sociali, del conflitto che si produce tra Razieh e Hojjat; di varie separazioni che si stanno consumando a livello sociale all'interno del paese, sia tra persone religiose che non credenti.
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| Una separazione |
Ne “Il cliente” è interessante l'inserimento del teatro – i protagonisti Emad e Rana sono entrambi attori - perché contribuisce alla sceneggiatura del film. Emad è una persona che recita anche giù dal palco. Infatti ha inizialmente un tono sostenuto, ma si spoglia di questa maschera al cospetto di una situazione grave e inaspettata che lo manda in collera.
Quando Emad rifiuta di mangiare il cibo comprato coi soldi del presunto stupratore, magari lo spettatore italiano può pensare che sia per una questione religiosa, ma non è del tutto vero. Infatti in Iran c'è molto la cultura dei “soldi puliti” e dei “soldi sporchi”, e questo si vede chiaramente anche dal modo in cui le persone parlano. Per una persona che vuole guadagnare soldi per raggiungere onestamente un livello di vita appagante, la parola che si usa è nan-e halal, cioè pane halal, lecito. Il concetto di nan-e halal non ha solo a che vedere con il cibo: quando qualcuno dice di voler arrivare ad avere nan-e halal, significa che vuole conseguire uno status sociale rispettabile, che vuole arrivare a guadagnare denaro pulito.
Questo aspetto si può in qualche modo notare anche in “Una separazione”, quando la famiglia di Nader va a casa di Razieh per convincerla ad accettare il risarcimento. Nell'audio originale, Razieh usa il termine pul-e haram, con cui si intende il guadagnare soldi con un lavoro “sporco”. Ma in questo caso Razieh usa tale espressione per riferirsi alla sua menzogna rispetto all'aborto. Qui il concetto è più legato alla religione, a qualcosa di cattivo che potrebbe succedere se lei accettasse quei soldi. Spesso tradizione e religione si intrecciano e non è facile capire l'origine dei comportamenti; anche un iraniano non musulmano, o un musulmano non praticante, può avere degli atteggiamenti tipici, uguali a quelli di un connazionale musulmano osservante. È ovvio che questo non accade sempre, però alcuni aspetti della religione si sono talmente integrati nella cultura che non si riesce più a distinguerli.
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| Farhadi e Shahab Hosseini sul set de Il cliente |
Tornando invece a “About Elly”, una cosa che i miei compagni di scuola non hanno ben compreso è l'atteggiamento di Sepideh nei confronti del personaggio tornato dalla Germania, interpretato da Shahab Hosseini. Mi hanno chiesto: perché è così importante presentare le ragazze ai ragazzi? Ho notato che in Italia queste presentazioni formali non si usano più, mentre restano attuali in Iran; sono legate alla cultura tradizionale e non alla religione. Forse dipende dal fatto che gli uomini non si sentono ancora molto sicuri nelle relazioni amorose. È una cosa che ho notato anche tra i miei amici e familiari.
venerdì 4 settembre 2020
The Wasteland - Dashte Khamoush (Ahmad Bahrami, 2020)
In questi primi giorni di Mostra di Venezia Dashte Khamoush è senza dubbio il film che ci ha colpito maggiormente, si tratta un lavoro estremamente politico e umano, e dal punto di vista formale pregevolissimo. È il racconto di una piccolissima comunità di dimenticati al confine nord iraniano; nel mezzo del deserto circa una ventina di persone - uomini, donne e bambini - lavorano in una fornace che produce mattoni ancora in modo tradizionale. Famiglie di etnie diverse faticano nella fabbrica e il capo sembra essere in grado di risolvere i loro problemi. Lotfollah, un quarantenne nato proprio nell'opificio, è il sorvegliante, ma funge anche da tramite tra operai e proprietario. In un giorno qualunque quest’ultimo ha chiesto a Lotfollah di riunire il personale davanti al suo ufficio perché deve annunciare una novità importante.
Il film ci mostra le azioni ripetitive nella fornace, lo scopo dell'attività è la produzione di mattoni identici e l’impatto di questo luogo e del lavoro meccanico ha evidentemente reso gli operai esseri umani disillusi e docili. La ripetizione è una delle caratteristiche principali del film, che è ambientato nel corso di un’intera giornata; la gestione del tempo è fondamentale in un'opera che, un po’ come "Satantango" di Bela Tarr, presenta una sequenza che si ripropone più volte e ci permette a poco a poco di scoprire sempre qualcosa di più della storia. Si tratta del momento in cui il padrone comunica agli operai il futuro del mattonificio; nel tempo che intercorre tra il reiterarsi di questa sequenza c’è il lavoro e ci sono i colloqui personali tra capo e maestranze in cui ognuno dice la sua verità, come avveniva in "Rashomon" di Kurosawa. Riferimenti altissimi per un film importante che ha nella forma un aspetto di grande interesse: il regista gira in 4:3 in un bianco/nero che ci riporta indietro nel tempo e che rinchiude i personaggi in un formato ristretto. Sostanzialmente girato solo con panoramiche per accentuare questa ripetizione dei movimenti, senza primi piani e con solo quattro leggerissime zoomate durante la famosa riunione: fare un film oggi con sole panoramiche è un'impresa che Bahrami compie con apparente semplicità, riuscendo comunque a creare empatia coi personaggi.
"The Wastland" è ovviamente un film importante sul lavoro, che racconta l’assenza di diritti. I dipendenti sono operai senza studi, senza futuro e ovviamente senza coesione sociale, vedono nel capo l’unico sbocco per cambiare qualcosa della loro povera esistenza: la pensione per il più anziano, la libertà per uno dei curdi, un futuro per una donna senza marito, qualcosa di diverso per un uomo di quarant'anni che ha visto solo la fabbrica in tutta la sua vita.
Ahmad Bahrami è un regista iraniano quasi cinquantenne che ha iniziato tardi con il cinema. Dopo aver partecipato nel 2010 a un workshop di Abbas Kiarostami, esordisce nel 2017 con il lungometraggio "Panah" - anche questo ambientato nel cuore del deserto iraniano - che racconta la vita di un piccolo villaggio che dipende dagli sforzi di un ragazzino pronto ad aiutare il prossimo. Con quest’ultimo film Bahrami continua a lavorare sul deserto persiano e con personaggi ai margini: i lavoratori senza documenti sono immigrati azeri o curdi. Le motivazioni del regista vengono dalla sua famiglia: il padre ha lavorato in fabbrica ed è andato in pensione dopo trent’anni di fatiche. Per il regista iraniano questo è un omaggio al genitore e a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, lavorano duramente.
Dashte Khamoush, che in italiano vuol dire “terra desolata”, racconta una storia di oggi ma è sostanzialmente un film senza tempo perché non dà delle coordinate temporali e assomiglia terribilmente a molti altri lungometraggi visti negli anni. Siamo in Iran ma potremmo essere in molte regioni remote del mondo. Ci fa anche pensare al nostro passato. Crediamo sia giusto che il cinema si interroghi sulle periferie della terra e su una realtà lavorativa senza diritti e senza futuro. Lo sfruttamento del lavoro è uno dei mali di questo mondo e il bisogno di coesione sociale dei lavoratori è sempre più necessario.
Recensione di Claudio Casazza
giovedì 3 settembre 2020
Libro: Visioni di contrabbando - Il cinema inarrestabile di Jafar Panahi (Claudio Zito, 2020)
Nel 2016 ho aperto il blog e la pagina Facebook “Cinema Iraniano” per un motivo: da internauta mi sarebbe piaciuto trovare in rete qualcosa di simile, che però non c'era. È stato e resta un piacere, e anche una sorpresa, vedere tante persone che seguono il blog e gli account collegati.
Ma ancora prima, molto prima del 2016, avrei voluto leggere una monografia su uno dei miei registi preferiti: Jafar Panahi. Nessuno l'aveva scritta e già allora pensavo di farlo io. Ce l'ho fatta a distanza di anni: “Visioni di contrabbando – Il cinema inarrestabile di Jafar Panahi” esce oggi per Digressioni Editore. Spero e mi auguro che possa suscitare altrettanto interesse.
Per qualche giorno è possibile acquistarlo a prezzo scontato:
https://digressioni.com/prodotto/visioni-di-contrabbando/?fbclid=IwAR0bRKAG8E9GlRnLITKDa0Yf_wvQb_X22qZ0qCafbgYqOLs9BrMsBD92J3o
Grazie a tutte e a tutti coloro che vorranno leggerlo!
martedì 14 luglio 2020
I migliori film iraniani degli anni 80
I primi tre classificati sono con l'attrice Susan Taslimi.
1. Bashù il piccolo straniero – Bahram Beizai
2. Madian (La giumenta) - Ali Zhekan
3. Shayad Vaghti Deegar (Forse un'altra volta) – Bahram Beizai
4. Captain Khorshid – Naser Taghvai
5. Il corridore – Amir Naderi
6. Marg Yazdgerd (La morte di Yazdgerd) – Bahram Beizai
7. Acqua, vento e sabbia – Amir Naderi
8. Hamun - Dariush Mehrjui
9. The Tenants - Dariush Mehrjui
10. Dov'è la casa del mio amico – Abbas Kiarostami
venerdì 10 luglio 2020
Intervista su Offside
L’invito dell’Oscar Academy alla regista Narges Abyar scatena proteste
martedì 2 giugno 2020
Videointervista: I Makhmalbaf
Una videointervista di Antonello Sacchetti.
domenica 10 maggio 2020
Intervista a Elisabetta Colla - Taxidrivers.it
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| Il palloncino bianco |
domenica 12 aprile 2020
Ricerca 1 (Amir Naderi, 1980)
Videointervista di Antonello Sacchetti
Ecco il video dell'intervista.
martedì 17 marzo 2020
Videointervista: Abbas Gharib, autore di "Caro Abbas Kiarostami, perché il cinema?"
mercoledì 4 marzo 2020
Rasoulof convocato in carcere, si appella al coronavirus
sabato 29 febbraio 2020
Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)
martedì 25 febbraio 2020
Mohammad Rasoulof sul nuovo film “There Is No Evil”
lunedì 10 febbraio 2020
Sotto gli ulivi (Abbas Kiarostami, 1994)
Chiude la trilogia di Koker, composta da "Dov'è la casa del mio amico" e "E la vita continua", quello che è il primo film prodotto direttamente da Abbas Kiarosami (che cura anche sceneggiatura e montaggio), dopo il divorzio dall'istituto pedagogico Kanun.
Inventando una nuova storia, nata nel corso della lavorazione del film precedente, "Sotto gli ulivi" (Zire darakhatan zeyton) offre al regista l'occasione per una riflessione metacinematografica (approccio assente nella prima bozza della sceneggiatura) e, volendo, costituisce anche un dittico con un film esterno alla trilogia come "Close-Up".
Ma è anche il film di Kiarostami che più si avvicina a una storia d'amore, per quanto atipica, nata sulle macerie del terremoto che ha sconvolto la zona, e durante le riprese di un film. Hossein e Tahareh, marito e moglie nella 'finzione', nella 'realtà' diventano un tenero corteggiatore e una corteggiata che respinge, silente, la sua proposta di matrimonio, anche per la contrarietà della nonna - unica superstite del sisma nella famiglia della ragazza - che gli contesta l'analfabetismo e la povertà.
"Sotto gli ulivi" inizia autodenunciandosi come finzione, con il celebre (in patria) attore Mohamad Ali Keshavarz* che, guardando direttamente la macchina da presa, si presenta con nome, cognome e ruolo all'interno del film: interpreta il regista di "E la vita continua" e sta svolgendo il casting delle attrici. La prima sequenza doveva chiarire ogni equivoco: il film è una ricostruzione del set, non il set stesso. Per questa ragione nelle lavagne del ciak c'era sempre scritto "Sotto gli ulivi" e non "E la vita continua". Per lo stesso motivo la voce radiofonica che sentiamo nell'auto parla di 1993, il periodo in cui abbiamo girato "Sotto gli ulivi". Dopotutto, il bello di questa pellicola è che ogni riferimento temporale perde la sua definizione.**
La continuità della prolusione di Keshavarz è interrotta da un'aspirante attrice, ed è un primo disturbo brechtiano alla linearità del racconto.
Comincia così un labirintico gioco di rimandi tra realtà e rappresentazione. Come nota Dario Cecchi, c'è una scena nel cimitero del paesino dove, a un certo punto, il ragazzo va a 'intruppare' nella troupe che sta girando una scena e lì compare Kiarostami vero, non l'attore che fa il regista nel film. (...) In questo modo Kiarostami ragiona sulla forma-cinema e sul modo in cui il cinema afferra il tempo dell'esperienza umana e lo trasforma in qualcosa di ricco di senso.
Come nei migliori film iraniani, il gioco intellettuale non è fine a se stesso, il corpo estraneo del cinema agisce sul microcosmo della realtà locale, interagendo con le umili esistenze di chi popola quella comunità. Rimangono impressi personaggi come il primo attore selezionato, incapace di parlare alle donne senza tartagliare. Si ripresentano riflessioni deliziose e un po' naive sul senso della settima arte e delle sue ricadute sulla vita quotidiana: il protagonista maschile recita per non fare più il manovale; la controparte femminile ha indossato il vestito buono, che però è inadatto per interpretare una contadina; perché poi recitare in un film che non passa in televisione?
Percorsa la consueta strada a zig-zag, simbolo della trilogia, il film approda al memorabile finale sulle note del Concerto per oboe di Domenico Cimarosa, in una delle sequenze più celebri dell'arte kiarostamiana. Il corteggiamento avrà avuto successo? La ripresa in campo lunghissimo, come nell'epilogo di "Close-Up", preserva l'intimità dei personaggi, osservati con uno sguardo etico e discreto, mentre lo scenario del verde uliveto sembra richiamare un biblico giardino dell'Eden abitato, dopo la distruzione, da novelli Adamo ed Eva.***
Per chi giunge alla visione di "Sotto gli ulivi" conoscendo il resto della trilogia, è una sorpresa rivedere, vivo e vegeto, Babak Ahmadpoor, cercato invano in "E la vita continua", dove invece già compariva il fratello Ahmad. Altri personaggi vengono nominati, se ne sente talvolta la voce, restano però fuori campo.
La location di Koker avrebbe dovuto essere utilizzata anche per un ulteriore spin-off, ma il progetto di un quarto film non è andato in porto.
Il futuro cineasta Jafar Panahi compare nel ruolo di se stesso: è il primo assistente alla regia.
*Kiarostami non sarà però soddisfatto della scelta e per qualche tempo smetterà di lavorare con gli attori professionisti
**Parole del regista, contenute in "Kiarostami", a cura di Alberto Barbera e Elisa Resegotti
giovedì 23 gennaio 2020
Il Fajr cancella la cerimonia d'apertura, gli artisti si dividono
EDIT 139 artisti del cinema si sono schierati per il boicottaggio. Tra loro Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof e Ali Mosaffa. Intanto l'attrice Taraneh Alidusti è stata convocata in tribunale.
https://en.radiofarda.com/a/iran-s-annual-film-festival-on-verge-of-collapse-after-boycott-by-movie-stars/30392945.html?fbclid=IwAR2_mQAKO3yawpXQcedupDgsuDg4GTbKJKkBP4Dkwt3Ve5ujs8MODaO1VAo
mercoledì 1 gennaio 2020
SPECIALE: I migliori film iraniani del decennio
L'indicazione di massima era di elencare una top-10 (o top-5), ma i singoli estensori avevano la massima libertà. Pochi hanno stilato una classifica, quasi tutti hanno preferito compilare un elenco, talvolta in ordine cronologico. Anche il blog ha seguito quest'ultimo criterio. Molti hanno incluso film di registi iraniani, realizzati però altrove. In ogni caso, un enorme grazie va a tutti i partecipanti!
Ecco i film che hanno ottenuto almeno due preferenze:
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 | 15 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 | 6 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 | 6 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 | 5 |
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 | 5 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 | 5 |
| Taxi Teheran | Jafar Panahi | 2015 | 4 |
| Tre volti | Jafar Panahi | 2018 | 4 |
| Facing Mirrors | Negar Azarbayjani | 2011 | 3 |
| Just 6.5 | Saeed Roustayi | 2019 | 3 |
| Manuscripts Don't Burn | Mohammad Rasoulof | 2013 | 3 |
| Melbourne | Nima Javidi | 2014 | 3 |
| Monte | Amir Naderi | 2016 | 3 |
| Paternal House | Kianoush Ayyari | 2012 | 3 |
| This Is Not a Film | Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb | 2011 | 3 |
| A Cube of Sugar | Reza Mirkarimi | 2011 | 2 |
| Border | Ali Abbasi | 2018 | 2 |
| Dressage | Pooya Badkoobeh | 2018 | 2 |
| Here Without Me | Bahram Tavakoli | 2011 | 2 |
| Il dubbio - Un caso di coscienza | Vahid Jalilvand | 2017 | 2 |
| Malaria | Parviz Shahbazi | 2016 | 2 |
| Mourning | Morteza Farshbaf | 2011 | 2 |
| Orange Days | Arash Lahooti | 2018 | 2 |
| Parviz | Majid Barzegar | 2012 | 2 |
| Reza | Alireza Motamedi | 2018 | 2 |
| Tales | Rakhshan Banietemad | 2014 | 2 |
I registi presenti con più film sono, a pari merito con tre titoli a testa: Jafar Panahi ("This Is Not a Film", "Taxi Teheran", "Tre volti", Abbas Kiarostami ("Copia conforme", "Qualcuno da amare", "24 Frames"), Mani Haghighi.("A Modest Reception" "A Dragon Arrives!", "Pig"), Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il passato", "Il cliente"), Reza Mirkarimi ("A Cube of Sugar", "Dokhtar", "Castle of Dreams").
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| Mani Haghighi |
I PREFERITI DEI PARTECIPANTI
Cinema Iraniano blog
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 |
| Manuscripts Don't Burn | Mohammad Rasoulof | 2013 |
| Melbourne | Nima Javidi | 2014 |
| Taxi Teheran | Jafar Panahi | 2015 |
| Muhammad The Messenger of God | Majid Majidi | 2015 |
| Night Shift | Niki Karimi | 2015 |
| Writing on the City | Keywan Karimi | 2015 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
| Disappearance | Ali Asgari | 2017 |
| Filmfarsi | Ehsan Khoshbakht | 2019 |
Difficult... difficult... difficult...
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| A Cube of Sugar | Reza Mirkarimi | 2011 |
| Here Without Me | Bahram Tavakoli | 2011 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 |
| Paternal House | Kianoush Ayyari | 2012 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 |
| The Breath | Narges Abyar | 2016 |
| Il dubbio - Un caso di coscienza | Vahid Jalilvand | 2017 |
| Just 6.5 | Saeed Roustayi | 2019 |
| By No Reason | Abdolreza Kahani | 2012 |
| There Are Things You Don't Know | Fardin Saheb-Zamani | 2010 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Mourning | Morteza Farshbaf | 2011 |
| Paternal House | Kianoush Ayyari | 2012 |
| The Last Step | Ali Mosaffa | 2012 |
| Parviz | Majid Barzegar | 2012 |
| A Modest Reception | Mani Haghighi | 2012 |
| The Snow on the Pines | Peyman Moaadi | 2012 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 |
| What's the Time in Your World? | Safi Yazdanian | 2014 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 |
| Lantouri | Reza Dormishian | 2016 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
| Israfil | Ida Panahandeh | 2017 |
| Redhead | Karim Lakzadeh | 2017 |
| Invasion | Shahram Mokri | 2017 |
| Reza | Alireza Motamedi | 2018 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Manuscripts Don't Burn | Mohammad Rasoulof | 2013 |
| I Am Not Angry | Reza Dormishian | 2014 |
| Red Rose | Sepideh Farsi | 2014 |
| Taxi Teheran | Jafar Panahi | 2015 |
| Baba joon | Yuval Delshad | 2015 |
| Malaria | Parviz Shahbazi | 2016 |
| Il dubbio - Un caso di coscienza | Vahid Jalilvand | 2017 |
| Hair | Mahmoud Ghaffari | 2017 |
| Dokhtar | Reza Mirkarimi | 2017 |
Elio Ugenti (Italia). Dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre; autore del volume "Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine"
| This Is Not a Film | Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb | 2011 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Taxi Teheran | Jafar Panahi | 2015 |
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 |
Wow that is a difficult task as there are so many great Iranian films out there! Here are some popular picks:
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| Pig | Mani Haghighi | 2018 |
| Facing Mirrors | Negar Azarbayjani | 2011 |
| Dressage | Pooya Badkoobeh | 2018 |
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| Dressage |
IMVbox (Gran Bretagna). Piattaforma di distribuzione online di film iraniani in streaming
| Facing Mirrors | Negar Azarbayjani | 2011 |
| Here Without Me | Bahram Tavakoli | 2011 |
| Mourning | Morteza Farshbaf | 2011 |
| Tame As a Horse | Abdolreza Kahani | 2011 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 |
| Ice Era | Mostafa Kiaiee | 2015 |
| Binam Alley | Hatef Alimardani | 2016 |
| Life + 1 Day | Saeed Roustayi | 2016 |
| Subdued | Hamid Nematollah | 2017 |
Dario Cecchi (Italia) Docente all'Università La Sapienza di Roma, autore del volume "Abbas Kiarostami - Immaginare la vita"
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| This Is Not a Film | Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb | 2011 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
| The Grand Lady of Iran | Mostafa Razzagh Karimi | 2017 |
| Tre volti | Jafar Panahi | 2018 |
| Orange Days | Arash Lahooti | 2018 |
Massimo Causo (Italia). Critico e docente di cinema, curatore di voci sul cinema iraniano dell'Enciclopedia Treccani, coautore del volume "Il vento e la città - Il cinema di Amir Naderi"
Fuori quota
| Cut | Amir Naderi | 2011 |
| Monte | Amir Naderi | 2016 |
| Qualcuno da amare | Abbas Kiarostami | 2012 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
E quindi
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| The Hunter | Rafi Pitts | 2010 |
| Tre volti | Jafar Panahi | 2018 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Taxi Teheran | Jafar Panahi | 2015 |
| Just 6.5 | Saeed Roustayi | 2019 |
| Tales | Rakhshan Banietemad | 2014 |
| Fish & Cat | Shahram Mokri | 2013 |
I 4 fuori quota perché nettamente al di sopra degli altri ma soprattutto perché realizzati fuori dall'Iran
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| Just 6.5 |
Farsi Cinema Center (Canada). Piattaforma con sede a Toronto per la diffusione e la coproduzione internazionale di film in lingua persiana
| Just 6.5 | Saeed Roustayi | 2019 |
| Dressage | Pooya Badkoobeh | 2018 |
| Sheeple | Houman Seyyedi | 2018 |
| Leakage | Suzan Iravanian | 2018 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Gold and Copper | Homayoun Assadian | 2011 |
| Orange Days | Arash Lahooti | 2018 |
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 |
| Rhino Season | Bahman Ghobadi | 2012 |
| Camion | Kambuzia Partovi | 2018 |
| Bomb: Love Story | Peyman Moaadi | 2018 |
Ali Moosavi (Iran). Critico cinematografico ("Film", "Cine-Eye", "Film International") e documentarista televisivo. Ha contribuito al volume "The Directory of World Cinema: Iran"
In no particular order.
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| A Respectable Family | Massoud Bakhshi | 2012 |
| My Name Is Negahdar Jamali and I Make Westerns | Kamran Heidari | 2012 |
| Parviz | Majid Barzegar | 2012 |
| Paternal House | Kianoush Ayyari | 2012 |
| Manuscripts Don't Burn | Mohammad Rasoulof | 2013 |
| Tales | Rakhshan Banietemad | 2014 |
| Reza | Alireza Motamedi | 2018 |
| Song of God | Aref Mohammadi | 2018 |
| Son – Mother | Mahnaz Mohammadi | 2019 |
Ali Asgari (Iran). Regista e sceneggiatore.
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Border | Ali Abbasi | 2018 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 |
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 |
| Tre volti | Jafar Panahi | 2018 |
| Castel of Dreams | Reza Mirkarimi | 2019 |
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| Taraneh Alidousti ne Il cliente |
Farnoosh Samadi (Iran). Regista e sceneggiatrice.
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 |
| Border | Ali Abbasi | 2018 |
| Il passato | Asghar Farhadi | 2013 |
| A Dragon Arrives! | Mani Haghighi | 2016 |
Marco Dalla Gassa (Italia). Ricercatore all'Università Ca' Foscari di Venezia; autore del volume "Abbas Kiarostami".
non sono in ordine di preferenza.
| Copia Conforme | Abbas Kiarostami | 2010 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| This Is Not a Film | Jafar Panahi, Mojtaba Mirtahmasb | 2011 |
| Melbourne | Nima Javidi | 2014 |
| Life May Be | Mania Akbari, Mark Cousins | 2014 |
| Monte | Amir Naderi | 2016 |
| A Girl Walks Home Alone at Night | Ana Lily Amirpour | 2016 |
| 24 Frames | Abbas Kiarostami | 2017 |
| A Man of Integrity | Mohammad Rasoulof | 2017 |
| Joy | Sudabeh Mortezai | 2018 |
Natalia Tornesello (Italia). Docente di lingua e letteratura persiana presso l'Università Orientale di Napoli. Autrice del volume "Il cinema persiano".
| A Cube of Sugar | Reza Mirkarimi | 2011 |
| Someone Wants To Talk With You | Manouchehr Hadi | 2011 |
| Una separazione | Asghar Farhadi | 2011 |
| All Alone | Ehsan Abdipur | 2013 |
| Don't Be Tired! | Mohsen Gharaie, Afshin Hashemi | 2013 |
| The Painting Pool | Maziar Miri | 2013 |
| Il cliente | Asghar Farhadi | 2016 |
| Malaria | Parviz Shahbazi | 2016 |
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| Malaria |
Fulvio Capezzuoli (Italia). Collaboratore della Cineteca di Milano. Autore del volume "Il sapore della bellezza. Il cinema iraniano e la sua poesia"
Compito difficile quello di scegliere anche solo 5 buoni film iraniani del periodo 2010 2019.
Come senz’altro sai, è una cinematografia che, dopo i capolavori degli anni ’90 e inizio 2000, si è rinchiusa su se stessa, un po’ perché i grandi registi o sono andati a lavorare all’estero, o sono morti, un po’ perché i giovani non hanno saputo rinnovare il loro linguaggio.
Nei festival occidentali dove fino a 10 anni orsono il cinema iraniano faceva man bassa di premi, oggi è difficile trovare una pellicola proveniente da quel paese.
Comunque ti indico qui di seguito 5 titoli che ho faticato a mettere insieme e te li elenco in ordine di anno di produzione, perché non sono mai stato capace di creare ‘classifiche’ di film (è meglio Atalante di Vigo o Citizen Kane di Welles? Ma?)
Facing Mirrors di Negar Azarbayjani - 2012
Una giovane regista che proviene dalla scuola del Kanoon e che affronta, per il suo primo lungometraggio, il tema dei transessuali e del rifiuto della società iraniana di accettare la loro ‘diversità’. Condotto come un film di Kiarostami, ha passaggi cinematografici molto interessanti, anche se si sente il modo acerbo che questa ragazza ha, nel condurre in porto la vicenda.
L’ho visto a Roma a una rassegna di cinema iraniano ma credo non sia mai stato distribuito in sala
Melbourne di Nima Javadi – 2014
Esordio di un film-maker che si riferisce spesso a Asghar Farhadi (l’attore protagonista ha interpretato tra l’altro un film di Farhadi) un po’ meno commerciale del suo riferimento, e con richiami continui al cinema occidentale, ma il tutto salvato da una sceneggiatura solidissima.
È stato distribuito in Italia.
Paradise di Sina Ataeian Dena - 2015
Un premio minore al festival di Venezia del 2015 (credo Il premio Ecumenico) per un’opera che parte molto bene, analizzando i rapporti fra il jihab e un’insegnante progressista, costretta ad usarlo secondo le regole. Si perde un poco nel seguito con una storia fra il poliziesco e il sentimentale.
Non è arrivato da noi
Monte di Amir Naderi – 2016
Girato in Italia da uno dei grandi maestri del cinema iraniano, assente dal suo paese ormai da più di trent’anni, narra una storia estrema, senza tempo e senza luogo di ambientazione, dove il protagonista ha le stesse caratteristiche di Amir, il bambino de Il corridore, o dell’immigrato di Manhattan by numbers, e cioè la volontà di superare qualsiasi difficoltà pur di continuare a vivere Qui la difficoltà è il monte del titolo e l’ombra che proietta sul villaggio dove vive il protagonista. Gli anni sono trascorsi, ma Naderi è ancora in grado di trasmettere attraverso la forza delle immagini, il suo messaggio positivo.
Proiettato in Cineteca e in qualche altra sala d’essai
Tre volti di Jafar Panahi – 2018
Malgrado le difficoltà legate alla sua condanna, Panahi riesce a realizzare nel suo paese film che giungono poi, più o meno clandestinamente, in occidente dove vengono presentati e dove vincono festival internazionali (Berlino, Cannes) Questo è il migliore, perché lui cerca di ricreare, attraverso inquadrature libere, una storia di disperazione e di chiusura famigliare nei confronti di una ragazza. Non raggiunge i livelli delle sue opere ‘d’antan’, ma l’omaggio finale a Kiarostami, suo mentore e amico, è commovente.
Distribuito regolarmente in sala.
Un grazie anche a Ehsan Khoshbakht, che ha fornito alcuni contatti.
























